Per anni la Tanzania è stata venduta al mondo come l’eccezione felice del continente: un Paese di pace, safari, unità nazionale, un Kiswahili che tiene insieme più di cento gruppi etnici, nessuna guerra civile, niente colpi di Stato. Una cartolina perfetta da mettere nelle brochure del turismo e nei report delle istituzioni internazionali, che ne esaltavano la “stabilità” come se fosse una categoria morale.
Oggi quella cartolina brucia sulle barricate di Dar es Salaam. Le elezioni del 29 ottobre, in cui la presidente Samia Suluhu Hassan è stata proclamata vincitrice con quasi il 98 per cento dei voti dopo aver escluso i principali partiti di opposizione dalla competizione, hanno aperto una faglia che attraversa tutto il Paese.
Nelle strade, la “nazione pacifica” ha visto l’esercito e la polizia sparare sui manifestanti. Centinaia di persone sono state uccise secondo le Nazioni Unite, mentre l’opposizione parla di cifre che superano le mille vittime. I corpi, raccontano testimoni e attivisti, sarebbero stati portati via dagli obitori verso destinazioni sconosciute; per giorni Internet è stato oscurato, interrompendo comunicazioni, lavoro, la possibilità stessa di documentare quanto stava accadendo.
Almeno 240 persone sono state arrestate e accusate di tradimento. Tra loro ci sono dirigenti di Chadema, il principale partito di opposizione, escluso dalle elezioni insieme ad altre formazioni critiche verso il potere.
Il suo leader, Tundu Lissu, è in carcere con accuse di alto tradimento; il suo vice, John Heche, è stato detenuto per due settimane in isolamento, accusato di “cospirazione per commettere terrorismo”, e oggi è fuori solo su cauzione. Il messaggio è chiaro: contestare il monopolio del partito al governo, il Chama Cha Mapinduzi, non è una normale attività politica, è un reato contro lo Stato.
Di fronte alla pressione internazionale, la presidente Hassan ha rotto il silenzio. In Parlamento ha detto di essere addolorata, ha espresso condoglianze, ha promesso una commissione d’inchiesta “sulle cause profonde della violenza” e ha annunciato che le accuse contro i giovani “semplicemente travolti dalla marea” saranno ritirate. Ha parlato “da madre e custode della nazione”, invocando riconciliazione e pace.
Ma ha anche difeso l’operato delle forze di sicurezza e non ha fornito alcun numero sulle vittime. Per Chadema e per molti familiari dei morti e dei desaparecidos, quelle parole somigliano più a un tentativo di chiudere il fascicolo che a una vera assunzione di responsabilità.
Da Washington intanto arrivano frasi durissime: senatori repubblicani e democratici chiedono di rivedere la relazione con la Tanzania, l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk parla di “abominio” e chiede un’indagine indipendente sulle uccisioni e sulle accuse di occultamento delle prove.
È lo stesso linguaggio che abbiamo imparato a riconoscere in altre crisi africane: forte nei comunicati, debole quando si tratta di mettere davvero in discussione alleanze e interessi economici. La Casa Bianca, presa da altre priorità, ha già declassato la “promozione della democrazia in Africa” a voce accessoria dell’agenda.
Ma per capire che cosa sta esplodendo in Tanzania non basta parlare di elezioni truccate e repressione. Bisogna guardare sotto la superficie della “stabilità” sbandierata da anni. Con una crescita del PIL reale attorno al 5–6 per cento annuo e un’economia considerata “resiliente” da Fondo Monetario e Banca Mondiale, la Tanzania è stata per molto tempo il “buon alunno” delle politiche di sviluppo: bassa inflazione, investimenti in infrastrutture, retorica sull’industria nascente, grandi progetti energetici.
Eppure più della metà della popolazione vive ancora con meno di 3 dollari al giorno in parità di potere d’acquisto, e circa un quarto resta sotto la soglia nazionale di povertà. Il reddito medio pro capite si aggira sui 1.200 dollari l’anno: cifre che dicono “paese a medio reddito” ai convegni, ma che nella realtà significano un’enorme maggioranza costretta a sopravvivere con pochissimo.

Agricoltura e lavoro informale assorbono la gran parte della forza lavoro. Due persone su tre lavorano ancora nei campi, spesso con rese bassissime, esposte alla siccità, alla variabilità delle piogge, al crollo dei prezzi. L’urbanizzazione galoppa, ma non porta automaticamente benessere: Dar es Salaam e le altre città crescono di milioni di abitanti che finiscono in quartieri informali, senza servizi adeguati, sospesi tra il sogno di un salario urbano e la realtà di lavoretti precari.
Ogni anno circa 700 mila giovani entrano nel mercato del lavoro; la disoccupazione ufficiale appare bassa nei grafici, ma nasconde un esercito di sottoccupati, venditori ambulanti, rider improvvisati, braccia a giornata. Se la statistica dice “lavorano”, la loro vita dice un’altra cosa: lavorano tanto, guadagnano poco, non vedono un futuro.
La povertà, in Tanzania, non è solo una questione di reddito. È debito per curarsi, è la scuola che si ferma troppo presto, è la distanza chilometrica e simbolica tra i grattacieli di vetro della capitale economica e i villaggi dove l’elettricità arriva a singhiozzo, se arriva.
È la vita nelle periferie urbane dove i prezzi del cibo aumentano più in fretta di quanto salgano i salari, anche se le statistiche dicono che l’inflazione è “sotto controllo”. È il fatto che i pochi anni di scuola ottenuti non si trasformano in lavori dignitosi, ma in qualifiche inutilizzate.
È la sensazione di essere intrappolati in un Paese che viene lodato all’estero per la sua crescita, ma che non restituisce quella crescita a chi lo abita.
Quando un governo con questi numeri decide di cancellare dalla scheda elettorale i principali partiti di opposizione e poi risponde alle proteste con proiettili veri, non sta difendendo solo il proprio potere politico. Sta difendendo un modello economico che regge finché la maggioranza povera resta silenziosa.
La retorica sull’“armonia sociale” e sull’unità nazionale serve a tenere insieme una società in cui le disuguaglianze restano profonde e in cui la generazione più giovane – quella che ha riempito le piazze in questi giorni, spesso etichettata come “Gen Z africana” – vive una distanza crescente tra le promesse di sviluppo e la realtà di disoccupazione mascherata, precarietà, costi in aumento.
Non è un caso che le proteste siano esplose proprio adesso, nel momento in cui si chiedeva ai cittadini di ratificare una continuità politica che molti percepiscono come un blocco totale del cambiamento. La repressione è stata pensata per ristabilire il controllo, ma rischia di produrre l’effetto opposto: trasformare un malessere diffuso e spesso silenzioso in un rifiuto radicale del patto sociale.
Quando le famiglie passano da un lutto all’altro, quando non sanno dove siano i corpi dei figli, quando vedere un video di una manifestazione può bastare a finire sotto accusa di terrorismo, la “pace” di cui parlano i comunicati ufficiali non ha più senso.
Anche l’Occidente, al solito, si muove su due binari. Da un lato, la Tanzania resta un partner importante per i programmi di cooperazione, per la sicurezza regionale, per gli equilibri nell’Africa orientale. È un paese chiave nei corridoi commerciali, nelle rotte dell’energia, nei progetti infrastrutturali che piacciono alle banche multilaterali. Dall’altro, oggi, senatori e funzionari si dicono scioccati, parlano di “clima di paura”, minacciano una revisione dei rapporti.
Il rischio è che tutto si risolva in un’aggiunta di qualche frase sui diritti umani nei documenti ufficiali, senza mettere davvero in discussione quella narrazione di successo che ha accompagnato la Tanzania negli ultimi anni.
Se vogliamo guardare la realtà con onestà, dovremmo dire che le proteste di questi giorni non sono un incidente in una democrazia che ha bisogno solo di qualche riforma elettorale. Sono il sintomo di una società dove milioni di persone vivono intrappolate nella povertà mentre sentono ripetere che “l’economia va bene”; dove la promessa di sviluppo non si è trasformata in diritti, servizi, lavoro dignitoso; dove un’intera generazione rifiuta di essere una comparsa nella sceneggiatura scritta dal partito unico e benedetta dai donatori internazionali.
La Tanzania non ha perso la pace in un giorno: ha perso, pezzo dopo pezzo, la credibilità di quel racconto di armonia dietro cui si nascondevano esclusione, violenza e impunità. Se c’è una cosa che le proteste hanno reso evidente è che non si può continuare a parlare di “stabilità” quando questa stabilità è costruita sul sangue di chi chiede pane, lavoro e democrazia.
E che nessun blackout di Internet, nessuna accusa di tradimento, nessuna commissione d’inchiesta annunciata per placare le cancellerie basterà a cancellare la domanda che viene dalla strada: a chi serve davvero la tranquillità di un Paese che cresce, quando metà della popolazione resta povera e disarmata davanti ai fucili?



