Gli squadristi del referendum anti-editoria pubblica

C’è un punto, prima ancora dei numeri, delle tabelle, dei contributi, delle leggi e dei decreti: questa raccolta di firme per un referendum contro il finanziamento pubblico ai giornali nasce dentro una cultura politica profondamente sbagliata. Una cultura sospettosa, punitiva, moralista, poliziesca. Una cultura che non vuole discutere l’informazione: vuole metterla alla sbarra.

La formula è sempre la stessa, ed è vecchia quanto il populismo italiano degli ultimi quindici anni: i giornali mentono, i giornalisti sono servi, l’informazione è corrotta, il popolo è ingannato, e per fortuna arrivano i puri a smascherare il sistema. Cambiano i nomi, cambiano le piattaforme, cambiano i leader, ma la musica resta quella: delegittimare tutto ciò che non coincide con la propria narrazione.

Il referendum promosso dall’area di Alessandro Di Battista e dell’Associazione Schierarsi si presenta come una battaglia di libertà. In realtà è una battaglia di rancore. Il sito della campagna usa uno slogan che dice moltissimo: “Smettila di pagarli per mentirti”. Non “riformiamo il sistema”, non “rendiamo più trasparenti i contributi”, non “sosteniamo solo le testate davvero indipendenti”. No: “paghiamo i giornali per mentire”. È una frase che non apre un dibattito: lo avvelena. È una sentenza. È la logica del verbale di polizia applicata al pluralismo.

Il problema non è criticare i giornali. I giornali vanno criticati, eccome. Vanno contestati quando sbagliano, quando sono faziosi, quando sono pigri, quando sono subalterni al potere economico, politico o culturale. Ma una cosa è criticare l’informazione; un’altra è costruire una campagna referendaria sulla premessa tossica che l’informazione sia, in blocco, una truffa organizzata ai danni del cittadino.

Questa è la vera posta in gioco. Non qualche milione in più o in meno. La posta in gioco è l’idea che una democrazia possa vivere senza mediazione, senza corpi intermedi, senza giornali, senza redazioni, senza pluralismo organizzato. La vecchia illusione grillina: uno vale uno, la rete decide, i giornalisti sono nemici, la competenza è casta, chi dissente è venduto. È la stessa cultura che per anni ha trasformato il sospetto in metodo politico e la gogna in argomento.

Il bersaglio dichiarato sono i “giornaloni”. Il bersaglio reale rischiano di essere soprattutto le testate più deboli. I contributi diretti all’editoria, infatti, non sono un bancomat indistinto per qualunque giornale piaccia o non piaccia a Di Battista. Il Dipartimento per l’informazione e l’editoria prevede infatti tra i beneficiari cooperative giornalistiche, enti senza fini di lucro, imprese controllate da cooperative, fondazioni o enti non profit, e testate espressione di minoranze linguistiche.

Dunque bisogna dirlo chiaramente: questo referendum vende una fantasia. Fa credere che si stia colpendo il grande potere editoriale, mentre si rischia di indebolire giornali locali, cooperative, voci minoritarie, presidi territoriali, testate che non hanno alle spalle conglomerati industriali, piattaforme digitali, televisioni, eventi, fondazioni, banche o miliardari.

È la solita retorica populista: si indica il palazzo, poi si colpisce il marciapiede. Il finanziamento pubblico all’editoria può essere discusso. Anzi: deve essere discusso. Può essere riformato, ristretto, reso più selettivo, più trasparente, più meritocratico, più legato all’occupazione giornalistica vera e alla qualità dell’informazione. Ma abolirlo in nome di una crociata contro “i giornali che mentono” è un’altra cosa. È un atto ideologico. È la riduzione di un problema complesso a una clava.

Mai ipocrisia fu più evidente: la pretesa, mai detta fino in fondo ma chiarissima nel sottotesto, che tutti i giornali siano menzogna tranne l’area del “Fatto”. Non serve che lo dicano esplicitamente. È il clima culturale che parla. C’è l’informazione “di regime”, quella cattiva, venduta, finanziata, manipolatrice; e poi ci sarebbe l’informazione “libera”, quella che guarda caso coincide quasi sempre con il circuito politico-mediatico del grillismo, del travaglismo, del dibattismo, del sospetto permanente.

È una religione laica, non una teoria del pluralismo. Ha i suoi peccatori, i suoi inquisitori, i suoi eretici, i suoi tribunali morali. Ha soprattutto il suo dogma: noi non siamo una voce tra le altre, noi siamo la verità.

Peccato che la realtà sia più complicata. Anche Il Fatto Quotidiano, che ha costruito una parte della propria identità sulla distanza dai finanziamenti pubblici, è entrato nel perimetro dei contributi. La Società Editoriale Il Fatto ha comunicato di aver presentato domanda per il contributo straordinario all’editoria per le copie cartacee vendute, pari a 10 centesimi per copia. Nello stesso comunicato, SEIF riconosceva il peso simbolico della scelta, dicendo di essere consapevole dell’importanza che per il Fatto riveste il non percepire finanziamenti pubblici.

Foto Narih Lee, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

E non parliamo di spiccioli simbolici. Nel decreto del Dipartimento per l’informazione e l’editoria del 9 marzo 2026, la Società Editoriale Il Fatto S.p.A. – SEIF S.p.A. risulta ammessa al contributo per le copie cartacee vendute nel 2023 per 752.050,80 euro lordi, con 30.082,03 euro di ritenuta IRES e 721.968,77 euro netti.

Hanno fatto bene. Se una legge prevede un contributo e un’impresa possiede i requisiti, può chiederlo. Il punto politico è un altro: è finita la posa sacerdotale. È finita la superiorità morale automatica. È finita la favola secondo cui esisterebbe un giornalismo puro, angelicato, incontaminato, contrapposto alla palude degli altri.

Quando i contributi li prendono gli altri, sono “soldi ai giornali”. Quando li chiede il proprio mondo editoriale di riferimento, diventano sostegno alla continuità aziendale, alla transizione digitale, alla sopravvivenza. È esattamente questo doppio standard che rende insopportabile la propaganda referendaria.

Basta davvero con questa messinscena moralista. Basta con la divisione del mondo tra puri e corrotti. Basta con la retorica dei giornalisti come classe criminale. Basta con il populismo che sputa sull’informazione quando gli conviene e poi scopre, quando tocca alla propria parte, che l’editoria costa, la carta costa, i giornalisti costano, la distribuzione costa, la transizione digitale costa.

Questo referendum è figlio diretto della peggiore eredità culturale del Movimento 5 Stelle: l’idea che la politica consista nel punire, tagliare, abolire, denunciare, smascherare. Una politica senza costruzione, senza istituzioni, senza complessità. Una politica che non riforma: cancella. Non distingue: accusa. Non governa: indica il colpevole.

Di Battista ripropone quella grammatica lì, solo in versione personale e movimentista. Il nemico perfetto è sempre lo stesso: il giornalista. Comodo, visibile, odiabile. È il capro espiatorio ideale per chi vuole parlare alla pancia del Paese. Se il cittadino è arrabbiato, gli si dice che qualcuno lo manipola. Se la realtà è complicata, gli si dice che qualcuno gliela nasconde. Se i fatti contraddicono la propaganda, gli si dice che i fatti sono prodotti dal sistema.

Ma una democrazia non si difende mettendo il bavaglio economico alle voci fragili e lasciando campo libero ai più forti. Perché il mercato dell’informazione, da solo, non è il paradiso della libertà: è spesso il regno della concentrazione, della pubblicità, degli algoritmi, delle piattaforme, delle proprietà opache, degli interessi industriali. Senza strumenti pubblici, controllati e trasparenti, non avremo automaticamente giornali più liberi. Potremmo avere giornali più dipendenti da chi ha più soldi.

Il finanziamento pubblico all’editoria va ripulito, selezionato, controllato. Si può discutere di criteri più severi. Si può escludere chi non garantisce occupazione giornalistica reale o non paga i collaboratori con un equo compenso. Si può pretendere massima trasparenza sui beneficiari. Si può legare ogni euro a finalità precise: pluralismo, territorio, minoranze linguistiche, innovazione digitale, accessibilità, qualità dell’informazione. Questa è una battaglia seria.

Il referendum, invece, è una scorciatoia punitiva. È una ruspa travestita da riforma. È l’ennesima campagna in cui una questione istituzionale viene trasformata in un processo di piazza.

Per questo, se, come prevedibile, la raccolta di firme per il referendum raggiungerà il numero sufficiente a indirlo, bisogna votare contro. Non per difendere privilegi. Non per difendere sprechi. Non per assolvere i giornali dai loro errori.

Bisogna votare contro perché la libertà di stampa non si governa con il manganello e con la retorica. Perché il pluralismo non si rafforza con gli slogan. Perché chi dice “tutti mentono” non sta liberando i cittadini: sta chiedendo loro di credere a un solo tribunale, a una sola verità, a una sola voce. Ovvero alla propaganda, l’antitesi, appunto, del giornalismo.

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