All’improvviso il mondo scopre che in Sudan c’è una strage. La scopre perché le immagini dei satelliti mostrano colonne di civili che fuggono da El Fasher e perché il Guardian e France Info hanno scritto che in cinque giorni 36.825 persone hanno lasciato le loro case nel Kordofan settentrionale per scappare verso Tawila, che già ospita 652mila sfollati. Ma questa strage non è cominciata sabato scorso. È la prosecuzione di una guerra che dura da due anni e che su Diogene raccontiamo da due anni, quasi sempre in solitudine, mentre l’informazione italiana era impegnata a contare i droni in Ucraina e i bombardamenti su Gaza.
Quello che è successo a El Fasher è semplice e terribile: le RSF, cioè i paramilitari nati dai Janjaweed del Darfur, hanno preso la città dopo un assedio lunghissimo e hanno fatto quello che fanno sempre quando vincono: casa per casa, uomini uccisi, donne aggredite, medici rapiti. Lo dice la Corte penale internazionale che ha già raccolto prove di uccisioni di massa e stupri. Lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità che parla di almeno 460 persone uccise perfino dentro un ospedale. Lo dice il Comitato internazionale della Croce rossa: “la storia si ripete nel Darfur”. Ma se la storia si ripete, allora vuol dire che qualcuno non l’ha voluta fermare.
La presidente del CICR, Mirjana Spoljaric, ha usato la parola giusta: “orribile”. Ha spiegato che le persone in fuga arrivano a Tawila dopo giorni a piedi, che alcune crollano e muoiono per sfinimento. Immaginate cosa significa per una città già piena di sfollati accoglierne altri 36mila in una settimana. E infatti l’agenzia internazionale che misura le carestie (IPC) lunedì ha detto la cosa che tutti fingevano di non vedere: in Sudan c’è la fame vera, la carestia dichiarata a El Fasher e a Kadugli, e altre venti aree del Darfur e del Kordofan sono a rischio. Non è un “effetto collaterale” dei combattimenti: è una strategia. Si bombardano i civili, poi si impedisce l’accesso agli aiuti, poi li si costringe a camminare nel deserto verso un luogo già saturo. È la guerra come amministrazione della fame.
L’ONU adesso parla di “una delle peggiori crisi umanitarie del XXI secolo”: 150mila morti, 14 milioni di sfollati. Ma questa cifra è vera anche perché per due anni nessuno ha voluto usare le parole giuste. Non era “scontro fra generali”, era una guerra totale contro la popolazione nel Darfur e nel Kordofan. E non era un mistero che le RSF fossero la continuazione delle milizie arabe usate da Omar al-Bashir per il genocidio di inizio anni 2000. Lo ripetiamo da anni: sono gli stessi uomini, le stesse catene di comando, lo stesso metodo di pulizia etnica. Oggi lo dice anche la CPI, solo che arrivano dopo i cadaveri.

Intanto il fronte si sposta. Dopo El Fasher, le RSF e l’esercito sudanese si contendono El Obeid, capitale del Kordofan settentrionale, crocevia tra Darfur e Khartoum, con un aeroporto militare e strade fondamentali. In un video le RSF hanno rivendicato il controllo di Bara, a nord di El Obeid: significa che la popolazione ha smesso di andare nei campi per paura degli scontri. Un’altra economia locale strangolata, un’altra fetta di Sudan che non mangia. E mentre i sudanesi contano i veicoli militari che entrano nei villaggi, i governi discutono se designare o no le RSF come organizzazione terroristica. Nel frattempo la gente muore.
C’è un’altra ipocrisia che va detta. L’ICC raccoglie prove, l’Onu lancia allarmi, il Papa all’Angelus chiede corridoi umanitari, Erdoğan dice al mondo musulmano “non possiamo restare in silenzio”. Benissimo. Ma dov’erano tutti quando dall’inizio del 2024 le Nazioni Unite venivano avvertite che gli aiuti non passavano? Quando i campi profughi del Darfur venivano svuotati con la forza? Quando i villaggi non arabi venivano presi di mira con modalità “motivate etnicamente”, come ha ammesso la stessa Martha Pobee dell’Onu? La verità è che sul Sudan si è potuto fare finta di niente perché non c’è un grande oleodotto europeo in mezzo, non c’è una lobby nazionale che chiede intervento, non c’è un afflusso di profughi che disturba le capitali.
Noi no. Noi lo abbiamo scritto quando a morire erano “solo” 3mila, poi quando erano 10mila, poi quando il Darfur tornava a bruciare. Lo abbiamo scritto quando i giornali italiani non avevano il corrispondente a Nairobi o a Khartoum e prendevano le note delle agenzie. Oggi che il sangue “si vede dallo spazio”, come ha scritto Nesrine Malik, improvvisamente diventa notizia. Bene: usiamola, questa finestra, per dire che la guerra sudanese è guerra di classe, di etnia e di risorse, e che non finirà con un appello del Vaticano o dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica.
Perché adesso viene la parte più dura: chi controlla El Fasher e il Kordofan controlla i corridoi degli aiuti. E chi controlla i corridoi decide chi vive e chi muore. È il potere assoluto nella guerra moderna. Se le RSF restano lì senza sanzioni vere, senza embargo sulle armi, senza blocco dei finanziamenti, questa ondata di 36mila sfollati sarà solo la prima. Le agenzie dell’ONU lo sanno benissimo, tant’è che parlano apertamente di “modelli che riecheggiano il Darfur dei primi anni 2000”. Quando i funzionari usano la parola “Darfur” in quel modo, vuol dire che hanno già visto i villaggi bruciati e i corpi per strada.
E allora diciamolo chiaro: non è che oggi ci siamo accorti del Sudan, è che oggi non si può più fingere. Le immagini ci sono, le testimonianze pure, persino la Corte penale internazionale ha aperto il file. La domanda è: l’Europa e l’Italia faranno lo stesso gioco di sempre — condanna verbale e nessun atto politico — o questa volta ammetteranno che il genocidio del Darfur non è mai finito, ha solo cambiato attori e geografia?



