Dossier estate: l’Italia che è rimasta a casa

Il turismo batte record, alberghi e località italiane si riempiono, gli stranieri aumentano. Ma quasi un adulto su due non ha fatto neppure un giorno di vacanza durante l’estate e per più della metà di chi è rimasto a casa il problema è economico. I dati Eurostat confermano che non si tratta di un’impressione: nel 2025 il 35,7% degli italiani non poteva permettersi una settimana fuori casa. Era il 31,4% appena un anno prima. L’estate 2026 racconta così due Italie che abitano lo stesso Paese ma non la stessa stagione.

L’estate italiana è andata benissimo. A luglio le presenze turistiche sono aumentate del 4,4% rispetto allo stesso mese del 2025: +2,3% quelle italiane, +6% quelle straniere. Gli arrivi sono cresciuti del 4,5%. Nel primo semestre dell’anno le presenze erano già aumentate del 4,9%. Il Ministero del Turismo ha parlato esplicitamente di un’“estate italiana da record”.

Anche i soldi raccontano una stagione favorevole. A maggio il saldo della bilancia turistica italiana era positivo per 2,7 miliardi di euro. Gli stranieri avevano speso nel nostro Paese 5,4 miliardi in un solo mese, il 4,3% in più rispetto a maggio 2025.

Le spiagge erano piene, le città d’arte affollate, gli alberghi lavoravano. Le fotografie delle partenze, delle autostrade intasate e degli aeroporti sembravano restituire la consueta immagine di un Paese in vacanza. Solo che una parte enorme del Paese non era partita.

24,2 milioni rimasti a casa

Il 7 agosto Federalberghi e Tecnè hanno pubblicato un’indagine dedicata proprio agli italiani che non sarebbero andati in vacanza. Il risultato è impressionante: 24,2 milioni di maggiorenni, pari al 48,5% degli adulti, non avrebbero trascorso alcun periodo di vacanza fuori casa tra giugno e settembre 2026. Quasi uno su due.

La prima ragione indicata è quella economica. Il 52,8% di chi non parte segnala la situazione economica familiare. Seguono le difficoltà organizzative in famiglia, indicate dal 25,7%, i problemi di salute dal 24,5%, l’aumento dei prezzi dall’11,2% e gli impegni lavorativi dal 10,4%. Una quota del 6,6% avrebbe semplicemente rinviato il viaggio ad altri periodi dell’anno.

È importante essere precisi. Non significa che 24,2 milioni di italiani siano poveri. Non significa nemmeno che tutti coloro che sono rimasti a casa avrebbero voluto partire. Tra le ragioni della mancata vacanza ci sono salute, lavoro, condizioni familiari e scelte personali. Ma significa qualcosa di molto preciso: per più della metà delle persone che non sono partite il denaro ha avuto un ruolo determinante.

Il fenomeno presenta inoltre una fortissima componente generazionale: tra gli over 65 e i pensionati la quota di coloro che non avrebbero fatto alcuna vacanza durante tutta l’estate sale fino al 67%.

Federalberghi li ha chiamati “stay-cationisti”, adattando il termine inglese staycation, nato dall’unione tra stay, restare, e vacation, vacanza. È un’espressione elegante. Forse troppo. Perché trascorrere volontariamente le ferie nella propria città, godendosi casa, parchi, musei e amici, è una staycation. Restare a casa perché non ci sono i soldi per partire è un’altra cosa.

Una settimana di vacanza che un italiano su tre non può permettersi

La conferma più importante arriva da un indicatore che non misura chi sia effettivamente partito, ma chi economicamente potrebbe farlo. Il 30 luglio Eurostat ha diffuso i dati relativi al 2025 sulla capacità dei cittadini europei di sostenere la spesa per una settimana di vacanza all’anno lontano da casa.

Nell’Unione europea non poteva permettersela il 27,5% della popolazione. La percentuale era leggermente aumentata rispetto al 27% del 2024. In Italia il peggioramento è stato molto più forte. Nel 2024 non poteva permettersi una settimana di vacanza il 31,4% degli italiani. Nel 2025 la quota è salita al 35,7%. Un aumento di 4,3 punti percentuali in un solo anno.

Più di un italiano su tre. E soprattutto una netta inversione di tendenza dopo anni nei quali questo indicatore era progressivamente diminuito.

Questa volta il significato del dato non è ambiguo. Eurostat non chiede se una persona sia andata o meno in vacanza: misura l’incapacità economica di permettersi una settimana all’anno fuori casa. Nel 2025 la media europea era del 27,5%. In Italia il 35,7%. Otto punti in più.

È qui che l’estate smette di essere una questione turistica e diventa un indicatore sociale.

L’altra Italia, quella che invece parte

Il paradosso si comprende meglio guardando l’altra metà della fotografia. Secondo l’indagine Federalberghi pubblicata il 24 luglio, 36,2 milioni di italiani, comprendendo in questo caso anche i minori, avrebbero trascorso almeno un periodo di vacanza fuori casa tra giugno e settembre: 25,7 milioni di adulti e 10,5 milioni di minori. L’87,6% avrebbe scelto l’Italia.

La vacanza principale sarebbe durata mediamente 9,8 giorni, con una spesa complessiva di 917 euro a persona, circa 94 euro al giorno. Il giro d’affari stimato per l’intera estate era di circa 43 miliardi di euro.

Anche all’interno del gruppo di chi parte emergono differenze. Il 28,9% dei vacanzieri avrebbe fatto più di un periodo di vacanza oltre a quello principale. Al contrario, molte persone cercano di contenere il costo del soggiorno attraverso l’alloggio: il 28,6% utilizza la casa di parenti o amici e l’11,9% una casa di proprietà.

Non abbiamo quindi semplicemente due gruppi, chi va in vacanza e chi non ci va. Abbiamo una scala molto più articolata di possibilità economiche: c’è chi fa più viaggi durante l’estate, chi trascorre dieci giorni in albergo, chi utilizza una seconda casa, chi viene ospitato da parenti, chi accorcia il soggiorno, chi rinuncia al ristorante, chi sceglie giugno o settembre per spendere meno e, alla fine della scala, chi non parte affatto.

La vacanza diventa così uno degli oggetti attraverso i quali si può leggere la distribuzione reale del reddito disponibile.

La povertà prima della valigia

Il punto non è sostenere che non fare una vacanza equivalga alla povertà assoluta. Non è così. La povertà assoluta viene calcolata dall’Istat sulla possibilità di acquistare un paniere di beni e servizi considerati essenziali. Nel 2024 riguardava oltre 5,7 milioni di persone, il 9,8% della popolazione, e più di 2,2 milioni di famiglie. Tra i minori l’incidenza raggiungeva il 13,8%, quasi 1,3 milioni di bambini e ragazzi.

Ma intorno alla povertà assoluta esiste una fascia molto più vasta di popolazione che non è statisticamente povera e che tuttavia dispone di margini economici estremamente limitati. Nel 2025 il 18,6% degli italiani, circa 10,9 milioni di persone, era a rischio di povertà. Il 22,6%, oltre 13 milioni di persone, era a rischio di povertà o esclusione sociale.

E avere un lavoro non basta necessariamente a uscire da questa condizione. Nel 2025 il 10,2% degli occupati adulti era a rischio di povertà.

Questo dato è probabilmente uno dei più importanti per capire l’Italia che non va in vacanza. Perché la rinuncia non riguarda soltanto chi è privo di reddito. Riguarda anche persone che lavorano, pagano l’affitto o il mutuo, fanno la spesa, pagano le bollette e, dopo aver sostenuto le spese incomprimibili, scoprono che il reddito disponibile è terminato.

La vacanza viene dopo. E quindi salta.

Foto Sean MacEntee / Wikimedia Commons – CC BY 2.0

Il lavoro c’è, il potere d’acquisto molto meno

Negli ultimi due anni le retribuzioni hanno iniziato a recuperare parte del terreno perso durante la grande fiammata inflazionistica. Ma il recupero è ancora incompleto. A giugno 2026 le retribuzioni contrattuali orarie erano aumentate del 2,4% rispetto a giugno dell’anno precedente; nella media dei primi sei mesi dell’anno la crescita era stata del 2,6%.

Nello stesso periodo, però, l’inflazione ha ripreso a correre: +3% a giugno e +2,9% a luglio. A luglio sono aumentati su base mensile anche i prezzi dei servizi di trasporto e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.

Soprattutto, il terreno perso negli anni precedenti non è stato ancora recuperato. Secondo l’Istat, nel settembre 2025 le retribuzioni contrattuali reali erano ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.

La conseguenza è intuitiva. Una famiglia può stare meglio rispetto al momento peggiore dell’inflazione e continuare contemporaneamente ad avere meno capacità di spesa discrezionale rispetto a pochi anni prima. E una vacanza è per definizione una delle prime spese comprimibili.

Non si può smettere di pagare l’affitto, non si può evitare la bolletta, non si può eliminare la spesa alimentare. Si può invece non partire.

Il successo del turismo non smentisce la povertà

È qui che bisogna evitare un equivoco molto diffuso. Le località turistiche piene non dimostrano che gli italiani stiano bene. E il fatto che milioni di italiani non possano permettersi una vacanza non significa che il settore turistico sia in crisi. Le due cose possono essere vere contemporaneamente.

Anzi, l’estate 2026 sembra dimostrarlo perfettamente. A luglio le presenze straniere nelle strutture italiane sono cresciute del 6%, più del doppio rispetto all’aumento delle presenze italiane, pari al 2,3%. Nei mesi di luglio e agosto Federturismo-Confindustria ha stimato una crescita dell’8,3% della presenza di turisti stranieri.

Già nel 2025 la spesa dei viaggiatori stranieri in Italia era aumentata del 4,6%, raggiungendo livelli tali da contribuire a un surplus turistico di 22,7 miliardi di euro.

L’Italia può quindi diventare contemporaneamente più attraente per chi viene da fuori e meno accessibile per una parte di chi ci vive. Non è una contraddizione economica. È una questione distributiva.

Il pienone misura quante camere sono occupate. La povertà misura chi può permettersi di occuparle.

Anche restare a casa costa

C’è infine un’altra faccia dell’estate 2026. Chi non è partito non necessariamente ha trascorso un’estate economica.

Giugno e luglio 2026 sono stati entrambi, a livello globale, i secondi più caldi mai registrati. In Italia si sono succedute diverse ondate di calore, con periodi prolungati di allerta soprattutto nelle città del Centro-Sud durante luglio.

E anche il caldo ha una classe sociale. Federconsumatori ha utilizzato l’espressione “cooling poverty”, povertà da raffrescamento, per indicare la disuguaglianza nell’accesso a condizioni termiche domestiche accettabili. Il problema non riguarda soltanto la possibilità di acquistare un condizionatore, ma la qualità energetica della casa, l’efficienza dell’impianto e soprattutto la possibilità di pagare l’energia necessaria a utilizzarlo.

Secondo una simulazione dell’Osservatorio nazionale Federconsumatori, una famiglia di tre persone con condizionatori vecchi e poco efficienti può arrivare a spendere 159,20 euro al mese per sette ore giornaliere di utilizzo, contro 66,40 euro con apparecchi ad alta efficienza. Una differenza del 140%.

Il dato sanitario nazionale, fortunatamente, invita a non drammatizzare oltre ciò che le statistiche consentono: a luglio la mortalità complessiva degli over 65 nelle città monitorate è risultata sostanzialmente in linea con quella attesa, anche se gli eccessi registrati in alcune aree hanno interessato soprattutto gli ultraottantacinquenni.

Ma il punto sociale resta. La stessa temperatura esterna non produce la stessa estate per tutti. C’è chi la affronta in un albergo sul mare, chi in una seconda casa, chi in un appartamento ben isolato con climatizzazione efficiente e chi in una casa calda, energeticamente inefficiente, domandandosi quante ore di condizionatore possa permettersi di accendere.

La vacanza non è un lusso nel senso in cui pensiamo

Si potrebbe liquidare tutto con un’obiezione semplice: andare in vacanza non è un bene essenziale. È vero. Non lo è nello stesso senso del cibo, della casa, dei farmaci o dell’energia.

Ma proprio per questo l’indicatore europeo sulla possibilità di permettersi una settimana fuori casa è interessante: misura qualcosa che si trova appena oltre la pura sopravvivenza.

Una società non è composta soltanto da persone che riescono a mangiare e avere un tetto. È composta da persone che possono riposare, avere relazioni, partecipare alla vita sociale, concedere ai figli esperienze diverse dalla quotidianità, interrompere temporaneamente il lavoro e cambiare ambiente.

Non a caso la Costituzione italiana riconosce all’articolo 36 il diritto del lavoratore alle ferie annuali retribuite. Il diritto alle ferie, però, garantisce il tempo. Non garantisce di avere il denaro necessario per utilizzare quel tempo.

Si può avere una settimana libera e passarla a casa perché non ci sono 500, 800 o 1.000 euro da spendere. Ed è probabilmente questa la frontiera meno visibile della povertà contemporanea: non necessariamente la privazione assoluta, ma la progressiva esclusione da ciò che per gli altri costituisce normalità.

Una stessa estate, due Paesi

L’estate 2026 lascia quindi dietro di sé due fotografie apparentemente incompatibili. Nella prima c’è un’Italia turistica fortissima: le presenze crescono, gli stranieri aumentano, la bilancia turistica produce miliardi di avanzo, gli alberghi si riempiono. Milioni di italiani partono e una parte di loro riesce a permettersi anche più di un viaggio.

Nella seconda fotografia ci sono 24,2 milioni di adulti che non fanno alcuna vacanza estiva. E dietro quel numero ce n’è uno ancora più significativo: il 35,7% degli italiani non riesce economicamente a permettersi una sola settimana all’anno lontano da casa.

Le due fotografie non si annullano. Sono la stessa fotografia. Raccontano un Paese nel quale il turismo può prosperare mentre aumenta la difficoltà di una parte consistente della popolazione ad accedervi. Un Paese nel quale l’occupazione cresce ma più di un lavoratore su dieci resta a rischio di povertà, nel quale i redditi recuperano lentamente mentre il potere d’acquisto perduto negli anni dell’inflazione rimane lontano dall’essere ricostituito, nel quale 5,7 milioni di persone sono già in povertà assoluta e milioni di altre vivono appena sopra quella soglia, costrette a selezionare continuamente ciò a cui rinunciare.

La povertà non comincia nel momento in cui manca il pane. Molto prima si rinuncia al ristorante, poi a qualche acquisto, poi a un’attività per i figli, poi a una spesa imprevista, poi a una settimana fuori casa.

Ed è proprio per questo che forse l’Italia che non è andata in vacanza merita di essere osservata almeno quanto quella che ha riempito spiagge, alberghi e aeroporti. Perché è lì, nelle rinunce considerate non essenziali, che spesso la povertà comincia a diventare visibile prima ancora che le statistiche la chiamino povertà.

Foto Raysonho / Wikimedia Commons – CC0