L’inchiesta sullo spyware Graphite ha rivelato come il governo italiano, a sua insaputa naturalmente, come da stile del governo Meloni nel non prendersi la responsabilità delle sue azioni, oppure di non essere in grado di controllare i propri servizi di sicurezza, scegliete voi, abbia utilizzato tecnologie avanzate di sorveglianza per monitorare giornalisti e attivisti.
Questo scandalo, noto come caso Paragon, ha coinvolto tra gli altri, giornalisti come Francesco Cancellato, l’attivista libico Husam El Gomati e il fondatore e leader dell’organizzazione solidarista Mediterranea Luca Casarini, le cui comunicazioni sono state intercettate illegalmente.
L’azienda israeliana Paragon Solutions, produttrice di Graphite, ha successivamente interrotto i contratti con l’Italia, denunciando un uso improprio della sua tecnologia. Questo episodio non è un caso isolato, ma si inserisce in una lunga tradizione di spionaggio politico e controllo sociale filo atlantico nel nostro Paese. La vicenda Paragon è soltanto l’ultima in ordine di tempo
Il caso Trieste 1946 e il CIC
Il primo episodio documentato di spionaggio in Italia nel dopoguerra risale al 4 maggio 1946, quando il Counter Intelligence Corps (CIC) statunitense, che operava a Trieste, arrestò per errore il tenente Alfredo Fabrici, un soldato degli Alpini italiani, che il CIC scambiò per un agente nemico. L’episodio, oltre a essere un caso di abuso di potere da parte degli Alleati, dimostrava già allora l’infiltrazione dei servizi segreti stranieri nel nostro Paese, e come le operazioni di intelligence fossero condotte senza nessun controllo sulle persone coinvolte.
Operazione Gladio: uno stato nello stato
L’Operazione Gladio, all’interno dell’operazione europea Stay Behind, non è solo un pezzo di storia oscura della Guerra Fredda, è la prova che l’Italia è sempre stata una pedina nelle mani di forze più grandi. Creata ufficialmente nel 1953 sotto la supervisione del ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani, Gladio operava come una rete clandestina di operazioni paramilitari e di intelligence, con il compito dichiarato di resistere a un’ipotetica invasione sovietica. Una struttura di spionaggio e destabilizzazione politica interna, con stretti legami con la CIA e la NATO. Gladio è stata spesso, direttamente o indirettamente tramite i suoi esponenti, coinvolta in inchieste sul sovvertimento di processi democratici. Il monitoraggio di attivisti, sindacalisti e oppositori politici compiuto per decenni, è arrivato addirittura a stilare liste di oppositori politici da deportare in basi militari in caso di golpe. Il reale scopo di Gladio era impedire che la sinistra andasse al governo in Italia anche tramite legittime elezioni democratiche.

La FIAT e lo spionaggio aziendale: Valletta, il SID e i funzionari di Stato al suo servizio
Vittorio Valletta, prima amministratore delegato e poi presidente della FIAT, non si limitava a produrre automobili: gestiva una vera e propria macchina di spionaggio interno. Le informazioni su migliaia di operai e dirigenti venivano raccolte con la complicità dello Stato. Tra i funzionari coinvolti nello schedare operai e sindacalisti per conto di Valletta troviamo nomi come Marcello Guida, direttore del carcere di Ventotene, poi questore di Torino, inventore della pista anarchica per la strage di Piazza Fontana (Sandro Pertini, allora Presidente della Camera, nel dicembre 69 si rifiutò di stringergli la mano), Ermanno Bessone e Aldo Romano, che lavoravano nei servizi segreti e avevano accesso agli schedari dello Stato, e molti altri funzionari dello Stato italiano che figuravano sul libro paga della FIAT. I documenti rivelano come questi uomini passassero informazioni riservate direttamente ai dirigenti della FIAT per garantire che gli operai con idee politiche scomode venissero licenziati o emarginati nei cosiddetti “reparti confino”.
La loggia P2 e i servizi segreti italiani
La Loggia Massonica P2 (Propaganda Due) rappresenta uno dei capitoli più oscuri e controversi della storia italiana del dopoguerra. Operando come una società segreta, la P2 ha intrecciato le sue trame all’interno delle istituzioni dello Stato, dei servizi segreti e del mondo economico, influenzando in modo subdolo e spesso illegale la vita politica e sociale del Paese.
Uno degli aspetti più inquietanti dell’operato della P2 è la sua profonda infiltrazione nei servizi segreti italiani. Alti ufficiali come il generale Giuseppe Santovito, direttore del Servizio Informazioni Difesa (SID), e il generale Pietro Musumeci, vice capo del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (SISMI), erano membri attivi della loggia. Questa presenza garantiva alla P2 un accesso privilegiato a informazioni sensibili e la capacità di influenzare operazioni di intelligence a proprio vantaggio.
L’obiettivo era giustificare, utilizzando per i depistaggi la disinformazione, anche tramite giornalisti compiacenti iscritti alla P2, misure repressive e limitazioni delle libertà civili, consolidando così il potere nelle mani di una ristretta élite.
Il Caso Abu Omar (2003): Sequestro e Rendition
Nel 2003, l’imam egiziano Abu Omar fu rapito a Milano in un’operazione orchestrata dalla CIA con la presunta complicità del SISMI, il servizio segreto militare italiano. Questo episodio, noto come “extraordinary rendition”, vide Abu Omar trasferito illegalmente in Egitto, dove subì torture. Il caso sollevò gravi preoccupazioni riguardo alla sovranità italiana e al rispetto dei diritti umani, evidenziando come operazioni clandestine potessero svolgersi sul suolo italiano con la complicità dei servizi segreti nazionali.

Il caso Telecom: la prova che lo spionaggio non è mai finito
Nel 2006 esplode lo scandalo Telecom, che dimostra senza più dubbi che l’Italia è un paese in cui i poteri forti fanno il cazzo che vogliono con le intercettazioni. Viene alla luce un sistema di sorveglianza illegale che, dal 1996 al momento della sua scoperta, coinvolgeva i vertici di Telecom Italia e funzionari dei servizi segreti italiani. Intercettazioni di giornalisti, politici, imprenditori e perfino magistrati. Tutti controllati. La mole di dati raccolti illegalmente è spaventosa: milioni di conversazioni e mail archiviate senza nessuna autorizzazione, senza che nessuno avesse il potere di fermare il sistema. Il processo ha portato a condanne, ma ha lasciato la sensazione che queste operazioni continuino indisturbate ancora oggi.
Snowden e l’escalation dello spionaggio globale
Edward Snowden, nel 2013, ha rivelato al mondo intero che la NSA americana non solo spiava i governi nemici, ma anche gli alleati, Italia compresa. I documenti hanno mostrato come la NSA avesse installato centri di sorveglianza a Roma e Milano, raccogliendo dati sulle comunicazioni di politici, giornalisti e dirigenti d’azienda. Questa è stata la conferma che le democrazie occidentali non sono affatto immuni dalla sorveglianza di massa, anzi: sono tra i bersagli principali.
Da Snowden in poi, le cose non sono migliorate. Anzi. Con l’avvento di tecnologie sempre più sofisticate e con l’abuso di strumenti come Pegasus e Graphite, la repressione si è fatta più invasiva, senza più bisogno di prove giudiziarie o autorizzazioni.
Il nuovo ordine geopolitico e l’intensificazione della repressione
Trump torna alla Casa Bianca nel 2025 e il mondo cambia di nuovo. Questa volta, non solo dal punto di vista politico, ma anche tecnologico. Con lui ci sono Elon Musk e tutto il blocco delle Big Tech americane. X, Meta, Google, Starlink: improvvisamente tutti si allineano ai nuovi diktat. X (ex Twitter) diventa un’arma di propaganda e sorveglianza, con i dati degli utenti direttamente accessibili alle agenzie di intelligence. Meta ridisegna gli algoritmi per censurare in modo selettivo contenuti scomodi. Google rafforza i suoi strumenti di tracking su tutti i dispositivi.
La sorveglianza digitale: il nuovo braccio armato del potere
Se un tempo i governi avevano bisogno di apparati di intelligence complessi per controllare l’informazione, oggi hanno un alleato ancora più efficace: le Big Tech. Elon Musk non è solo un miliardario eccentrico, ma il nuovo intermediario tra il potere politico e la sorveglianza globale. Dopo il suo riavvicinamento a Trump, X ha modificato i suoi algoritmi per ridurre la visibilità di contenuti scomodi e amplificare la propaganda governativa. Meta e Google hanno seguito lo stesso schema: Facebook ha sistematicamente oscurato le proteste anti-establishment, mentre Google ha potenziato i suoi strumenti di tracciamento, mascherandoli da aggiornamenti di sicurezza. Starlink, che nella narrativa ufficiale è un’infrastruttura neutrale, nei fatti fornisce un accesso senza precedenti alla geolocalizzazione e al controllo delle reti globali. Le Big Tech non sono più semplici aziende, ma armi strategiche al servizio della nuova geopolitica, strumenti perfetti per una repressione invisibile e senza responsabilità diretta.
Chi sarà il prossimo?
Il caso Paragon non è solo l’ultimo scandalo: è la dimostrazione che la sorveglianza politica e aziendale non si è mai fermata, ma ha solo cambiato pelle. Se un’azienda come Paragon interrompe i rapporti con il governo italiano per l’uso illecito di spyware, significa che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Non è più solo una questione di sicurezza, ma di controllo politico.
L’Italia, sempre fedele alleata degli Stati Uniti, continua a essere il laboratorio perfetto per queste strategie di sorveglianza di massa. La domanda da porsi, a questo punto, non è se siamo tutti sorvegliati. È chi sarà il prossimo a essere messo nel mirino.



