UE 2025: progressi, pochi, esclusioni, tante

I numeri che seguono arrivano da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, e sono raccolti nell’edizione 2025 di “Key figures on European living conditions“. Non sono semplici tabelle: servono a fotografare come si vive nei Paesi membri — redditi, disuguaglianze, povertà, condizioni abitative, salute e benessere — e a orientare politiche pubbliche, fondi e obiettivi comuni, a partire dal traguardo 2030 del Pilastro europeo dei diritti sociali (meno 15 milioni di persone a rischio, di cui cinque milioni bambini).

Dentro questo quadro, c’è un filo che attraversa l’Europa del 2024: la sensazione che la tempesta stia passando, ma che non tutti abbiano trovato lo stesso riparo.

Il primo scatto, quello dei redditi, sembra confortante: il potere d’acquisto mediano è salito nel lungo periodo e l’Est continua a recuperare terreno. Ma la geografia della crescita ha cambiato scala: le curve non si muovono all’unisono e l’Europa “a due velocità” non è più solo un’immagine retorica. Accanto a Paesi che hanno corso, ce ne sono altri rimasti impantanati tra inflazione, salari statici e produttività in affanno. È la cornice dentro cui leggere tutto il resto.

Il cuore sociale del rapporto sta in un numero che pesa più di altri: poco più di un quinto dei residenti nell’UE è ancora a rischio di povertà o esclusione. Sono decine di milioni di persone, un’umanità che spesso non appare nelle medie.

Nel 2024 la quota è scesa rispetto all’anno precedente: un passo avanti, non una svolta. Perché se guardiamo chi viene colpito con più forza, i contorni si fanno netti: i bambini restano i più esposti, le differenze territoriali sono ampie, e l’indirizzo di casa — città, sobborgo o campagna — può bastare a spostare il destino sociale di una famiglia.

L’Europa del dopo-crisi energetica racconta anche un ritorno alla normalità dei termosifoni. La quota di persone che non riescono a riscaldare adeguatamente l’abitazione è scesa, segno che il picco dei prezzi è alle spalle e che alcune misure di sostegno hanno funzionato. Ma “normalità” non significa equità: in alcuni Paesi la povertà energetica resta a livelli doppi o tripli rispetto ai migliori, e per molte famiglie la bolletta continua a essere il punto in cui i conti non tornano.

Vale lo stesso per altre rinunce rivelatrici: la settimana di vacanza che per una parte consistente di europei resta un lusso, l’attività di svago che salta, perfino la connessione internet domestica che, nel 2025, è ancora fuori portata per una piccola ma non irrilevante minoranza.

Dentro le mura di casa, la struttura dei nuclei familiari spiega più di quanto sembri. L’Europa invecchia e si frammenta: aumentano le persone che vivono sole, si allungano i tempi dell’autonomia dei giovani adulti, restano vulnerabili i genitori soli. L’indicatore di “intensità di lavoro molto bassa” nelle famiglie — in pratica, quando si lavora pochissimo nell’arco dell’anno — colpisce proprio dove il reddito già scarseggia: tra i single senza figli e, soprattutto, tra i monogenitori. È qui che redditi bassi, lavori discontinui e servizi insufficienti diventano un groviglio difficile da sciogliere.

Poi ci sono i fattori che la politica tende a elencare, ma che nella vita pesano, eccome. Il titolo di studio, per esempio: con l’istruzione si compra futuro. Le probabilità di scivolare nella povertà o nella deprivazione si riducono drasticamente tra chi ha un’istruzione terziaria, mentre restano alte per chi si è fermato alla scuola dell’obbligo.

Sulla cittadinanza: i cittadini di Paesi terzi registrano livelli di rischio molto superiori alla media, un segnale che integrare davvero — nel lavoro, nella casa, nei servizi — non è un automatismo. Nemmeno il lavoro, da solo, basta a proteggere: la “povertà dei lavoratori” è una realtà per una parte non piccola degli occupati, segno che quantità di occupazione e qualità del lavoro non coincidono sempre.

Il capitolo dei bambini, forse, è quello che più interroga le scelte collettive. Quando il rapporto misura la deprivazione “specifica per l’infanzia” — scarpe adatte, pasti proteici, materiali per la scuola, una casa calda, una connessione per studiare — scopre che ancora troppi minori ne sono privi.

La fotografia cambia bruscamente a seconda del livello d’istruzione dei genitori e dell’accesso a servizi educativi di qualità nella prima infanzia. Dove nidi e scuole dell’infanzia sono diffusi e accessibili, l’ascensore sociale ha più possibilità di rimettersi in moto; dove mancano, il destino tende a ereditarsi.

Salute e benessere aggiungono profondità al ritratto. La maggioranza degli adulti dichiara uno stato di salute buono o molto buono, e la soddisfazione per la vita si mantiene su livelli alti rispetto a un decennio fa. Ma la forbice si riapre quando entrano in scena il reddito, la condizione di disabilità, il luogo in cui si vive.

Anche qui la lezione è didascalica: gli indicatori “oggettivi” vanno letti accanto a quelli “soggettivi”, perché accesso alle cure e percezione della propria condizione dialogano e, spesso, si smentiscono.

Da Bruxelles a Bucarest, da Lisbona a Riga, Key figures non predica miracoli: ricorda obiettivi e vie possibili. La bussola è quella del Pilastro europeo dei diritti sociali, con un traguardo chiaro per il 2030: ridurre di almeno 15 milioni il numero di persone a rischio, cinque dei quali bambini.

Non basterà confidare nella crescita che tornerà; servirà puntare dove i dati indicano i colli di bottiglia. Più istruzione nelle aree fragili, servizi per l’infanzia capillari, politiche del lavoro che alzino i salari in basso e rendano stabile ciò che oggi è precario, programmi di efficienza energetica che arrivino anche alle case dei poveri, non solo a chi può anticipare la spesa.

Se c’è un messaggio politico che attraversa queste pagine è che la convergenza europea non è una linea retta. È una rotta che va presidiata, perché i miglioramenti misurati nell’ultimo anno possono svanire se il vento cambia. La buona notizia è che l’Europa ha imparato a misurare ciò che conta, non solo il PIL. La sfida è trasformare quelle misure in azioni che si sentano nel frigorifero, nelle aule, nelle bollette, nel tempo libero di chi oggi rinuncia. È lì che si vede, davvero, se la ripresa riguarda tutti.