Quando la guerra bombarda anche gli ospedali

Dieci anni fa il Consiglio di sicurezza dell’ONU approvava all’unanimità la risoluzione 2286. Doveva servire a proteggere malati, feriti, medici, infermieri, ambulanze e ospedali nelle guerre. Una di quelle solenni promesse internazionali che fanno bella figura nei comunicati e pessima figura nella realtà.

Dieci anni dopo, OMS, Comitato internazionale della Croce Rossa e Medici Senza Frontiere hanno detto la cosa più semplice e più terribile: non siamo davanti a un successo, ma a un fallimento. Non un fallimento della legge, precisano. Un fallimento della volontà politica. La violenza contro strutture sanitarie, trasporti medici e personale sanitario non si è fermata. In molti contesti è peggiorata.

Tradotto dal linguaggio diplomatico: il mondo aveva promesso di proteggere gli ospedali. Poi ha continuato a guardarli bruciare. La guerra contemporanea non si limita a uccidere. Organizza l’impossibilità di sopravvivere. Colpisce l’acqua, il cibo, l’elettricità, le strade, le scuole, gli ospedali.

E quando un ospedale viene bombardato, assediato, svuotato, occupato, non muoiono soltanto le persone dentro quell’edificio. Muoiono anche quelle che avrebbero dovuto arrivarci domani: il ferito senza ambulanza, la donna senza parto sicuro, il bambino senza antibiotico, il malato cronico senza insulina, il chirurgo costretto a operare senza anestesia.

È questo che rende l’attacco alla sanità una forma particolarmente feroce di guerra contro i poveri. Chi ha soldi, passaporti, contatti, può tentare di scappare, curarsi altrove, comprare ciò che manca. Chi non ha nulla resta dove cade la bomba, e poi resta anche senza medico.

Secondo Medici Senza Frontiere, nel solo 2025 il sistema di sorveglianza dell’OMS ha registrato 1.348 attacchi contro strutture e servizi sanitari, con 1.981 morti. MSF parla di livelli record e denuncia che, dieci anni dopo la risoluzione 2286, gli attacchi alla sanità sono diventati una normalità di guerra.

La parola “normalità”, qui, dovrebbe fare più paura della parola “bomba”. Perché se un ospedale non è più un luogo protetto, allora non esiste più alcun limite. Non c’è più retrovia, non c’è più rifugio, non c’è più zona neutrale. Il malato diventa bersaglio, il medico diventa ostacolo, l’ambulanza diventa sospetta, il pronto soccorso diventa campo di battaglia. La guerra smette di distinguere tra chi combatte e chi prova semplicemente a non morire.

La risoluzione 2286, adottata il 3 maggio 2016, condannava attacchi e minacce contro feriti, malati, personale medico, operatori umanitari, mezzi di trasporto e strutture sanitarie. Chiedeva agli Stati di prevenire gli attacchi, garantire il passaggio sicuro di personale e materiali medici, indagare in modo rapido, indipendente e imparziale sulle violazioni. Sulla carta, tutto chiarissimo. Nella pratica, quasi niente.

Il CICR ha detto un’altra cosa essenziale: la stragrande maggioranza degli incidenti che colpiscono la sanità è attribuibile ad attori statali. Secondo Michael Keeffe, consulente del Comitato internazionale della Croce Rossa per la protezione dei servizi sanitari, gli Stati sono responsabili di circa l’85% degli episodi.

Foto via Wikimedia Commons el-Balah , Gaza Strip. © 2024 UNRWA Photo by Ashraf Amra Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 IGO license

Non bande isolate, non solo milizie fuori controllo, non soltanto “terroristi”. Stati. Eserciti. Governi. Apparati che firmano convenzioni, partecipano ai vertici, parlano di diritto internazionale e poi, quando serve, lo archiviano insieme ai comunicati stampa.

Più che l’indignazione umanitaria occorre affrontare l’aspetto politico. Perché non basta dire che gli ospedali vanno protetti. Lo sanno tutti. Lo sanno perfino quelli che li colpiscono. Il problema è che il costo politico di farlo è diventato ridicolo. Si bombarda, si nega, si parla di errore, si invoca la presenza del nemico, si promette un’indagine interna, si aspetta che l’attenzione passi altrove.

E nel frattempo il reparto non c’è più. Gaza, Ucraina, Sudan, Siria, Yemen, Libano: ogni guerra ha la sua geografia, le sue responsabilità, i suoi carnefici e le sue vittime. Ma un tratto le attraversa tutte: la sanità è sempre meno protetta e sempre più esposta. L’OMS ha ricordato nel 2025 che a Gaza erano stati documentati 720 attacchi contro la sanità dall’inizio del conflitto, con 917 morti e 1.406 feriti; in Ucraina, nello stesso periodo, erano stati registrati 212 attacchi in quell’anno; in Sudan, in un solo mese, sei attacchi avevano provocato 313 morti e 74 feriti.

Sono numeri diversi, contesti diversi, guerre diverse. Ma raccontano lo stesso crollo: l’ospedale non è più intoccabile. È diventato parte del paesaggio militare.

E quando questo accade, la povertà esplode. Perché la distruzione della sanità non finisce con la guerra. Resta dopo. Resta nei bambini non vaccinati, nelle amputazioni non riabilitate, nei tumori non diagnosticati, nelle gravidanze non seguite, nei traumi psicologici non curati, nelle epidemie che trovano sistemi sanitari già demoliti. Un ospedale distrutto oggi è una generazione più fragile domani.

La guerra, insomma, non produce solo morti. Produce malati senza cura. Produce disabili senza assistenza. Produce famiglie che vendono tutto per un antibiotico. Produce medici in fuga, infermieri uccisi, ambulanze ferme, sale operatorie spente. Produce povertà sanitaria, che è una delle forme più brutali di povertà: sapere che una cura esisterebbe, ma non poterla raggiungere.

OMS, CICR e MSF chiedono indagini rapide, trasparenti e imparziali. Chiedono protezione reale. Chiedono che gli Stati smettano di trattare gli ospedali come danni collaterali e i medici come comparse sacrificabili. È una richiesta minima. Talmente minima da essere umiliante.

Perché non dovrebbe servire ricordare che un ospedale non si bombarda. Non dovrebbe servire una risoluzione ONU per dire che un’ambulanza deve passare. Non dovrebbe servire il decimo anniversario di un fallimento per accorgersi che la legge senza volontà politica è soltanto carta intestata.

La verità è che il mondo non ha perso le regole. Ha perso la vergogna. E quando in guerra si colpisce la sanità, non si sta solo attaccando un edificio, si sta minando la possibilità di guarire e di rinascere.

Foto President of Ukraine / Wikimedia Commons / CC BY 4.0