A tre anni dall’inizio della guerra civile, il Sudan è sprofondato in una crisi che non è più soltanto militare o politica, ma ormai pienamente sociale, economica e umanitaria.
Il conflitto esploso nell’aprile 2023 tra l’esercito regolare e le Rapid Support Forces ha devastato il tessuto produttivo del Paese, moltiplicato la povertà e spinto milioni di persone verso fame, sfollamento e dipendenza dagli aiuti internazionali.
Secondo il ministro sudanese delle Risorse Umane e del Welfare, Mutasim Ahmed Saleh, il tasso di povertà è salito dal 21% al 71%, con circa 23 milioni di persone oggi sotto la soglia minima.
Il dato economico si intreccia con una crisi alimentare di proporzioni eccezionali. L’ultima analisi dell’Integrated Food Security Phase Classification, il sistema internazionale sostenuto dall’Onu per monitorare la sicurezza alimentare, indica che 21,2 milioni di persone, pari al 45% della popolazione, hanno vissuto livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, mentre in alcune aree la carestia è già stata accertata.
La classificazione IPC conferma in particolare condizioni di carestia a El Fasher, nel Darfur settentrionale, e a Kadugli, nel Sud Kordofan, mentre altre aree di Darfur e Kordofan restano a rischio.
Per il Programma alimentare mondiale il Sudan resta “la più grande emergenza umanitaria del mondo”. In un briefing a Ginevra, Ross Smith, direttore per la risposta alle emergenze del Pam, ha spiegato che ogni mese l’agenzia riesce a raggiungere circa 3,5 milioni di persone, due terzi delle quali in Darfur e Kordofan, le regioni più colpite dai combattimenti e dalla fame.
Ma lo stesso Pam avverte che gli ostacoli all’accesso umanitario, la mobilità dei fronti, i rischi per il personale sul campo e la carenza di fondi stanno rendendo sempre più difficile mantenere gli aiuti su scala adeguata.
La guerra ha avuto un effetto devastante anche sul piano demografico e territoriale. Secondo l’Unhcr, in tre anni circa 14 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case: circa 9 milioni sono sfollati interni, mentre 4,4 milioni hanno cercato rifugio nei Paesi vicini.
È uno dei più grandi esodi forzati al mondo oggi in corso e sta mettendo sotto pressione l’intera regione. In Ciad, per esempio, oltre 1,3 milioni di rifugiati sudanesi affrontano tagli drastici agli aiuti, tra riduzioni del cibo, scarsità d’acqua e servizi al limite del collasso.

Il deterioramento del quadro umanitario è aggravato anche dal collasso economico interno. La guerra ha interrotto attività agricole, commerci, trasporti e mercati locali, distruggendo mezzi di sussistenza già fragili. In vaste aree del Paese la popolazione sopravvive con un solo pasto al giorno, mentre famiglie e comunità hanno esaurito le tradizionali strategie di sopravvivenza.
Organizzazioni umanitarie e agenzie Onu segnalano inoltre che donne e ragazze stanno pagando un prezzo ancora più alto, sia sul piano della sicurezza alimentare sia su quello della violenza e della vulnerabilità sociale.
A rendere ancora più drammatica la situazione è il rischio che il Sudan diventi una crisi dimenticata. Le Nazioni Unite insistono sul fatto che la risposta internazionale non è all’altezza della realtà sul terreno, mentre i tagli ai finanziamenti e la concorrenza di altre emergenze globali riducono attenzione politica e risorse disponibili.
Alla vigilia del terzo anniversario del conflitto, l’Onu ha ribadito la richiesta di un cessate il fuoco immediato, accesso umanitario senza ostacoli e protezione dei civili.
È in questo contesto che oggi si apre a Berlino la Terza Conferenza internazionale umanitaria per il Sudan, co-organizzata da Germania, Unione europea, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione africana.
Per l’Italia partecipa anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che nei giorni scorsi ha chiesto di accelerare gli sforzi per mettere fine alla guerra civile, sottolineando che le tensioni in altre aree del mondo non devono oscurare la tragedia sudanese.
Berlino ha già annunciato 20 milioni di euro aggiuntivi di aiuti per il 2026 e punta a mobilitare nuovi impegni internazionali in una crisi che, nonostante le sue dimensioni, continua a ricevere un’attenzione inferiore alla sua gravità.
Tre anni dopo l’inizio del conflitto, il Sudan si presenta così come il punto di incontro tra guerra, fame, collasso economico e abbandono internazionale.
I numeri della povertà, della malnutrizione e dello sfollamento descrivono un Paese in cui la crisi non riguarda più solo il presente, ma sta compromettendo in profondità anche ogni possibilità di ricostruzione futura.



