Khartoum è libera, ma il Sudan resta in frantumi

La riconquista di Khartoum da parte dell’esercito sudanese, avvenuta a fine marzo, segna una svolta cruciale in una guerra civile che dura ormai da quasi due anni. Dopo aver ripreso il controllo dell’aeroporto e del palazzo presidenziale, le Forze armate sudanesi (SAF) hanno dichiarato la capitale “liberata” dalle milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF), costrette a ritirarsi verso sud. Un colpo militare, ma soprattutto simbolico: la città, caduta nelle mani delle RSF all’inizio del conflitto, rappresentava il cuore del potere e della memoria nazionale.

Quella che, all’inizio del conflitto, era sembrata una guerra-lampo, si è rivelata una lunga devastazione. L’aeroporto internazionale, uno dei primi bersagli nel 2023, è ridotto in cenere. I monumenti storici della città sono stati distrutti o saccheggiati, come il Museo nazionale, privato dei suoi reperti più preziosi. Le immagini della capitale raccontano il disastro: strade invase dalla vegetazione, edifici ridotti a scheletri bruciati, carcasse d’auto smembrate. Il saccheggio è stato totale: dalle case ai cavi elettrici, dai negozi ai simboli storici del paese, nulla è stato risparmiato.

Ma la liberazione ha mostrato anche l’entità della tragedia. I racconti parlano di esecuzioni sommarie, fame, sepolture improvvisate nei cortili, stupri sistematici. Nessuna cifra ufficiale è ancora disponibile, segno della gravità dell’isolamento vissuto dalla città sotto l’occupazione. E mentre le bandiere sventolano nei quartieri tornati sotto controllo governativo, il paese resta prigioniero del caos.

Le RSF, eredi dirette delle milizie Janjaweed responsabili dei massacri in Darfur negli anni 2000, hanno perso il centro simbolico del potere ma mantengono salde le proprie roccaforti nell’ovest del paese. Qui si moltiplicano le testimonianze di violenze etniche, esecuzioni e veri e propri atti di pulizia etnica. Anche l’esercito regolare non è esente da accuse: i bombardamenti indiscriminati nelle aree urbane controllate dai rivali hanno provocato centinaia di vittime civili. Le due forze, nate entrambe come bracci armati dello Stato, si contendono oggi la sovranità con metodi che hanno riportato il Sudan a un livello di distruzione che non si vedeva dai tempi della guerra civile precedente alla secessione del Sud.

Alla radice del conflitto c’è il fallimento del processo di transizione seguito alla destituzione del dittatore Omar al-Bashir nel 2019. L’accordo di condivisione del potere tra esercito e RSF, frutto di pressioni internazionali, è crollato nel 2023, quando le RSF hanno rifiutato l’integrazione nelle forze armate. Da lì, il paese è precipitato in una guerra tra ex alleati trasformati in nemici mortali. Le promesse di un governo civile sono state spazzate via da due fazioni armate che rivendicano ognuna la legittimità del potere.

” UNAMID visita la zona del Darfur presa nel mirino delle fazioni in guerra ” di United Nations Photo è distribuita con licenza CC BY-NC-ND 2.0 .

Sul campo, però, non si muovono solo attori locali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto le RSF fornendo armi, fondi e appoggi logistici. L’esercito sudanese ha ottenuto invece sostegno, più discreto ma non meno concreto, dall’Egitto e da altri alleati regionali. Mercenari e traffici d’armi alimentano un conflitto che ha assunto anche un valore geopolitico, inserendosi nei nuovi equilibri di influenza tra Medio Oriente e Africa. Intanto, l’Occidente resta in silenzio. Gli aiuti promessi sono evaporati, gli appelli diplomatici caduti nel vuoto, lasciando milioni di civili abbandonati a loro stessi.

Le agenzie umanitarie parlano della peggiore crisi globale attualmente in corso: 25 milioni di persone in grave insicurezza alimentare, 12 milioni di sfollati, un sistema sanitario al collasso. I civili sopravvivono in campi improvvisati o fuggono verso i paesi confinanti come Ciad, Sud Sudan ed Etiopia. Gli aiuti internazionali, quando arrivano, vengono saccheggiati o bloccati. Entrambe le fazioni ostacolano i soccorsi nei territori controllati dall’avversario, aggiungendo la fame al terrore.

Khartoum non è più solo un teatro di battaglia, ma un simbolo. La sua distruzione segna la morte fisica e culturale di un’intera epoca. La città, un tempo cuore pulsante di storia, cultura e commercio, è ora un cumulo di rovine. Ma la sua riconquista non mette fine al conflitto. Lo dimostrano i combattimenti ancora in corso in Darfur, Kordofan e Gezira, dove le RSF mantengono il controllo e preparano la resistenza.

Intanto, la frammentazione del Sudan diventa un’ipotesi sempre più concreta. Le RSF hanno firmato una carta costitutiva per un governo separatista nelle aree occidentali, suscitando allarme anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La secessione del Sud Sudan, avvenuta nel 2011 dopo decenni di guerra civile, rischia di ripetersi sotto una nuova forma: non una divisione netta, ma un progressivo sgretolamento dello Stato in zone di influenza militare.

Il Sudan si sta dissolvendo davanti agli occhi del mondo. E se la riconquista di Khartoum rappresenta un punto di svolta militare, non sarà sufficiente a fermare una guerra che ha già oltrepassato il punto di non ritorno. Ricostruire il paese, in queste condizioni, non sarà solo una sfida logistica: sarà un’impresa politica e morale. Ma finché le armi parleranno più forte dei negoziati, il futuro del Sudan resterà un territorio in fiamme.

” South Sudan 022 ” di babasteve è distribuito con licenza CC BY-NC 2.0 .