L’Etiopia, paese che negli ultimi anni aveva suscitato speranze di riforme democratiche sotto il premier Abiy Ahmed, sta purtroppo rivelando un quadro ben diverso, soprattutto per quanto riguarda la libertà di stampa.
Tra i tanti giornalisti che hanno subito le pesanti conseguenze di un governo sempre più autoritario, Bekalu Alamerew e Belay Manaye si sono trovati a fronteggiare una realtà fatta di persecuzioni, arresti ingiustificati e condizioni di vita disumane.
Il loro viaggio da reporter coraggiosi e indipendenti a esuli forzati riflette una situazione in Etiopia che ha portato decine di giornalisti a scegliere l’esilio come unica alternativa alla repressione e al silenzio.
La loro storia ha inizio nel contesto del 2022, anno cruciale per l’Etiopia, quando il governo ha dichiarato uno stato di emergenza in risposta al conflitto in corso tra le forze governative e i ribelli del Tigray. Con la libertà di espressione già compromessa da anni di repressione, lo stato di emergenza ha portato a una nuova ondata di arresti, tra cui quelli di Alamerew e Manaye.
Entrambi sono stati accusati di diffondere informazioni antigovernative, un pretesto spesso usato dalle autorità per mettere a tacere le voci critiche. Detenuti in campi militari, sono stati costretti a subire condizioni disumane: violenze fisiche e psicologiche, mancanza di cure mediche e la costante minaccia di ulteriori ritorsioni.
Dopo mesi di sofferenze e di detenzione arbitraria, i due giornalisti sono stati costretti a fuggire dal loro paese per cercare asilo all’estero. La loro fuga non è stata una scelta facile, ma rappresentava l’unica via di salvezza per sfuggire a un governo che ha dimostrato di non tollerare alcuna forma di dissenso.
Una volta all’estero, Alamerew e Manaye hanno potuto raccontare la loro drammatica esperienza, portando l’attenzione internazionale sulla situazione in Etiopia e sulla necessità di garantire maggiore protezione ai giornalisti.

Tuttavia, la loro storia non è isolata. Decine di altri giornalisti etiopi si trovano nella stessa situazione, costretti a scegliere tra il silenzio o l’esilio. L’operato del governo, che avrebbe dovuto rappresentare una svolta verso un futuro di maggiore democrazia, ha invece deluso le aspettative di molti, rivelandosi sempre più oppressivo nei confronti della libertà di stampa.
Anche l’impegno del premier Abiy Ahmed, premiato con il Nobel per la Pace nel 2019, appare ora lontano dai valori che il riconoscimento internazionale suggeriva.
Le organizzazioni per i diritti umani e i gruppi che si battono per la libertà di stampa hanno denunciato la situazione più volte, richiamando l’attenzione sulle violenze sistematiche subite dai giornalisti e sugli abusi da parte delle forze di sicurezza.
Nonostante ciò, il regime etiope continua a reprimere duramente chiunque osi sollevare critiche o raccontare la realtà dei fatti. Alamerew e Manaye, come molti altri, rappresentano un simbolo della lotta per la verità in un paese dove la censura e la persecuzione continuano a prevalere.
L’asilo all’estero è diventato per molti l’unica via di salvezza. Tuttavia, il loro esilio forzato solleva interrogativi più ampi sulla responsabilità della comunità internazionale nell’affrontare le violazioni dei diritti umani in Etiopia e nel proteggere coloro che rischiano la vita per il diritto fondamentale di informare.
La loro vicenda è un richiamo all’urgenza di un cambiamento concreto, che non può più essere rimandato.
La storia di Bekalu Alamerew e Belay Manaye mette in luce la difficile realtà di un paese che, pur avendo intrapreso un percorso di riforme, continua a soffocare il dissenso e a punire chiunque cerchi di dare voce alla verità. La loro fuga non è solo un atto di sopravvivenza, ma anche un atto di denuncia contro un sistema che non permette alcuna libertà di espressione.
Quello che resta è la speranza che la loro testimonianza possa ispirare un cambiamento e che l’Etiopia possa, un giorno, offrire ai suoi giornalisti un futuro in cui non debbano più temere per la propria vita.



