Sulla costa dell’Oceano Indiano il Kenya mostra uno dei volti più fortunati della propria economia. Malindi e Watamu fanno parte di un circuito turistico che nel 2025, insieme a Kilifi e Lamu, ha registrato 1,22 milioni di pernottamenti alberghieri, contro i 919 mila dell’anno precedente. Spiagge, resort, parchi marini e collegamenti internazionali hanno riportato nell’area visitatori e investimenti dopo anni difficili per il turismo. A pochi chilometri dagli alberghi, però, esiste un’altra infrastruttura, assai meno visibile a chi arriva dall’estero: quella che dovrebbe consentire a una donna di sopravvivere a una complicazione durante il parto. Ed è qui che la contea di Kilifi continua a mostrare uno dei divari più profondi del Kenya.
Il dato più citato sulla mortalità materna locale è impressionante: 532 decessi ogni 100 mila nati vivi, contro una media nazionale di 355. Vale però la pena precisare una cosa che nelle cronache di questi giorni è andata persa. Quelle cifre non risalgono al 2022, come è stato scritto in diversi articoli, ma al censimento nazionale del 2019. Lo conferma lo stesso Ufficio nazionale di statistica del Kenya, che nell’aprile scorso ha pubblicato una scheda aggiornata sulla contea: 532 per Kilifi, 355 per il Paese, entrambi riferiti al 2019. Anche l’Unicef utilizza quella stessa fonte quando descrive Kilifi come una delle aree nelle quali la maternità rimane particolarmente rischiosa.
Questo non significa che in Kenya nulla sia cambiato. Al contrario, le stime internazionali più recenti elaborate da Organizzazione mondiale della sanità, Unicef, Unfpa, Banca Mondiale e Nazioni Unite collocano nel 2023 la mortalità materna nazionale intorno a 149 decessi ogni 100 mila nati vivi. È un numero molto inferiore ai 355 rilevati dal censimento quattro anni prima, anche se le diverse metodologie statistiche sconsigliano confronti troppo meccanici fra le due rilevazioni. Il dato serve però a mostrare una realtà importante: il Kenya ha compiuto progressi, mentre all’interno del Paese persistono aree nelle quali il rischio rimane molto più elevato. Kilifi continua infatti a essere inserita nei programmi nazionali e internazionali tra le contee ad alto carico di mortalità materna e neonatale.
Nel 2019 l’84,6 per cento dei parti di Kilifi avveniva già in una struttura sanitaria; nel 2022 il 77,3 per cento delle donne risultava avere effettuato almeno quattro controlli prenatali. Non siamo dunque di fronte soltanto a una popolazione che partorisce lontano dagli ospedali o che rifiuta sistematicamente la medicina moderna. Una parte consistente delle donne entra nel sistema sanitario. La domanda è cosa accada dopo.
Da decenni gli studi sulla mortalità materna utilizzano il cosiddetto modello dei “tre ritardi”. Il primo si verifica quando una complicazione non viene riconosciuta tempestivamente o si tarda a chiedere assistenza; il secondo durante il tragitto necessario per raggiungere una struttura in grado di intervenire; il terzo quando la paziente è arrivata in ospedale ma non riceve abbastanza rapidamente il trattamento necessario. È uno schema particolarmente utile per leggere Kilifi, perché nella stessa contea possono presentarsi tutti e tre i problemi: informazioni insufficienti sulla gravidanza, grandi distanze, trasporti difficili e, una volta raggiunta una struttura, carenze di personale, sangue, farmaci o apparecchiature.
Nell’emergenza ostetrica il tempo non ha lo stesso significato che ha in molte altre patologie. Una grave emorragia dopo il parto può diventare mortale nell’arco di poche ore. Per questo un sistema sanitario non può limitarsi ad avere “un ospedale” sulla carta: occorrono capacità chirurgica, trasfusioni, farmaci uterotonici, personale addestrato e un sistema di trasferimento che funzioni senza interruzioni. Quando uno solo di questi anelli si spezza, l’esistenza di una struttura sanitaria non garantisce più l’esistenza di una cura.
Le cronache recenti raccolte dall’Associated Press mostrano precisamente questa fragilità. In un caso, una donna con una grave emorragia avrebbe trascorso quattro ore nell’ospedale di Malindi prima di poter essere trasferita al maggiore ospedale di riferimento di Kilifi, distante circa un’ora lungo una strada dissestata. In un altro, durante un ricovero seguito a un parto cesareo, ai familiari sarebbe stato chiesto ripetutamente di acquistare medicinali in farmacie private. Non è possibile ricavare da due episodi una diagnosi dell’intero sistema sanitario, e il governo della contea non ha risposto all’AP sulle circostanze specifiche di quei decessi. Ma i due casi descrivono esattamente il secondo e il terzo dei “ritardi” che la letteratura scientifica considera determinanti nella mortalità materna: arrivare dove esistono cure adeguate e riceverle immediatamente una volta arrivati.
La contea conosce il problema e negli ultimi anni ha investito per ridurlo. Nel febbraio 2026 l’ospedale di Malindi ha inaugurato una nuova ala maternità da 40 posti letto, due sale operatorie completamente attrezzate e un’ambulanza riservata alle emergenze materne e neonatali. Il progetto si inserisce in un ampliamento più generale dell’ospedale, che comprende terapia intensiva, rinnovamento delle sale chirurgiche e rafforzamento del sistema di riferimento. Nei documenti finanziari della contea sono inoltre previste nuove assunzioni di medici, infermieri, radiologi e farmacisti, il completamento di maternità periferiche e il potenziamento degli operatori sanitari di comunità.
Il paradosso è che proprio l’apertura della nuova maternità dimostra quanto fosse profondo il deficit precedente. Una struttura con due sale operatorie e un’ambulanza ostetrica non rappresenta un lusso tecnologico: costituisce la dotazione minima necessaria quando un’emorragia, un’eclampsia o un travaglio ostruito trasformano in pochi minuti un parto normale in un’emergenza. Nel 2025 le autorità sanitarie locali hanno contato 36 morti materne; nel giugno successivo la contea ha dichiarato di averne registrate 81 nell’arco di circa un anno e mezzo, presentando il dato come un miglioramento rispetto al passato. Sono numeri assoluti, non tassi, e quindi non possono essere confrontati direttamente con i 532 decessi ogni 100 mila nati vivi del censimento. Ma indicano che la mortalità materna non è a Kilifi un problema statistico appartenente al passato.

C’è poi una questione più ampia che riguarda il modo in cui è organizzata la sanità keniota. Dal 2013 l’erogazione dei servizi sanitari è stata trasferita alle 47 contee, mentre il governo centrale conserva la responsabilità delle politiche sanitarie, della regolamentazione e dei grandi ospedali nazionali. La devoluzione ha consentito di aumentare strutture e personale in molte zone del Paese, ma ha anche fatto dipendere una parte della qualità dell’assistenza dalla capacità finanziaria e amministrativa delle singole contee. È quindi possibile che miglioramenti nazionali importanti convivano con differenze territoriali molto marcate.
A rendere più fragile questo equilibrio è arrivata, dall’inizio del 2025, la drastica riduzione degli aiuti sanitari americani. Anche in questo caso occorre evitare una spiegazione troppo comoda. Le difficoltà di Kilifi precedono di molti anni il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: il dato di 532 morti materne risale al 2019 e quindi sarebbe scorretto attribuire agli attuali tagli americani l’origine del problema. Ma altrettanto scorretto sarebbe sostenere che il ritiro dei finanziamenti non abbia conseguenze su un sistema che dipendeva in misura consistente dagli aiuti esterni.
Nel 2024 gli Stati Uniti avevano destinato circa 730 milioni di dollari all’assistenza sanitaria in Kenya. All’inizio del 2025 gran parte di quel finanziamento è stata improvvisamente sospesa. Uno studio pubblicato nell’agosto 2026 su BMC Public Health descrive l’effetto come uno “shock di sistema”: licenziamenti di personale tecnico, interruzioni della logistica e indebolimento dei sistemi informativi sanitari, con conseguenze particolarmente evidenti nei programmi per Hiv e tubercolosi ma capaci di propagarsi all’intera rete sanitaria. Un’analisi dell’Università di Nairobi calcola che i finanziamenti sanitari esterni siano precipitati da 126 a 54 miliardi di scellini kenioti nell’esercizio 2025-2026.
Anche qui, tuttavia, la realtà è più complicata dello slogan “Trump taglia i fondi e le donne muoiono”. L’analisi dell’Università di Nairobi osserva che, sommando finanziamenti pubblici, fondi multilaterali e nuovi donatori, la salute riproduttiva risulta persino sovrafinanziata rispetto al fabbisogno quantificato sulla carta. Il problema è che i finanziamenti internazionali sono spesso vincolati a programmi specifici e non possono essere trasferiti liberamente dove emerge una carenza. Può dunque esserci denaro per un progetto e mancare contemporaneamente il farmacista, l’autista dell’ambulanza o il sistema logistico che porta una sacca di sangue nel luogo in cui serve. È uno dei limiti del modello sanitario costruito per decenni in molti paesi africani: una somma di programmi verticali molto efficienti nel raggiungere determinati obiettivi, ma non necessariamente capace di produrre un sistema pubblico altrettanto robusto nel suo complesso.
Il governo keniota sta cercando di reagire aumentando il finanziamento interno. Il nuovo piano nazionale Every Woman Every Newborn Everywhere 2026-2028 concentra gli interventi nelle 26 contee con il maggior numero di decessi materni e neonatali. Nell’agosto scorso il ministero della Salute ha annunciato investimenti per circa 12,5 miliardi di scellini: quattro miliardi per parto e assistenza neonatale, un miliardo per farmaci e dispositivi salvavita, 2,5 miliardi per la pianificazione familiare e cinque miliardi l’anno per l’assunzione di cinquemila infermieri. Sono inoltre previste dieci strutture specializzate per la salute materna e neonatale.
È un programma rilevante, ma la storia della mortalità materna suggerisce che costruire strutture e acquistare apparecchiature è soltanto una parte della soluzione. La domanda decisiva riguarda ciò che accade alle due del mattino quando una donna comincia a sanguinare in un villaggio lontano: chi riconosce l’emergenza, quale mezzo la trasporta, quale strada percorre, quale ospedale la riceve, se in quel momento c’è un chirurgo, se il sangue necessario è disponibile e se i medicinali sono nello scaffale dell’ospedale anziché in una farmacia privata.
La questione supera del resto i confini del Kenya. Nel 2023 circa 260 mila donne sono morte nel mondo per cause legate alla gravidanza e al parto. Il 70 per cento di quei decessi — circa 182 mila — si è concentrato nell’Africa subsahariana. Nello stesso periodo la regione ha però ridotto la propria mortalità materna di circa il 40 per cento rispetto al 2000. Anche qui convivono due verità: c’è stato un progresso enorme e il divario rimane enorme. Il tasso dell’Africa subsahariana nel 2023 era di circa 454 morti ogni 100 mila nati vivi, mentre nei paesi ad alto reddito il rischio è ormai una piccola frazione di quello.
Kilifi permette di capire perché. La medicina conosce da tempo gran parte delle cause che uccidono durante il parto e dispone degli strumenti necessari per affrontarle. L’emorragia, l’ipertensione, l’eclampsia, le infezioni e il travaglio ostruito non sono misteri clinici irrisolti. Ciò che trasforma una complicazione trattabile in una morte è spesso la distanza fra la conoscenza medica e la capacità materiale di applicarla in tempo.
Su questa costa la distanza può essere particolarmente stridente. Da una parte un’economia turistica capace di portare centinaia di migliaia di pernottamenti nelle località dell’Oceano Indiano e di sostenere resort, ristoranti e collegamenti internazionali; dall’altra villaggi nei quali la qualità dell’assistenza dipende ancora dalla possibilità di trovare rapidamente un mezzo, raggiungere una struttura meglio attrezzata e sperare che ciò che serve sia disponibile una volta arrivati.
Non è il contrasto fra modernità e arretratezza, formula troppo semplice per spiegare il Kenya di oggi. È piuttosto il contrasto fra due velocità dello stesso sviluppo. Un Paese può crescere, attirare investimenti, aumentare i parti assistiti e ridurre la mortalità nazionale, mentre una parte dei suoi cittadini continua a vivere a una distanza sanitaria molto maggiore dagli altri.



