In Tanzania il voto che doveva blindare un potere al governo da più di mezzo secolo si è trasformato, in tre giorni, nella crisi più grave dall’introduzione del multipartitismo. A Dar es Salaam, Arusha e Mwanza le proteste contro l’esclusione dei principali sfidanti della presidente Samia Suluhu Hassan sono andate avanti nonostante coprifuoco, chiusura di internet e presenza dell’esercito.
L’opposizione del Chadema sostiene che i morti siano ormai centinaia, circa settecento in tutto il Paese, con metà delle vittime nella capitale economica e oltre duecento nella grande città del nord. È una cifra enorme, che se confermata trasformerebbe queste elezioni nella più sanguinosa contesa politica della storia recente della Tanzania.
Ma al momento nessun organismo indipendente è in grado di verificarla: le Nazioni Unite, che hanno chiesto alle forze di sicurezza di non fare ricorso a un uso eccessivo della forza, parlano di almeno dieci vittime accertate e di molte altre persone ferite. La forbice fra i due dati dice già tutto su quanto poco trasparente sia la gestione della crisi.
La dinamica è quella che si era vista al momento del voto: un’elezione di fatto chiusa in partenza, con i leader veri dell’opposizione messi fuori gioco mesi prima, con Tundu Lissu sotto processo per tradimento e con il secondo partito di opposizione escluso d’ufficio.
Il giorno delle urne i giovani sono scesi in strada, hanno bruciato autobus, una stazione di servizio, alcuni posti di polizia; la risposta è stata immediata e militare, con lacrimogeni, colpi in aria, coprifuoco anticipato alle 18, università chiuse e oscuramento della rete.
Nel frattempo la tv di Stato continuava a dare i risultati che confermavano l’ennesima vittoria del Chama Cha Mapinduzi, il partito-Stato al potere ininterrottamente dal 1961, con percentuali quasi bulgare. È questo scarto tra il racconto ufficiale e ciò che succedeva nelle strade a fare da detonatore.
Per capire perché la piazza ha retto tre giorni anche sotto i blindati bisogna uscire dalla cronaca e guardare all’economia. La Tanzania è uno dei pochi Paesi dell’Africa orientale che può esibire una crescita vicina al sei per cento, un’agricoltura ancora forte e un turismo che, con Zanzibar e i parchi, porta valuta.

Ma resta classificata a reddito medio-basso e continua ad avere una quota altissima di popolazione che vive con pochissimo: la linea di povertà internazionale, applicata alle condizioni reali del Paese, mostra che quasi la metà dei tanzaniani è ancora povera e che se si usa una soglia più aderente al costo della vita odierno la quota di persone vulnerabili sale ancora.
In altre parole, l’economia cresce ma non libera la maggioranza dalla povertà. È lì che la chiusura politica diventa insopportabile: se non si può votare per cambiare chi governa e al tempo stesso non si esce dalla miseria, la protesta diventa l’unico linguaggio.
La presidente Hassan, arrivata al potere dopo la morte di Magufuli e presentata allora come volto di riconciliazione, oggi si trova con un mandato giuridicamente legittimo ma politicamente ferito. La sua commissione elettorale le consegnerà il risultato, ma la legittimità politica è un’altra cosa, come ha spiegato lo stesso mondo accademico di Dar es Salaam nei giorni scorsi: non basta rispettare la procedura se nel frattempo si eliminano gli avversari.
Gli osservatori europei e le principali organizzazioni per i diritti umani avevano previsto che, con campagne di arresti, denunce di sparizioni e bavaglio ai media, il voto sarebbe diventato una formalità. Le fiamme viste il 29, 30 e 31 ottobre sono la conferma di quella previsione.
La parte che conta di più è questa: la crisi tanzaniana non è solo un problema democratico, è un problema di giustizia sociale. La povertà che non cala, la disoccupazione giovanile, il rincaro del cibo e del carburante hanno tolto legittimità materiale a un sistema che ne aveva ancora una formale.
Quando poi quello stesso sistema chiude le urne ai suoi oppositori, la rabbia non si esprime più con la scheda ma con i copertoni in fiamme. È un avvertimento per tutti i Paesi africani che stanno cercando di governare l’esplosione demografica con istituzioni che non si lasciano misurare dal voto.
Se le cifre dell’opposizione fossero confermate, saremmo davanti a un massacro. Se invece si avvicinassero di più a quelle dell’ONU, saremmo comunque davanti a un segnale di rottura che il governo non può liquidare come disordini gestiti. In entrambi i casi resta vero ciò che in Tanzania oggi nessuno riesce a dire ad alta voce: non si può costruire stabilità politica su una società che resta povera e a cui si chiede pure di tacere.



