Il nuovo decreto talebano sul divorzio non legalizza soltanto un abuso. Fa qualcosa di più spietato: prende il silenzio di una ragazza/bambina e lo trasforma in consenso.
Ma quel silenzio non è libero. È il risultato di un sistema che ha chiuso le scuole alle adolescenti, ha espulso le donne da gran parte del lavoro, ha cancellato molti spazi pubblici, ha reso la giustizia quasi irraggiungibile e ha consegnato le bambine alla dipendenza economica e familiare. Prima si toglie loro la voce. Poi si dice che, se non parlano, hanno accettato.
Il decreto disciplina separazione e divorzio in Afghanistan, ma contiene un passaggio decisivo: regola anche la condizione delle ragazze date in matrimonio prima della pubertà. L’articolo 5 stabilisce che, “al raggiungimento della pubertà”, la minore può sciogliere il matrimonio contratto per lei da un parente. Il problema è tutto qui: quel matrimonio infantile non viene trattato come una violazione da impedire, ma come un fatto giuridico già esistente da amministrare.
È il trucco del potere patriarcale quando vuole sembrare procedura. Non dice apertamente: le bambine possono essere sposate. Dice: se una bambina è stata sposata prima della pubertà, poi potrà eventualmente sciogliere il vincolo. Ma per scioglierlo deve sapere di poterlo fare, deve poter raggiungere un tribunale, deve avere qualcuno che la protegga, deve potersi opporre alla famiglia, al marito, al villaggio, alla pressione religiosa, alla paura. Deve cioè possedere proprio tutto ciò che il regime talebano ha contribuito a toglierle.
Non basta. Il decreto stabilisce anche che, se la ragazza non si oppone al matrimonio al raggiungimento della pubertà, quel silenzio può essere interpretato come consenso. Le donne adulte e i ragazzi devono dare il consenso verbalmente; per le ragazze, invece, il silenzio può bastare. L’Onu ha espresso grave preoccupazione proprio per questo punto: il decreto indebolisce il principio del consenso libero e pieno e rischia di aumentare i matrimoni infantili.
Il portavoce talebano Zabiullah Mujahid ha respinto le accuse e ha sostenuto che nessuna ragazza dovrebbe essere costretta a sposarsi da un familiare. Ha anche difeso il silenzio come possibile forma di consenso, sostenendo che una proposta di matrimonio potrebbe mettere a disagio o imbarazzare una ragazza, impedendole di dire apertamente sì.
È una spiegazione oscena nella sua apparente delicatezza. Il regime dice di voler proteggere il pudore della ragazza, ma in realtà protegge il potere di chi la circonda. Perché in un contesto in cui una bambina non può parlare liberamente, non ha autonomia economica, non ha accesso reale alla giustizia e spesso non può nemmeno continuare a studiare, il silenzio non è consenso. È costrizione resa invisibile.
L’Afghanistan non parte da zero. Già prima del ritorno dei talebani, il matrimonio precoce era un problema enorme: l’Unicef stimava che il 28% delle donne afghane tra 15 e 49 anni fosse stato sposato prima dei 18 anni. Una ragazza afghana su tre si sposava prima di compiere 18 anni prima del ritorno talebano al potere nel 2021.
Ma dopo il 2021 il contesto è peggiorato. I talebani hanno vietato alle ragazze di frequentare la scuola oltre la sesta classe. L’Unesco definisce l’Afghanistan l’unico Paese al mondo in cui le ragazze sono escluse dall’istruzione oltre il livello primario e stima che, nel 2025, 1,5 milioni di ragazze e giovani donne fossero fuori dalla scuola. L’Unicef ha avvertito che almeno un milione di ragazze è già stato colpito direttamente dalle restrizioni sull’istruzione secondaria e che, se i divieti resteranno, il numero potrebbe superare i due milioni entro il 2030.

Questi non sono dati scolastici. Sono dati matrimoniali, economici, sociali. Una ragazza esclusa dalla scuola diventa più ricattabile. Se non può studiare, non può costruire autonomia. Se non può lavorare, dipende dalla famiglia o dal marito. Se non può muoversi liberamente, non può cercare protezione. Se non può accedere facilmente a tribunali, avvocate, servizi sociali e istituzioni indipendenti, non può trasformare un diritto scritto in una possibilità reale.
È così che il matrimonio infantile diventa politica di governo. Non serve sempre ordinare esplicitamente alle famiglie di sposare le figlie. Basta chiudere tutte le altre strade.
La povertà fa il resto. Le famiglie afghane vivono da anni dentro guerra, collasso economico, disoccupazione, fame, debiti, tagli agli aiuti internazionali. In questo contesto una figlia può essere vista, brutalmente, come una bocca da sfamare in meno, una dote possibile, un peso da trasferire, una protezione immaginaria contro la miseria o l’insicurezza. L’Unicef aveva già segnalato che le difficoltà economiche, la sospensione dell’istruzione e l’incertezza sociale aumentavano il rischio di matrimonio infantile per le ragazze afghane.
Il regime ha cancellato per loro la scuola, ridotto il lavoro femminile, ristretto la libertà di movimento e lasciato le famiglie nella disperazione. Il matrimonio precoce non è più solo una tradizione patriarcale che sopravvive. Diventa una soluzione sociale imposta dalla miseria e resa legale dal potere.
Il decreto colpisce anche il divorzio. Formalmente una donna può chiedere la separazione se il marito la maltratta, ma il percorso resta pieno di ostacoli. Secondo Fereshta Abbasi, ricercatrice di Human Rights Watch, una donna deve passare attraverso mediazioni, sostegno familiare e consenso del marito; per una minore, in pratica, chiedere il divorzio diventa quasi impossibile.
La domanda è semplice: come può una bambina sposata con un uomo violento andare in tribunale? Con quali soldi? Con quale accompagnamento? Con quale conoscenza dei propri diritti? Con quale protezione dopo aver denunciato? In un sistema in cui le donne hanno molte meno possibilità degli uomini di ricorrere alla giustizia, parlare di “facoltà di sciogliere il matrimonio” rischia di essere una presa in giro crudele. Secondo le Nazioni Unite, le donne afghane hanno una probabilità molto inferiore rispetto agli uomini di utilizzare i meccanismi giudiziari anche per la mancanza di avvocate e la perdita di servizi e istituzioni pensati per le donne.
Il provvedimento arriva dopo anni di restrizioni che hanno reso la vita delle donne afghane una forma di segregazione progressiva. Alle ragazze è vietata la scuola oltre la primaria. Alle donne è impedito l’accesso a molti lavori e spazi pubblici. In molti casi devono essere accompagnate da un uomo per uscire. La loro voce e la loro presenza sono state spinte fuori dalla vita collettiva. UN Women ha scritto che, sotto i talebani, l’esclusione delle donne è diventata un pilastro del governo e che la crisi dei diritti femminili rischia di essere normalizzata.
In questo quadro, la parola “consenso” viene svuotata. Il consenso non è il silenzio di chi non può parlare. Non è l’assenza di opposizione di una bambina cresciuta sapendo che opporsi può significare essere punita, ripudiata, picchiata, isolata, riportata con la forza dentro la famiglia o dentro il matrimonio. Il consenso richiede libertà, informazione, possibilità materiale di dire no e sopravvivere al no.
I talebani, invece, costruiscono il contrario: una società in cui dire no diventa quasi impossibile, e poi chiamano consenso il fatto che nessuna riesca a dirlo. È la stessa logica che attraversa tutto il governo dei corpi femminili. Una donna esclusa dalla scuola è più facile da sposare. Una donna senza lavoro è più facile da controllare. Una donna senza accesso alla giustizia è più facile da picchiare. Una bambina senza protezione è più facile da consegnare. Una ragazza a cui viene chiesto di opporsi da sola a matrimonio, famiglia, marito, giudice e regime non sta esercitando un diritto: sta affrontando una condanna.
Il risultato è un sistema perfetto nella sua violenza: le donne sono responsabili di non aver detto no anche quando il potere ha fatto tutto per impedire loro di parlare. La comunità internazionale condanna, l’Onu esprime preoccupazione, le organizzazioni per i diritti umani denunciano. È necessario, ma non basta. Perché intanto, in Afghanistan, una ragazza può essere chiusa fuori dalla scuola, spinta verso un matrimonio, privata di strumenti economici, isolata dalla giustizia e poi dichiarata consenziente perché non ha protestato al momento giusto.



