Shengen ucciso in silenzio: la Polonia chiude i confini

L’Europa senza frontiere, una delle conquiste più simboliche dell’Unione, traballa sempre più sotto il peso delle crisi migratorie e dei nazionalismi emergenti. Da settimane, la Polonia ha scelto la strada della chiusura: dal 7 luglio ha ripristinato i controlli alle frontiere con la Germania e la Lituania, piazzando 52 posti di blocco sul confine tedesco e 13 su quello lituano. Ufficialmente per “contrastare l’immigrazione illegale”, in realtà per riaffermare un principio chiaro: Varsavia decide per sé stessa, anche contro lo spirito di Schengen.

Non si tratta solo di numeri, ma di simboli. L’Unione Europea che promette solidarietà e libera circolazione, oggi appare come un’arena in cui ogni Stato si riposiziona sulle proprie frontiere, mentre Bruxelles resta a contare i danni politici di una coesione che si sfalda. La Polonia chiude, la Germania respinge migranti verso est, la Lituania alza muri contro la Bielorussia, e l’Europa che fine fa? Rimane spettatrice, incapace di gestire un fenomeno che avrebbe dovuto unire e invece divide.

Sicurezza prima della solidarietà
Per Varsavia, la sicurezza viene prima di tutto. Il governo Tusk, nel varare la nuova strategia migratoria per il periodo 2025-2030, ha ribadito la propria visione: distinguere tra chi fugge da una guerra, come gli ucraini accolti a milioni, e chi cerca un futuro migliore per motivi economici, considerato “indesiderato”. I controlli hanno l’obiettivo dichiarato di fermare i trafficanti e scoraggiare i migranti irregolari, ma nella pratica colpiscono indistintamente tutti i viaggiatori, compresi i cittadini UE.

Le tensioni con la Germania rendono il quadro ancora più complesso. Berlino aveva già ripristinato i controlli alla frontiera polacca nell’ottobre 2023, accusando Varsavia di essere la porta d’ingresso dei flussi irregolari. La risposta polacca non si è fatta attendere: prima la promessa di “misure simmetriche”, poi il rifiuto di pattugliamenti congiunti e infine la chiusura dei propri varchi. Due membri dell’Unione che, invece di cooperare, si guardano in cagnesco da un lato all’altro del confine.

L’immigrazione tra retorica e realtà
Come spesso accade, la sicurezza e la politica interna si intrecciano. La Polonia è convinta che immigrazione irregolare significhi, direttamente o indirettamente, rischio terroristico e aumento della criminalità. Una visione che molti contestano, ma che trova facile consenso nell’opinione pubblica interna. Il confine con la Lituania, poi, presenta una vulnerabilità strategica in più: il cosiddetto “Corridoio di Suwałki”, il tratto di terra che separa la Bielorussia dall’enclave russa di Kaliningrad e che in caso di conflitto militare separerebbe i Paesi baltici dal resto della NATO.

By Walter Graupner – Walter Graupner www.buchhaus-graupner.de, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2683001

Ma la minaccia più concreta, oggi, non è militare. È la rotta dei migranti che, nonostante le barriere erette dalla Lituania alla Bielorussia, continuano a entrare in Europa e a spostarsi, spesso invisibili, nell’area Schengen. È per bloccare questi passaggi che la Polonia ha deciso di controllare anche i confini lituani, rompendo di fatto l’illusione di una Schengen senza barriere interne.

Diritti umani in secondo piano
Dietro il linguaggio securitario, però, ci sono storie umane ignorate. Amnesty International e altre organizzazioni accusano la Polonia di respingimenti sistematici e illegali, senza valutare caso per caso i diritti dei migranti e senza garantire accesso all’asilo. Le frontiere diventano così zone grigie in cui i diritti internazionali e europei vengono sospesi in nome dell’emergenza permanente.

La Polonia sostiene che il proprio modello d’accoglienza funziona: con gli ucraini ha dimostrato capacità e solidarietà. Ma il problema è il doppio standard: accoglienza piena per chi fugge dalla guerra “giusta”, chiusura per chi scappa dalla miseria o da altre guerre lontane dall’orizzonte politico europeo.

Un’Europa senza bussola
Il vero paradosso è che tutto questo avviene sotto il tetto europeo. Il trattato di Schengen, firmato anche dalla Polonia nel 2007, vieta controlli sistematici e permanenti alle frontiere interne, salvo emergenze temporanee. Ma oggi quelle “emergenze” si moltiplicano e diventano di fatto la normalità. L’Europa, invece di trovare una gestione comune dei flussi migratori, assiste all’erosione lenta ma costante dei propri principi fondanti.

E così, in questa estate 2025, la libera circolazione è un ricordo retorico. Berlino, Varsavia e Vilnius giocano alla sicurezza nazionale; Bruxelles osserva, senza incidere. La solidarietà europea resta confinata ai comunicati stampa, mentre alle frontiere, al posto dell’integrazione, si piantano nuovi posti di blocco.