Oggi si parla molto di guerre, di geopolitica, di intelligenza artificiale. Meno di una cosa che sta sotto tutto il resto: il modo in cui si muove il denaro. Il McKinsey Global Payments Report 2025 usa una frase che, letta con gli occhi di chi vive di lavoro, è una specie di avvertimento: conta sempre di più come si muove il denaro, non solo quanto se ne muove.
Tradotto: non è solo questione di quante bollette paghiamo o di quante carte abbiamo in tasca. È in gioco chi controlla i tubi attraverso cui passano i soldi. Fino a pochi anni fa quei tubi erano pochi e abbastanza chiari: banche, circuiti internazionali delle carte, un po’ di contanti. Adesso, complice la guerra e le tensioni fra blocchi, ogni area del mondo sta cercando di costruirsi le sue strade per far girare i pagamenti: sistemi nazionali, circuiti regionali, reti “sovrane” che non dipendano troppo da altri Paesi.
Detta così sembra una storia per banchieri. Ma non lo è. Se i pagamenti diventano un’arma geopolitica, chi viene colpito per primo quando si chiude un rubinetto? Non i grandi fondi, che hanno mille vie di fuga. Ma i lavoratori che si vedono congelare gli stipendi perché la loro azienda finisce in un settore sanzionato. I migranti che non possono più mandare rimesse con i canali abituali. I piccoli esercizi che si ritrovano con commissioni più alte perché improvvisamente il loro sistema di pagamenti è “a rischio”.
Il tema richiama la questione delle stablecoin, queste monete digitali “agganciate” alle valute ufficiali, e in generale il denaro “tokenizzato”, cioè trasformato in gettoni informatici che si spostano in tempo reale. Qui la retorica è tutta sull’innovazione, l’efficienza, la velocità. Ma in mezzo a molte parole tecniche c’è una frase che dovrebbe far drizzare le antenne a chi si occupa di povertà e di lavoro: la programmabilità del denaro permetterà, tra le altre cose, di limitare certe forme di sussidio pubblico a specifici beni o servizi.
Che vuol dire? Che invece di versarti una pensione minima o un reddito in euro “normali”, lo Stato potrebbe caricare sul tuo conto digitale una somma che puoi usare solo al supermercato, o solo per pagare l’affitto, o solo in certi negozi convenzionati. Una specie di buono spesa molto più sofisticato, dove ogni euro è etichettato prima di nascere. Per chi governa può sembrare una buona idea: niente sprechi, niente “abusi”, tutto tracciato. Per chi vive di sussidi, di lavori a singhiozzo, di ammortizzatori sociali, significa avere in tasca un denaro che non è più davvero tuo, perché qualcun altro decide in anticipo come lo puoi usare.

Questo è un punto tipicamente “Diogene”: il passaggio da un welfare che ti dà risorse e ti riconosce autonomia a un welfare che ti concede gettoni da spendere solo dove l’algoritmo ritiene opportuno. Non è fantascienza: il rapporto che il Sole riassume considera normale che in futuro i benefici governativi possano essere programmati in questo modo.
Il terzo pezzo del puzzle è l’intelligenza artificiale. Nel linguaggio di McKinsey si parla di “agenti” di AI che agiranno al posto nostro: oggi ti propongono un acquisto, domani decideranno direttamente quale metodo di pagamento usare, se mettere quella spesa a rate, se appoggiarla su una carta di credito, su un wallet con cashback o addirittura su una criptovaluta. Il rapporto ricorda che già ora una fetta non piccola di consumatori usa l’AI per iniziare lo shopping, e che molti sarebbero pronti a lasciare a un agente digitale il compito di concludere l’acquisto.
Per chi ha un reddito solido, questo significa comodità. Per chi vive di lavoretti, turni variabili, partite IVA da 600 euro al mese, significa qualcos’altro: delegare a un algoritmo la gestione di piccoli debiti quotidiani, senza avere sempre chiaro quanto si sta accumulando. Il “compra ora, paga dopo” già oggi trascina persone con redditi bassi dentro spirali di micro-rate. Domani la stessa logica potrà essere gestita da macchine che ottimizzano i profitti di chi ti presta i soldi, non il tuo equilibrio di fine mese.
Infine c’è il tema dei pagamenti invisibili. Il futuro immaginato dai consulenti è un mondo in cui non tiri più fuori nemmeno lo smartphone: cammini, consumi, l’ecosistema riconosce chi sei e scala automaticamente. È il sogno di chi ama la frizione zero. Ma c’è una domanda da farsi: chi resta fuori da un mondo in cui il denaro funziona solo se hai credenziali digitali, account, dispositivi, storico creditizio, una certa “reputazione” algoritmica? Che ne è di chi è indebitato, di chi lavora in nero, di chi non ha documenti, di chi ha solo contanti perché nessuna banca gli apre un conto?
Per tirare le somme, ci interessano tre idee. Primo: i pagamenti non sono neutri, sono diventati un terreno di scontro geopolitico e chi ci rimette sono gli anelli deboli delle filiere globali. Secondo: il denaro programmabile e le monete digitali “intelligenti” non sono solo efficienza, possono diventare uno strumento di controllo sui poveri, sui beneficiari dei sussidi, sui debitori. Terzo: l’intelligenza artificiale che gestisce i pagamenti al posto nostro rischia di spostare ancora più potere verso banche, piattaforme e grandi emittenti, lasciando i lavoratori a fare da cavie di sistemi che decidono quanto possiamo spendere e quando.


