Viviamo nell’era del fascio-teismo

Se volessimo riassumere il concetto di “fascio-teismo”, neologismo che ho appena coniato, basterebbe dire che è una sorta di fascismo spirituale che unisce il peggio dei due mondi: l’autorità feroce di un regime politico e il fervore cieco di una religione.

Cattolici, musulmani, ebrei, buddisti, induisti, nessuno escluso, contribuiscono a questa speciale miscela di rigore spirituale e potere totalizzante che, nella sua manifestazione più autentica, non richiede nemmeno di rispettare il principio della tolleranza reciproca.

In Italia il fascio-teismo trova la sua massima espressione in Fratelli d’Italia, dove i sermoni domenicali della chiesa chiusa agli esclusi si mescolano con le riunioni di partito e dove il cattolicesimo pre-conciliare, un concetto che suona nostalgico e minaccioso, vorrebbe far coincidere morale e legge. In Italia, l’idea di uno stato laico è ormai relegata a un mito perduto; un’idea sorpassata, relegata ai tempi del lacismo risorgimentale, anti clericale e d’ispirazione massonica per ragioni storiche precise.

Ma se pensiamo che questo fenomeno sia solo una questione italiana, stiamo sottovalutando la scena mondiale. Guardiamo agli Stati Uniti, dove il fascio-teismo ha trovato una patria perfetta: qui, tra il “Tea Party” di Sarah Palin e il MAGA di Trump, si è verificata una strana mutazione del partito repubblicano.

Ora si respira un’aria di sacro terrore e apocalisse imminente, con l’agenda che mescola negazionismo scientifico, conservatorismo sociale estremo e fede cieca. Un calcio nel sedere a Darwin, sembra essere la filosofia del giorno, mentre i pastori benedicono i fucili e le scuole censurano la teoria dell’evoluzione per dare spazio ai deliri creazionisti. Non si parla più di politica, ma di fede, e ogni divergenza è un atto d’eresia.

C’è poi il fascio-teismo in versione islamica, dove alcuni paesi trasformano la religione in legge dello stato, dando vita a una sovranità divina dove il dissenso è spesso punito con metodi assai poco divini.

Qui i cittadini non devono solo rispettare la legge, devono temere un dio giudice e inflessibile. Il sistema è costruito su rigidi dogmi: vietato criticare, vietato discutere, vietato tutto ciò che non rientri nella dottrina, vietato essere liberi. Non esiste una separazione tra sacro e profano; il governo non è altro che una lunga, complessa preghiera collettiva che incatena lo stato alla moschea. La Sharia non è solo legge: è il veicolo che regola ogni respiro della vita pubblica e privata.

In Israele, il fascio-teismo si manifesta come un complesso equilibrio tra identità religiosa e nazionalismo, con l’ebraismo che, senza essere formalmente una religione di stato, assume un ruolo privilegiato nelle strutture civili e giuridiche. Qui, la fede ebraica non è solo una questione personale, ma un elemento centrale dell’identità nazionale, tanto che la tradizione religiosa è quasi sempre intrecciata con le norme della vita pubblica, con i tribunali rabbinici che hanno giurisdizione su questioni familiari come matrimonio e divorzio, ma non solo. Esistono gruppi ortodossi che chiedono, ad esempio, autobus separati per donne e uomini, come accadeva negli Usa delle discriminazioni razziali verso i neri che non potevano occupare i posti dei bianchi.

In India, il fascio-teismo assume caratteristiche peculiari sotto forma di nazionalismo religioso, dove l’induismo diventa non tanto una religione di stato, quanto un riferimento per l’identità culturale nazionale. In questo contesto, l’induismo viene esaltato come segno di autenticità e coesione nazionale, e il senso di “purezza” spirituale e culturale è spesso utilizzato per giustificare discriminazioni e atti di intolleranza verso minoranze religiose. Lo stato, pur rimanendo formalmente laico, subisce una forte influenza dai valori e dalle tradizioni induiste, e la pluralità culturale rischia di essere sacrificata in nome di un’India considerata “autentica” solo se fortemente legata a un’identità induista.

In pratica, questo nazionalismo religioso costringe i cittadini a dimostrare continuamente la propria devozione a una forma di induismo che, più che religione, diventa un simbolo di appartenenza e di lealtà verso l’identità nazionale, lasciando poco spazio alla diversità.

Anche il buddismo, che molti associano a un’ideale di pace e meditazione, non è immune alla tentazione del fascio-teismo. In Birmania, la strana alleanza tra nazionalismo e buddismo radicale ha dato vita a un curioso paradosso: i monaci si trasformano in crociati e la compassione viene eretta come imposizione sociale. Il mantra della non violenza viene accantonato per fare spazio a sentimenti xenofobi, dove il diverso è un intruso che minaccia la purezza spirituale della nazione. E così, il silenzio meditativo si fa urlo d’odio, e la tolleranza viene abolita nel nome di un amore rigorosamente selettivo.

L’Unione Europea, pur tra le sue molteplici contraddizioni e ingiustizie economico-sociali, rimane uno degli ultimi baluardi della laicità nel mondo occidentale. Le normative europee non rappresentano una cultura superiore, ma cercano di tenere in equilibrio diritti civili e diversità religiosa in un sistema che, sebbene imperfetto, conserva un ideale di neutralità tra fedi e individui. Per questo motivo quel movimento fascio-teista che va da Meloni a Orban passando per Le Pen, Morawiecki e Janša, ha costruito una narrazione falsa che sostituisce alla laicità occidentale la concezione “dio, patria, famiglia” tanto cara a regimi dittatoriali del passato.

È grazie a queste tutele che molti cittadini europei godono ancora di libertà personali che altrove sono sotto attacco, come l’autodeterminazione del corpo, i diritti civili, e la libertà d’espressione. L’UE, pur con i suoi limiti, ci ricorda che la laicità è una scelta consapevole di pluralismo e di rispetto, piuttosto che un’imposizione o un lusso.

In un mondo dove il fascio-teismo sembra guadagnare terreno, arrendersi significherebbe abbandonare le fondamenta di libertà e di pluralismo su cui molte società moderne sono state costruite. Ma la battaglia per una società laica, che rispetti tutte le fedi senza diventarne schiava, è tutt’altro che perduta.

Difendere la laicità non è solo una questione di diritto, ma una responsabilità morale: significa garantire che ogni individuo, a prescindere dal credo, possa esprimere le proprie convinzioni in un contesto di rispetto reciproco.

Tornare alla strada della laicità è una strada che porta non solo alla convivenza pacifica, ma anche al progresso civile. La libertà non è un dono da accettare passivamente, ma un diritto da difendere attivamente, ogni giorno. Occorre un po’ di coraggio, vediamo di trovarlo, è forse l’unica battaglia che vale la pena di combattere oggi.