In Italia un milione e 136mila bambini e ragazzi vive in condizioni di povertà assoluta, mentre più di un minore su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. Eppure, quando il governo affronta il problema del disagio giovanile, una delle risposte che emergono con maggiore forza è l’ampliamento delle carceri minorili. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dopo gli scontri avvenuti a Milano, ha spiegato che il ministero sta valutando come aumentare la capienza degli istituti penali per minorenni, considerando anche la possibilità di utilizzare sezioni delle carceri destinate agli adulti.
La proposta nasce, secondo il ministro, dalla necessità di affrontare l’aumento degli arresti e delle presenze negli istituti. Non esiste ancora un piano definitivo, ma l’indirizzo politico è chiaro: di fronte a un sistema penitenziario minorile in difficoltà, la soluzione prospettata consiste nel trovare nuovi spazi detentivi. Senza interrogarsi, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, su quanto le scelte legislative del governo abbiano contribuito a determinare questa situazione.
Il decreto Caivano e l’aumento dei giovani detenuti
Secondo il rapporto 2026 dell’associazione Antigone, al 30 aprile negli istituti penali minorili italiani erano detenuti 581 giovani, il 52,5% in più rispetto alla fine del 2022. L’aumento è intervenuto dopo l’introduzione del decreto Caivano del 2023, con il quale il governo Meloni ha inasprito la legislazione penale minorile, ampliando le possibilità di ricorrere alla custodia cautelare e rendendo più severa la risposta giudiziaria.
Antigone sottolinea che la crescita della popolazione detenuta non corrisponde automaticamente a un analogo incremento della criminalità giovanile, ma risente delle modifiche legislative. La durata media della detenzione è passata dai 145 giorni precedenti alla pandemia a quasi 180 giorni nel 2025. Anche i trasferimenti dei giovani adulti dagli istituti minorili alle carceri ordinarie sono aumentati, passando dai 105 del 2022 ai 195 del 2025, con il rischio di interrompere percorsi educativi e di reinserimento già avviati.
La contraddizione è evidente. Il governo ha contribuito ad aumentare il ricorso alla detenzione minorile e ora, di fronte alle conseguenze delle proprie scelte, propone di ampliare la capacità del sistema carcerario. Una risposta che rischia di consolidare il problema anziché affrontarne le cause.
La giustizia minorile italiana si fonda sulla specificità dell’adolescenza e sulla necessità di privilegiare il recupero educativo, considerando il carcere una soluzione residuale. Destinare ai ragazzi sezioni degli istituti per adulti rischia di compromettere questa impostazione. Non basta separare fisicamente i detenuti: occorrono educatori, psicologi, insegnanti, attività formative e percorsi individualizzati. Tutto questo dovrebbe essere garantito all’interno di un sistema penitenziario ordinario già gravemente sovraffollato.
Oltre un milione di minori poveri: la questione dimenticata
Ma il dato che rende politicamente ancora più significativa la proposta di Nordio riguarda le condizioni di vita dell’infanzia italiana. Il 15 ottobre scorso, appena una settimana prima delle dichiarazioni del ministro, l’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà relativi al 2025. Nel nostro Paese 1 milione e 136mila minorenni vive in povertà assoluta, pari al 12,5% della popolazione sotto i diciotto anni. Nel Mezzogiorno la percentuale raggiunge il 15,2%.
La povertà assoluta indica l’impossibilità di sostenere la spesa necessaria per acquistare beni e servizi essenziali. Per un bambino significa crescere in una famiglia che non dispone delle risorse sufficienti a garantire condizioni materiali adeguate, con conseguenze che possono accompagnarlo per tutta la vita.
A questo si aggiunge una fascia molto più ampia di vulnerabilità sociale. Secondo i dati europei, nel 2025 il 27,1% dei minori italiani era a rischio di povertà o esclusione sociale. È un indicatore differente dalla povertà assoluta, ma altrettanto significativo: oltre un bambino su quattro cresce in condizioni di fragilità economica o sociale.
Questi numeri raccontano un fenomeno strutturale, che condiziona l’accesso all’istruzione, alle attività culturali e sportive, ai servizi e alle opportunità di crescita. La povertà non produce automaticamente criminalità e sarebbe profondamente sbagliato identificare i ragazzi poveri con quelli che commettono reati. Ma le condizioni economiche e sociali incidono sulle possibilità individuali e possono contribuire, insieme ad altri fattori, a determinare situazioni di marginalità.
È proprio questa dimensione che sembra rimanere ai margini delle politiche governative sulla sicurezza. Di fronte a un disagio sociale così esteso, la risposta che conquista maggiore visibilità è quella penale, mentre gli interventi necessari per contrastare la povertà educativa, rafforzare i servizi territoriali e sostenere le famiglie non ricevono la stessa centralità politica.
Quando la repressione sostituisce la prevenzione
Il governo Meloni ha fatto dell’inasprimento delle sanzioni uno degli strumenti principali della propria politica sulla sicurezza. Ma una strategia pubblica dovrebbe essere giudicata non soltanto sulla severità delle norme, bensì sulla capacità di ridurre concretamente i fenomeni che intende contrastare.
Nel caso dei minorenni, significa chiedersi se aumentare le possibilità di incarcerazione produca maggiore sicurezza e migliori prospettive di reinserimento oppure rischi di consolidare percorsi di esclusione. Significa soprattutto interrogarsi sulle risorse destinate alla scuola, alle comunità educative, ai servizi sociali e alla salute mentale degli adolescenti.
Chi commette reati deve risponderne, ma riconoscere la responsabilità individuale non significa rinunciare a quella delle istituzioni. Uno Stato non può limitarsi a intervenire quando un ragazzo entra nel circuito penale. Deve assumersi la responsabilità di costruire condizioni nelle quali sia possibile prevenire il disagio e offrire opportunità concrete di crescita.
L’Italia ha oltre un milione di minori in povertà assoluta e una percentuale ancora più ampia di bambini e adolescenti esposti al rischio di esclusione. In questo contesto, la scelta di ampliare gli spazi carcerari, senza mettere contemporaneamente al centro una strategia incisiva di contrasto alle disuguaglianze, rivela una concezione della sicurezza concentrata soprattutto sulle conseguenze del disagio anziché sulle condizioni che possono favorirlo.
Non è una questione di contrapporre meccanicamente le risorse destinate alla giustizia a quelle per le politiche sociali. Entrambe sono necessarie. Il problema è quale posto occupino la prevenzione, la tutela dell’infanzia e la riduzione delle disuguaglianze nelle priorità dell’azione pubblica.
Il decreto Caivano ha contribuito ad aumentare il ricorso alla detenzione. Adesso il ministro della Giustizia propone di trovare nuovi posti per ospitare una popolazione carceraria minorile cresciuta anche per effetto di quelle norme. È una politica che rischia di alimentare una spirale nella quale l’inasprimento delle sanzioni produce maggiore pressione sugli istituti e quella pressione diventa la giustificazione per ampliarli ulteriormente.
La sicurezza è un diritto, anche per le vittime dei reati commessi da minorenni. Ma non coincide con il numero delle celle disponibili. Comprende la presenza dello Stato nei territori, la qualità dell’istruzione, l’accesso ai servizi, la possibilità di costruire un futuro attraverso il lavoro e il superamento delle condizioni di esclusione.
In un Paese dove un bambino su otto vive in povertà assoluta, la politica dovrebbe essere chiamata a rispondere innanzitutto della propria incapacità di garantire condizioni dignitose alle nuove generazioni. Il governo, invece, sembra trovare risposte più immediate nell’ampliamento del sistema penitenziario che nella rimozione delle cause strutturali del disagio.
Il fallimento di una politica per i giovani non si misura soltanto nel numero di minorenni che finiscono in carcere. Si misura anche nel numero enormemente più grande di bambini e adolescenti ai quali non vengono garantite le condizioni necessarie per costruire il proprio futuro. Ed è su questa responsabilità che Nordio e il governo Meloni devono essere chiamati a rispondere.


