Il Sud dei 75 minuti: quanto costa restare

Settantacinque minuti non sono una metafora. Sono una misura amministrativa. Nella classificazione con cui lo Stato individua le cosiddette aree interne, un Comune diventa “ultraperiferico” quando dista più di 75 minuti dal più vicino centro capace di offrire contemporaneamente alcuni servizi considerati essenziali: l’intera offerta scolastica secondaria, un ospedale dotato di Dipartimento di emergenza e accettazione di primo livello e una stazione ferroviaria di una certa importanza. Fino a 40 minuti il Comune viene definito intermedio, tra 40 e 75 periferico, oltre quella soglia ultraperiferico.

C’è però un particolare meno appariscente che aiuta a capire meglio di molte definizioni cosa significhi vivere in quei territori: i tempi sono calcolati in automobile. Non con il trasporto pubblico, non tenendo conto delle coincidenze, della frequenza degli autobus o dell’esistenza stessa di una linea utilizzabile, ma sulla base del tempo necessario a percorrere la distanza in macchina. Il Piano strategico nazionale delle aree interne riconosce del resto esplicitamente che, per chi vive nei piccoli Comuni interni, il trasporto su strada costituisce spesso l’unica possibilità di raggiungere i servizi essenziali.

È una precisazione importante, soprattutto quando si parla del Mezzogiorno. Perché quei 75 minuti rappresentano in qualche modo la misura migliore possibile dell’isolamento: presuppongono che una persona abbia una patente, un’automobile a disposizione, possa guidare e possa permettersi di mantenerla. Per un ragazzo che deve andare a scuola, per un anziano che non guida più, per una famiglia con una sola macchina o per chi semplicemente non ne possiede una, la distanza effettiva può essere molto maggiore.

Ed è proprio nel Mezzogiorno che la questione assume dimensioni difficili da considerare marginali. Secondo l’Istat, oltre sette milioni di persone vivono nelle aree interne meridionali. Significa che più del 36 per cento della popolazione del Mezzogiorno abita lontano dai principali centri di erogazione dei servizi; al Nord la quota è inferiore al 15 per cento. Il problema non riguarda dunque qualche borgo sperduto sull’Appennino, ma una parte consistente della geografia sociale meridionale.

Le ultime previsioni demografiche dell’Istat, diffuse alla fine di agosto, indicano dove potrebbe condurre la tendenza attuale. Gli abitanti delle aree interne del Mezzogiorno passerebbero dai 7,1 milioni del 2025 a circa 6 milioni nel 2050: 1,1 milioni di residenti in meno. Nelle aree interne del Nord, nello stesso periodo, la perdita prevista è di circa 122 mila persone. Il ritmo di contrazione meridionale sarebbe quindi circa quattro volte superiore. Anche i centri del Sud perderebbero abitanti, da 12,6 a 10,8 milioni, ma la caduta sarebbe ancora più rapida nei territori lontani dai servizi.

È per questo che il discorso sulla denatalità rischia di diventare insufficiente. Non perché il numero sempre più basso di nascite sia irrilevante, né perché si possa negare l’invecchiamento della popolazione. Il punto è stabilire dove cominci la causa e dove l’effetto. Una comunità che perde abitanti rende più difficile mantenere una scuola, un presidio sanitario, un autobus o un negozio. Ma la chiusura della scuola, la riduzione degli autobus e l’allontanamento della sanità rendono, a loro volta, meno conveniente continuare ad abitare in quella comunità. Presentare lo spopolamento soltanto come un fatto demografico rischia quindi di trasformare in fenomeno naturale ciò che è almeno in parte il risultato di decisioni economiche e amministrative.

La differenza si vede anche nelle risorse destinate ai servizi. Gli ultimi dati disponibili dell’Istat sulla spesa sociale dei Comuni, relativi al 2022, mostrano un divario impressionante: 78 euro per abitante nel Sud contro 207 nel Nord-Est. Se si considerano contemporaneamente dimensione dei Comuni e collocazione geografica, la forbice diventa ancora più larga: nei centri meridionali fino a duemila abitanti la spesa media era di 51 euro pro capite, contro 220 euro nei piccoli Comuni del Nord-Est. E indipendentemente dalla latitudine, i Comuni delle aree interne disponevano in media di 122 euro a residente, contro i 158 delle aree centrali.

In altri termini, la distanza dal servizio tende a sommarsi alla minore disponibilità del servizio stesso. Il cittadino che vive più lontano deve percorrere più strada per raggiungere un sistema pubblico che, mediamente, dispone anche di meno risorse.

La sanità rende questo meccanismo particolarmente evidente. Nel Rapporto annuale 2026 l’Istat segnala nel Mezzogiorno un minore ricorso alle prestazioni ambulatoriali, livelli più elevati di ospedalizzazione e una maggiore mortalità evitabile. Per chi vive nelle aree interne meridionali è inoltre particolarmente alta la mobilità ospedaliera fuori regione. L’Istat conclude che proprio nel Mezzogiorno e nelle aree interne occorre rafforzare i servizi sanitari territoriali e migliorare l’accesso alle cure.

Anche in questo caso il dato geografico diventa un dato sociale. Avere un ospedale lontano non significa semplicemente trascorrere più tempo in automobile. Significa organizzare qualcuno che accompagni una persona anziana, assentarsi dal lavoro per una visita, pagare carburante e pedaggi, affrontare spostamenti ripetuti per una terapia. La distanza ha un costo, solo che non compare nei bilanci pubblici sotto la voce “isolamento”. Viene trasferito sulle famiglie.

Da questo punto di vista, si potrebbe parlare di una vera e propria tassa della distanza. Non viene riscossa dallo Stato ma è pagata comunque: attraverso l’automobile obbligatoria, il tempo necessario agli spostamenti, le ore di lavoro perse, la necessità di accompagnare figli e anziani, fino alla decisione di trasferirsi altrove quando questi costi diventano incompatibili con la vita quotidiana.

Non è un problema scoperto oggi. La Strategia nazionale per le aree interne nasce nel 2014 proprio con l’obiettivo di contrastare il declino demografico ed economico dei territori periferici, migliorandone contemporaneamente servizi e opportunità di sviluppo. A oltre dieci anni di distanza, però, una valutazione pubblicata dalla Banca d’Italia nel dicembre scorso restituisce risultati molto meno rassicuranti della quantità di programmi, sigle e finanziamenti accumulati nel frattempo.

Nei Comuni coinvolti dalla SNAI non emerge un effetto significativo sulla crescita della popolazione; si registra un incremento di circa il 2 per cento delle unità locali delle imprese, ma senza conseguenze statisticamente significative sull’occupazione e sui prezzi delle abitazioni. Soprattutto, i risultati sono migliori nei Comuni dotati di maggiore capacità amministrativa e nelle aree del Centro-Nord.

Foto Tiziana Mercurio / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

È quasi un paradosso. Una politica costruita per aiutare i territori più fragili funziona meglio là dove le amministrazioni sono già più attrezzate per progettare, spendere, rendicontare e coordinare gli interventi. Lo stesso Piano nazionale ammette che la precedente programmazione è stata rallentata dalla carenza di personale e di capacità progettuale nelle amministrazioni locali, dalla complessità delle procedure e dal continuo mutamento delle regole.

E proprio intorno al Piano si è consumata nel 2025 una vicenda che vale la pena ricordare, senza attribuirle un significato diverso da quello che ha avuto. Nella versione approvata dalla Cabina di regia il 9 aprile era confluito un passaggio proveniente da uno studio del Cnel che indicava, tra le possibili strategie per le aree più compromesse, un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”.

La formulazione provocò una forte polemica politica e istituzionale. Il ministro per le Politiche di coesione Tommaso Foti sostenne che quel passaggio non rappresentava l’indirizzo del governo ma proveniva dagli studi allegati al Piano. Alla fine di luglio la Cabina di regia fu nuovamente convocata e i paragrafi contestati vennero eliminati dal testo, mentre gli studi di Cnel e Censis rimasero tra gli allegati. Nella versione ufficiale oggi disponibile la formula dello “spopolamento irreversibile” non compare.

La correzione è sostanziale e va registrata. Ma la polemica aveva comunque messo in luce il problema che resta sul tavolo: cosa fare quando un territorio ha perso una quota tale di popolazione, giovani, attività e servizi da rendere enormemente costoso invertirne la traiettoria? Continuare a investire con l’obiettivo di riportare abitanti oppure garantire soprattutto condizioni dignitose a quelli che rimangono? La domanda è scomoda perché dietro la parola “efficienza” si nasconde inevitabilmente una scelta su quanta disuguaglianza territoriale uno Stato considera accettabile.

È dentro questa contraddizione che acquistano un significato diverso persino le celebri “case a un euro”, diventate negli ultimi anni una delle immagini mediatiche del tentativo di riportare abitanti nei borghi spopolati. E il fenomeno riguarda eccome il Mezzogiorno. Mussomeli, Cammarata e Sambuca di Sicilia sono soltanto alcuni dei Comuni che hanno sperimentato formule del genere. A Cammarata il programma è tuttora presente sul sito istituzionale del Comune; a Sambuca l’ultima operazione ha portato il prezzo di partenza a tre euro.

Naturalmente nessuno acquista davvero una casa abitabile pagando una moneta. Nel bando di Sambuca l’acquirente deve ristrutturare l’immobile entro tre anni, presentare una cauzione di 5 mila euro e sostenere le spese necessarie per catasto, certificazioni, registrazione, trascrizione e compravendita. Non c’è niente di nascosto: è scritto nel bando e la cauzione viene restituita secondo le condizioni previste. Il prezzo simbolico serve a riportare sul mercato edifici abbandonati che richiedono investimenti.

Il punto, semmai, è un altro. Si può abbattere fino quasi a zero il prezzo di ingresso di un immobile, ma non si può fare altrettanto con il costo di vivere in quel luogo. Una casa può costare un euro; l’ospedale resta a un’ora di distanza. Si può cedere gratuitamente un edificio abbandonato; la scuola superiore non per questo riapre. Si può attirare un compratore straniero, un pensionato, un investitore che trasformi il fabbricato in struttura ricettiva, ma ripopolare stabilmente un territorio significa convincere famiglie in età lavorativa a costruirvi la propria vita.

E una famiglia, prima ancora di chiedersi quanto costa la casa, deve sapere dove lavorerà, dove manderà i figli a scuola, chi assisterà un genitore anziano, quale pediatra troverà, quanto impiegherà un’ambulanza, come raggiungerà una stazione. Il mercato immobiliare può essere una parte della risposta allo spopolamento, difficilmente può esserne il punto di partenza.

Forse è proprio questo il limite di molte politiche rivolte ai piccoli centri: cercare di riportare persone dove nel frattempo sono state concentrate altrove le condizioni che permettono alle persone di restare.

Le nuove previsioni demografiche dell’Istat non costituiscono una sentenza. Sono scenari costruiti proiettando tendenze esistenti, e le tendenze possono cambiare. Ma perché cambino è necessario intervenire sulle ragioni che le producono. Se nei prossimi venticinque anni le aree interne del Mezzogiorno perderanno davvero più di un milione di abitanti, non sarà soltanto perché in quei territori saranno nati pochi bambini. Sarà anche perché una parte della popolazione avrà continuato a trovare altrove servizi, lavoro e opportunità più facilmente raggiungibili.

Alla fine si torna così alla misura da cui siamo partiti. Settantacinque minuti, in automobile.

La soglia oltre la quale lo Stato stesso definisce un Comune ultraperiferico non misura soltanto una distanza geografica. Misura quanta parte della vita quotidiana di un cittadino deve essere impiegata per raggiungere ciò che altrove è vicino. E pone una domanda che le politiche demografiche possono aggirare ma non risolvere: prima di chiedersi come convincere le persone a tornare nel Sud interno, bisognerebbe chiedersi quanto costa, oggi, scegliere di rimanerci.

Foto Simon Legner / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0