Sudafrica: l’energia dei poveri è una batteria a noleggio

In Sudafrica l’accesso “formale” all’elettricità non coincide più con l’accesso reale. Circa 9 persone su 10 risultano collegate alla rete, ma le interruzioni di corrente e i blackout localizzati sono ricorrenti e colpiscono in modo sproporzionato le aree urbane più povere e densamente popolate: quando la rete è sotto stress e saltano trasformatori e infrastrutture di quartiere, non è solo una seccatura domestica, è una perdita di reddito, di servizi, di tempo.

Dentro questo buco si è aperto un mercato: batterie portatili a noleggio (caricate con solare in punti attrezzati) che garantiscono alcune ore di energia per luci, TV, computer portatili e piccoli elettrodomestici.

Il modello è semplice: affitto giornaliero, ritorno alla stazione per ricarica, e possibilità per micro-attività di restare aperte o offrire un servizio minimo (ricarica telefoni, luci serali, piccoli strumenti). È una soluzione “ponte”, non una rete: funziona perché la rete non funziona.

Il punto, però, non è la trovata tecnologica. Il punto è la povertà energetica come tassa invisibile. Quando l’elettricità è instabile o assente, le famiglie e i piccoli esercizi pagano di più per avere di meno: devono comprare alternative (caricatori, batterie, generatori, carburante), accettare costi unitari più alti, vivere nell’incertezza. È la stessa logica del “poverty premium”: i redditi bassi spesso pagano il prezzo più alto per beni essenziali quando manca un’infrastruttura pubblica affidabile.

Questo è un tema africano, ma non è “africano” in senso folkloristico: è strutturale. A livello globale, nel 2024 circa 730 milioni di persone risultavano ancora senza accesso all’elettricità; l’avanzamento si è rallentato e la crisi si concentra soprattutto nell’Africa subsahariana.

Il paradosso è doppio: da un lato ci sono centinaia di milioni di persone senza connessione, dall’altro milioni che sono connesse ma con un servizio intermittente e costoso, quindi di fatto “semi-disconnesse”. In altre parole: non basta attaccare una casa a un cavo se poi l’energia arriva a singhiozzo o a prezzi che comprimono il consumo.

Per questo si parla sempre più di soluzioni off-grid e mini-grid: solare domestico, PAYGo (pay-as-you-go), sistemi comunitari. Il settore ha dimensioni enormi e cresce, ma porta con sé un problema: l’affordability.

Molte tecnologie off-grid sono “più economiche” del nulla o del diesel, ma non sempre sono economiche per chi è davvero povero, soprattutto quando il finanziamento (tassi, rischio paese, rischio valuta) si scarica sul costo finale. In pratica: l’innovazione arriva, ma rischia di servire prima gli “quasi poveri” che i poveri assoluti.

Foto Basetsana M Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license

Nel caso sudafricano la questione è ancora più tagliente perché si innesta su due dinamiche contemporanee: instabilità del servizio e costo dell’energia in crescita. Dal 1° aprile 2025 le tariffe per alcuni clienti diretti sono aumentate in modo significativo, e anche le tariffe di acquisto all’ingrosso per i municipi hanno registrato rialzi nei mesi successivi.

In un contesto di costo della vita già alto, l’elettricità diventa un moltiplicatore di fragilità: se paghi di più e hai meno continuità, la qualità della vita scende e l’economia informale si espande.

Questa è la vera connessione con la povertà: la povertà energetica non è solo “buio in casa”. È salute (farmaci e dispositivi che richiedono corrente), istruzione (studio serale e accesso digitale), lavoro (micro-imprese che chiudono quando salta la corrente), sicurezza (quartieri al buio), e anche democrazia, perché quando i servizi essenziali collassano la fiducia nelle istituzioni crolla insieme.

C’è poi un elemento politico che vale la pena mettere a fuoco. L’affitto di batterie “risolve” un problema immediato, ma rischia di normalizzare un’idea: che l’accesso all’energia debba essere gestito come micro-mercato di sopravvivenza, invece che come infrastruttura pubblica affidabile.

È una risposta pragmatica, ma è anche una fotografia: quando la rete fallisce, la comunità si organizza e le imprese trovano un modello; però la domanda vera resta senza risposta, e cioè chi investe nella manutenzione, nella resilienza della rete, nella capacità di quartiere, nella gestione tecnica dei carichi, nella riduzione dei guasti ripetuti?

Su scala continentale, la partita è enorme e infatti si muove anche sul piano multilaterale: programmi come Mission 300 (spinta World Bank/AfDB) mirano a portare elettricità a 300 milioni di persone entro il 2030, con un mix di estensione della rete e soluzioni rinnovabili distribuite. È il segnale che la questione non è più trattata come “aiuto” ma come condizione minima per crescita, lavoro, servizi, stabilità.

Il dato generale che conviene tenere in testa, quindi, è questo: l’energia è diventata una linea di frattura della disuguaglianza. E quando la rete non regge, la povertà non si limita a “restare”: si trasforma in costo aggiuntivo, in rischio sanitario, in tempo rubato, in economia che non parte.

Le batterie a noleggio sono un dettaglio utile per capire il quadro ma non il quadro stesso. Ovvero che l’elettricità, oggi, non è solo una questione tecnica: è una misura concreta di cittadinanza economica.

Foto Joperd Creative Commons Attribution 2.0 Generic license