Come la guerra Usa-Iran affama chi non combatte

Le guerre hanno imparato a uccidere anche dove non arrivano le bombe. Un agricoltore africano può perdere il raccolto perché una petroliera non attraversa lo Stretto di Hormuz; una famiglia asiatica può ridurre i pasti perché il fertilizzante costa troppo; un bambino può subire per anni le conseguenze di un conflitto combattuto in un Paese che forse non saprà mai indicare sulla carta geografica. Energia, trasporti e concimi dipendono da rotte vulnerabili alla guerra.

L’ultima conferma arriva dal Global Hunger Index 2026, pubblicato in ottobre. L’indicatore, che considera denutrizione, mortalità e malnutrizione infantile, segnala un peggioramento rispetto al 2018, dopo i miglioramenti dei primi anni Duemila. Non significa che ogni statistica sulla fame sia in peggioramento. Secondo la FAO, nel 2025 le persone denutrite erano circa 645 milioni, quasi 14 milioni in meno rispetto al 2024. Il progresso esiste, ma è insufficiente e fragilissimo: basta un nuovo shock per comprometterlo.

La guerra in Ucraina aveva già mostrato come si possa affamare il mondo senza colpire direttamente i suoi campi. Russia e Ucraina erano grandi esportatori di grano; l’invasione russa del 2022 e le interruzioni dei traffici nel Mar Nero contribuirono a destabilizzare forniture e prezzi. A pagarne il costo più alto furono anche Paesi africani e asiatici dipendenti dalle importazioni, dove un aumento del pane non è un fastidio nel bilancio familiare ma la differenza tra mangiare abbastanza e saltare un pasto.

La guerra del 2026 che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran ha aggiunto un altro meccanismo, forse meno visibile: quello dei fertilizzanti. Nello Stretto di Hormuz non transitano soltanto petrolio e gas. Attraverso quella rotta viaggiano prodotti essenziali per l’agricoltura e per fabbricare concimi azotati. Le interruzioni della navigazione e gli aumenti dei costi energetici hanno dunque effetti che arrivano direttamente alla semina, molto lontano dal Golfo Persico.

Secondo le analisi del sistema internazionale di ricerca agricola CGIAR, il Medio Oriente fornisce circa un terzo delle esportazioni mondiali di urea, uno dei fertilizzanti più utilizzati. La Banca mondiale prevede che il prezzo dell’urea aumenti di quasi il 60% nel 2026 e che possa diminuire soltanto nel 2027, sempre che non intervengano nuove interruzioni. Non è una previsione sul prezzo di tutto il cibo, ma su un costo che può determinare quanto e come si coltiva.

Per un’impresa agricola ben capitalizzata il rincaro può ridurre i margini. Per un piccolo contadino che acquista pochi sacchi di fertilizzante a credito può significare usarne meno, raccogliere meno o rinunciare a seminare una parte del terreno. Il danno non finisce quando riapre una rotta marittima: una stagione agricola perduta non si recupera con la firma di un cessate il fuoco. Se diminuisce la produzione locale, i prezzi possono salire ulteriormente e le famiglie meno abbienti finiscono per tagliare proprio gli alimenti più nutrienti.

La sproporzione è brutale. Nei Paesi ricchi il rincaro dell’energia si discute davanti al distributore di benzina; nelle aree più vulnerabili può cominciare dal costo del concime e finire nella crescita di un bambino. La malnutrizione nei primi anni di vita può avere effetti duraturi sulla salute e sullo sviluppo. La guerra, insomma, continua a fare vittime economiche e sociali ben dopo che i bombardamenti sono cessati.

Il problema è aggravato dal fatto che molte delle società più esposte arrivano a questa crisi dopo anni di siccità, inondazioni, debiti pubblici pesanti e sfollamenti. Nella stessa regione del Sahel, dove la produzione agricola dipende anche dalla mobilità dei pastori e dall’accesso ai mercati, l’insicurezza armata ostacola i raccolti e i commerci. La carenza di cibo alimenta nuove tensioni, che a loro volta rendono più difficile produrre e distribuire alimenti. È una spirale in cui la fame non è soltanto una conseguenza della guerra: diventa una delle condizioni che possono renderne più probabile la prosecuzione.

A questo si aggiunge la riduzione dei finanziamenti umanitari internazionali. I tagli statunitensi all’assistenza estera e le difficoltà di bilancio del Programma alimentare mondiale hanno ristretto la capacità di intervenire proprio mentre aumentano i costi delle operazioni. Non ogni crisi dipende da un solo conflitto, ma chi alimenta l’instabilità e taglia gli aiuti porta responsabilità precise.

Il paradosso riguarda anche le istituzioni internazionali. Russia e Stati Uniti sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, organismo incaricato di preservare la pace. Le loro scelte militari, in contesti diversi, hanno contribuito a produrre shock che colpiscono popolazioni ben oltre i confini dei Paesi in guerra. La sicurezza alimentare dovrebbe essere parte della sicurezza internazionale, non una voce secondaria da discutere quando i mercati hanno già trasmesso il danno ai più poveri.

L’obiettivo proclamato dall’ONU era eliminare la fame entro il 2030. A quattro anni dalla scadenza, 645 milioni di persone risultano ancora denutrite, e le nuove crisi minacciano risultati conquistati lentamente. Chi decide un bombardamento conosce il bersaglio militare, o almeno sostiene di conoscerlo. Molto più raramente sembra disposto a rispondere del prezzo che quella decisione farà pagare a un agricoltore africano o a un bambino asiatico.

Nelle guerre contemporanee il fronte non finisce dove si fermano i carri armati. Può proseguire lungo una rotta commerciale, attraversare il mercato dei fertilizzanti e arrivare fino a un piatto rimasto vuoto. E chi lo paga, quasi sempre, non è stato consultato prima di cominciare a sparare.