La riforma del pane lascia fuori il prezzo sociale

Il Senato ha approvato il disegno di legge sulla produzione e vendita del pane. Il testo passa ora alla Camera. La nuova norma distingue il pane fresco dal pane precotto, surgelato, a lunga conservazione e dai prodotti intermedi di panificazione.

Stabilisce che il pane fresco debba essere venduto entro ventiquattro ore dalla conclusione del processo produttivo e non possa aver subito interruzioni dovute a congelamento o surgelazione. Prevede scaffali separati, etichette più chiare, indicazioni obbligatorie per evitare che prodotti diversi vengano presentati come se fossero la stessa cosa.

Tuttavia, è una legge che protegge il nome del pane. Non protegge il diritto a comprarlo.

Qui sta il punto che per noi di Diogene Notizie, quotidiano online con la povertà come focus, dovrebbe invece essere tutelato per legge. Lo Stato torna a occuparsi del pane, ma lo fa dalla parte della definizione merceologica, della filiera, dell’identità produttiva, della corretta informazione al consumatore.

Tutto utile. Tutto legittimo. Ma manca la questione più antica e più concreta: il prezzo. Perché il pane, prima di essere “patrimonio storico e culturale”, “leva di sviluppo economico” o “simbolo identitario del Made in Italy”, è il cibo minimo di chi ha poco.

Una volta questa evidenza era incorporata nella politica pubblica. I panificatori erano obbligati a produrre una quota di pane comune a prezzo calmierato, fissato da un apposito comitato prezzi. Dal 1992 quell’obbligo è stato eliminato. Lo ricordava già nel 2005 il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, chiedendo il ritorno del pane comune a prezzo calmierato: prima esisteva un pane vincolato, accessibile, pensato come alimento essenziale; poi è rimasto il mercato.

Da allora il pane non è più trattato come bene sociale primario, ma come prodotto tra prodotti. Può essere artigianale, industriale, fresco, precotto, surgelato, speciale, integrale, ai cereali, senza glutine, a lunga conservazione. Può essere raccontato, valorizzato, certificato, esposto meglio. Ma il suo prezzo resta consegnato alla capacità di spesa di chi entra in negozio.

E per chi vive nella povertà questa non è una differenza teorica. È la differenza tra scegliere e subire. La nuova legge potrà impedire che un pane rigenerato venga venduto come fresco. Bene. Potrà imporre scaffali separati. Bene. Potrà obbligare a indicare se il prodotto deriva da basi surgelate o da lavorazioni interrotte. Bene. Ma una famiglia povera, davanti a quegli scaffali, continuerà a fare la stessa operazione: cercare quello che costa meno. La riforma le dirà con più precisione che cosa sta comprando. Non le garantirà di poter comprare il pane migliore.

È la trasparenza senza accesso. Una trasparenza che informa il povero della sua esclusione. Il pane fresco artigianale merita tutela. I panificatori veri lavorano con margini difficili, orari duri, costi energetici pesanti, concorrenza della grande distribuzione e prodotti industriali spesso presentati in modo ambiguo.

La qualità va difesa, e una legge che separa il fresco dal surgelato può aiutare anche loro. Ma se la tutela del pane fresco diventa soltanto valorizzazione di filiera, il rischio è evidente: trasformare il pane buono in un prodotto identitario per chi può pagarlo e lasciare agli altri il pane economico, anonimo, lungo da conservare, finalmente ben etichettato ma scelto per necessità.

Di kochtopf – Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2701451

Negli stessi giorni è nata a Roma l’“Alleanza per il Pane”, nel quadro della Giornata Nazionale del Made in Italy. Un patto tra istituzioni, filiera produttiva e associazioni di categoria per rilanciare l’arte bianca italiana e valorizzare il pane fresco artigianale come presidio culturale, economico e identitario. Assipan parla di un progetto aperto a imprese, panificatori, enti di formazione e scuole, promosso per tutelare e promuovere il pane come patrimonio della cultura alimentare italiana.

È una cornice importante, ma racconta il pane soprattutto dall’alto: produzione, identità, formazione, mercato, Made in Italy. Manca la parola decisiva: povertà. Il pane dei poveri invece non è una metafora letteraria. È una voce di spesa. È il cibo che riempie quando il resto manca. È il modo in cui molte famiglie sostituiscono alimenti più costosi. È ciò che resta quando carne, pesce, frutta e verdura diventano acquisti intermittenti. È la base non perché lo dica la retorica, ma perché lo impone il portafoglio.

Per questo una riforma del pane, se vuole essere davvero pubblica, non può limitarsi a proteggere il consumatore dall’inganno commerciale. Deve chiedersi anche se quel consumatore può permettersi il prodotto che la legge definisce migliore.

La vecchia idea del pane comune a prezzo calmierato aveva molti limiti, e nessuno può fingere che basti ripristinarla così com’era. Oggi ci sono norme antitrust, un mercato diverso, filiere più complesse, grande distribuzione, costi energetici, farine, trasporti, affitti, salari.

Non si torna al passato con una formula nostalgica. Ma quella vecchia idea conteneva almeno un principio che oggi è sparito: alcuni beni non possono essere lasciati interamente al prezzo di mercato, perché da quei beni passa la dignità materiale delle persone. Il pane era uno di questi.

La legge approvata dal Senato guarda al pane come prodotto da ordinare e nominare correttamente. L’Alleanza per il Pane lo guarda come bene culturale e identitario da rilanciare. Diogene deve guardarlo da un’altra posizione: il pane come indicatore di povertà. Non il pane nelle cerimonie del Made in Italy, ma il pane nello scontrino. Non il pane come eccellenza nazionale, ma il pane come soglia minima dell’alimentazione quotidiana.

Da questo punto di vista, la domanda non è solo se un pane sia fresco, surgelato o precotto. La domanda è: chi potrà comprarlo? Senza questa domanda, la riforma rischia di essere precisa e incompleta. Precisa nel dire che cosa sia pane fresco. Incompleta nel riconoscere che il pane fresco può diventare un privilegio. Precisa nel difendere il consumatore dall’etichetta ingannevole. Incompleta nel difendere chi non ha abbastanza reddito per scegliere. Precisa nel tutelare la filiera. Incompleta nel tutelare la tavola povera.

Il pane non è un bene qualsiasi. Lo dimostra proprio il fatto che, per decenni, il potere pubblico si è preoccupato del suo prezzo. Poi quella preoccupazione è stata archiviata. Oggi torna una legge sul pane, ma torna senza quel pezzo di memoria sociale. Si protegge il nome. Si protegge la qualità. Si protegge l’identità. Si protegge la filiera. Resta fuori l’essenziale: proteggere l’accesso.

Di Maborg – Opera propria, FAL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=134814479