Uguaglianza o giustizia? Il caso del trattato Māori

Può un documento firmato nel 1840 scuotere oggi le strade, il Parlamento e le identità di un intero Paese? In Nuova Zelanda sì. Il trattato di Waitangi, firmato tra la Corona britannica e diverse tribù Māori, è il fondamento legale e simbolico della convivenza tra popolazione indigena e colonizzatori.

Ma se per alcuni è un patto da rispettare e attualizzare, per altri è una zavorra del passato da riformare, o peggio, un ostacolo all’uguaglianza.

Per mesi il Parlamento neozelandese è stato al centro di una polemica senza precedenti. Tutto è iniziato con una proposta di legge avanzata dal partito di destra Act, alleato della coalizione di governo, che voleva ridefinire per legge i “principi” del trattato.

Principi che finora sono stati interpretati dai tribunali, ma mai codificati dal Parlamento. Secondo i promotori, era arrivato il momento di stabilire regole chiare: sovranità del governo, diritti originari dei Māori e uguaglianza assoluta di tutti i cittadini davanti alla legge.

Un’apparente razionalizzazione giuridica, che però ha scatenato una risposta di massa. Oltre 300.000 persone hanno presentato osservazioni contrarie alla commissione parlamentare – il numero più alto mai registrato nella storia legislativa del Paese – e decine di migliaia hanno marciato in segno di protesta.

La legge è stata infine respinta in seconda lettura con 112 voti contrari su 123. A favore, solo i parlamentari dell’Act.

Per capire perché questo disegno di legge abbia sollevato tanto scalpore, bisogna guardare alla storia recente della Nuova Zelanda. Negli ultimi trent’anni, i principi del trattato sono stati usati per correggere i danni sociali e culturali inflitti ai Māori durante la colonizzazione.

Hanno ispirato riforme nel campo della sanità, dell’istruzione, dell’accesso alla terra. Non sono solo simboli: sono stati strumenti concreti di equità.

Parliament House. Wellington, New Zealand- By Michal Klajban – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37719038

Chi si opponeva alla legge temeva che il nuovo testo volesse svuotare questo impianto di senso, riducendo tutto a un’idea formale di uguaglianza. In un Paese in cui gli indigeni hanno tuttora aspettative di vita più basse, tassi più alti di incarcerazione e un accesso più difficile ai servizi, trattare tutti “alla pari” senza tener conto di questa disparità equivale, nei fatti, a ignorarla.

Il dibattito ha avuto anche riflessi simbolici forti: una deputata Māori ha inscenato una haka – la danza cerimoniale del suo popolo – in Parlamento, mentre un altro parlamentare è stato allontanato per aver accusato i promotori della legge di mentire sulla sua natura.

Il clima si è fatto teso, ma anche chiarificatore: la Nuova Zelanda ha dovuto guardarsi allo specchio e chiedersi cosa significhi davvero “coesione sociale”.

Da parte dei proponenti, l’intento dichiarato era proprio quello: porre fine a privilegi etnici e creare un modello neutrale, dove tutti i cittadini abbiano diritti uguali.

Ma molti hanno visto in questa posizione un tentativo di cancellare con un colpo di spugna decenni di riconoscimento delle disuguaglianze storiche. E anche il partito di governo, inizialmente alleato tecnico dell’Act, si è sfilato prima del voto decisivo.

La proposta è quindi naufragata, ma il dibattito è tutt’altro che chiuso. Il leader dell’Act promette di continuare la battaglia culturale ed elettorale, proponendo persino un referendum nazionale sul tema.

Tuttavia, il verdetto parlamentare è chiaro: ridefinire i rapporti tra indigeni e istituzioni non è solo una questione di leggi, ma di memoria, fiducia e riconoscimento reciproco.

Per chi osserva da lontano – dall’Italia, ad esempio – questa vicenda racconta molto più che una lite costituzionale in un arcipelago del Pacifico. Racconta quanto sia fragile l’equilibrio tra uguaglianza formale e giustizia sostanziale. E quanto la storia, anche quando sembra archiviata, continui a bussare alle porte della politica.

Rappresentazione della firma del Trattato di Waitangi nel 1840, che portò la Nuova Zelanda e i Māori nell’Impero britannico – By Archives New Zealand from New Zealand – Reconstruction of the Signing of the Treaty of Waitangi, Marcus King, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=51249748