La geopolitica che conosciamo si misura sulle carte: confini, stretti, porti, gasdotti, basi militari. Quella che sta nascendo sopra le nostre teste si misura invece in orbite, costellazioni satellitari, razzi e reti di comunicazione. È meno visibile, ma sta già cambiando le alleanze terrestri.
Un radar destinato a Venere racconta meglio di molti vertici diplomatici che cosa sta succedendo. Nel 2024 NASA ed ESA avevano firmato un accordo per EnVision, la missione europea che dovrà studiare il pianeta nascosto sotto una coltre di nubi di acido solforico. Gli Stati Uniti avrebbero fornito il radar ad apertura sintetica e il supporto della Deep Space Network; l’Europa avrebbe costruito la sonda, il resto degli strumenti e assicurato il lancio con Ariane 6.
Ora, con la scienza NASA sotto pressione per le scelte di bilancio dell’amministrazione Trump, quel radar americano rischia di non arrivare più. L’ESA non ha aspettato: gruppi industriali britannici e italiani stanno già studiando un sostituto europeo.
Preso da solo sembra un incidente tecnico. Non lo è. Washington sta ridefinendo la propria politica spaziale privilegiando Luna, Marte e la competizione diretta con la Cina, mentre riduce o rimette in discussione una parte delle missioni scientifiche e delle collaborazioni internazionali.
EnVision non è l’unico caso: sono diventati incerti anche contributi statunitensi a LISA, il futuro osservatorio delle onde gravitazionali, e a New Athena, il grande telescopio europeo a raggi X. L’America sta dicendo ai partner che alcune promesse non sono più intoccabili.
È qui che comincia la geopolitica dello spazio. Per decenni collaborare con la NASA non significava soltanto dividere i costi. Significava costruire standard comuni, far lavorare insieme industrie e università, condividere dati, creare dipendenze tecnologiche e mantenere l’Europa dentro un sistema scientifico a guida americana.
Era soft power allo stato puro. Se oggi l’ESA è costretta a costruirsi da sola ciò che ieri arrivava dagli Stati Uniti, quella dipendenza si indebolisce. E una capacità tecnologica acquisita difficilmente viene dimenticata quando cambia un presidente.
Lo spazio lasciato libero dagli americani, inoltre, non resta vuoto. C’è la Cina. Nel maggio scorso la missione SMILE è partita dalla Guyana francese su un Vega-C: è la prima missione progettata, realizzata, lanciata e gestita congiuntamente dall’ESA e dall’Accademia cinese delle scienze.

Pechino ha già invitato gli europei ad allargare la cooperazione. Alla domanda se l’ESA possa partecipare ad altre missioni cinesi, la direttrice scientifica Carole Mundell ha risposto che è «un’opzione che stiamo valutando».
Il paradosso è evidente. Trump considera la Cina il grande concorrente strategico degli Stati Uniti nello spazio, ma riducendo alcuni legami scientifici con l’Europa rischia di rendere Pechino un partner più interessante proprio per gli europei.
Non significa che Bruxelles stia cambiando campo, né che la collaborazione sino-europea possa sostituire domani quella transatlantica. Significa però che il monopolio politico della relazione con Washington non è più scontato.
E poi c’è Elon Musk. La vecchia geopolitica aveva Stati e imprese che lavoravano per gli Stati. Quella spaziale ha prodotto qualcosa di diverso: un’impresa privata capace di diventare infrastruttura strategica per governi, eserciti e agenzie pubbliche.
SpaceX non è uno Stato e resta sottoposta alla legge americana, ma possiede una capacità di lancio che nessun soggetto europeo oggi può eguagliare per frequenza e costi, controlla Starlink e Starshield e partecipa direttamente all’architettura lunare della NASA.
L’Europa conosce bene questa dipendenza. Durante i ritardi di Ariane 6 ha dovuto utilizzare Falcon 9 anche per satelliti Galileo, cioè per uno dei simboli della propria autonomia strategica. Il rover europeo Rosalind Franklin dovrebbe partire verso Marte nel 2028 su un Falcon Heavy di SpaceX. L’Europa vuole essere autonoma dagli Stati Uniti mentre, in diversi punti decisivi, continua a dipendere da un’azienda americana controllata da Musk.
Da qui Ariane 6 e IRIS² acquistano un significato che va molto oltre la tecnologia. Il primo non è soltanto un razzo: è la possibilità di mettere in orbita satelliti senza chiedere un passaggio a qualcun altro. IRIS², la futura costellazione europea di comunicazioni sicure, non è soltanto un progetto industriale da centinaia di satelliti: è la risposta politica alla domanda se governi e infrastrutture europee possano dipendere per sempre da reti private extraeuropee. Autonomia, nello spazio, significa possedere il mezzo di trasporto e la rete.
La mappa, dunque, non ha più due colori. Ci sono gli Stati Uniti, che concentrano risorse sulla supremazia lunare e marziana e affidano sempre più capacità al settore privato; c’è la Cina, che usa la cooperazione scientifica anche per espandere la propria influenza; c’è l’Europa, abbastanza ricca e competente per provare a diventare autonoma ma ancora frammentata e dipendente; e c’è Musk, che non siede ai vertici internazionali come capo di Stato ma possiede infrastrutture che i capi di Stato devono considerare.
Venere, in questo quadro, è quasi un pretesto. Un radar che la NASA potrebbe non consegnare costringe l’Europa a costruirne uno proprio. Quel radar vale molto meno, economicamente, di una portaerei o di un gasdotto. Ma racconta lo stesso fenomeno: un alleato che si ritira da uno spazio lascia a qualcun altro la possibilità di occuparlo.
La geopolitica del Novecento ci ha insegnato a guardare chi controlla il petrolio, i mari e i passaggi obbligati. Quella del XXI secolo richiede di aggiungere una domanda: chi controlla i razzi, le orbite e le reti attraverso cui passa la nostra capacità di comunicare, osservare e muoverci nello spazio? Perché è lassù che una parte del potere mondiale ha già cominciato a cambiare proprietario.



