Sfratti accelerati, cresce l’emergenza abitativa

È ripreso al Senato l’esame dell’Atto Senato 1896, il disegno di legge del Governo che interviene sulle procedure di rilascio degli immobili, con l’obiettivo di rendere più rapide le procedure di sfratto.

Una ripresa dell’iter che avviene nel colpevole silenzio di quasi tutti i mass media.

Dalla memoria presentata alla Commissione Giustizia del Senato dall’Unione Inquilini vengono spunti interessanti.

La prima critica riguarda il metodo del confronto parlamentare. Secondo l’organizzazione degli inquilini, la scelta di consentire loro soltanto la presentazione di una memoria scritta, senza un’audizione in Commissione, mentre è stata concessa l’audizione alle rappresentanze della proprietà immobiliare, determina uno squilibrio nella discussione su una materia che coinvolge direttamente milioni di persone in affitto e la loro rappresentanza.

Procedure più rapide e tempi più brevi sono il cuore del disegno di legge.

L’atto del Governo prevede una nuova procedura di ingiunzione di sfratto, che può essere avviata dal proprietario anche prima della scadenza del contratto. Se il contratto è già scaduto, il giudice può fissare il rilascio in un periodo compreso tra 30 e 60 giorni, mentre il provvedimento è dichiarato provvisoriamente esecutivo.

Il rischio è quello di costruire un sistema nel quale la rapidità con cui il proprietario torna nella disponibilità dell’immobile diventa prioritaria rispetto alla possibilità concreta dell’inquilino di difendersi e, soprattutto, di trovare una soluzione abitativa alternativa.

Particolare preoccupazione viene dalla riduzione dei termini previsti in caso di morosità. Il disegno di legge interviene sull’articolo 55 della legge 392/1978, dimezzando i tempi oggi previsti: da 90 a 45 giorni e da 120 a 60 giorni.

Una simile riduzione dei tempi rischia di colpire soprattutto le famiglie che attraversano difficoltà economiche anche temporanee dovute, ad esempio, alla perdita del lavoro, alla diminuzione del reddito, a una separazione o a una spesa per cure imprevista.

La critica centrale è che l’accelerazione delle procedure non sarebbe accompagnata da un rafforzamento degli strumenti di prevenzione.

Il problema non è soltanto stabilire quanto velocemente possa essere eseguito uno sfratto, ma intervenire prima che la morosità si trasformi nella perdita dell’abitazione. Per questo dal sindacato vengono richiesti strumenti strutturali per affrontare la morosità incolpevole, contributi per il pagamento dei canoni, mediazione tra proprietari e conduttori e un rifinanziamento dei fondi destinati al sostegno all’affitto e alla morosità.

La memoria sottolinea inoltre la necessità di aumentare l’offerta di edilizia residenziale pubblica e di abitazioni a canone accessibile. Senza un’alternativa abitativa, infatti, l’accelerazione dello sfratto rischia semplicemente di anticipare il momento in cui una famiglia si trova senza casa.

Un altro punto contestato riguarda la possibilità che, in determinate condizioni, il giudice designi un altro soggetto in sostituzione dell’ufficiale giudiziario per le azioni legate al rilascio dell’immobile.

Bisogna porre particolare attenzione su questo aspetto perché l’esecuzione di uno sfratto abitativo non è una semplice operazione materiale. Può coinvolgere famiglie con minori, anziani, persone con disabilità o nuclei in condizioni di particolare fragilità, anche economica.

La memoria del sindacato chiede quindi che qualsiasi modifica delle procedure esecutive mantenga adeguate garanzie per le persone coinvolte.

La segnalazione ai servizi sociali non basta

Il disegno di legge prevede che l’ufficiale giudiziario, o l’eventuale istituto incaricato, segnali ai servizi sociali le situazioni di disagio, fragilità o vulnerabilità.

Il sindacato considera questa previsione positiva, ma assolutamente insufficiente se non viene accompagnata da risorse e interventi concreti. La semplice segnalazione non garantisce infatti una nuova abitazione.

Per rendere effettiva la tutela sarebbero necessari: un intervento tempestivo dei servizi sociali, risorse adeguate, strumenti contro la morosità incolpevole e un coordinamento tra magistratura, Comuni e servizi territoriali. L’obiettivo dovrebbe essere garantire un effettivo passaggio da casa a casa, anche attraverso l’edilizia residenziale pubblica.

Il provvedimento prevede inoltre la possibilità di differire solo una volta, fino a un massimo di 180 giorni, l’esecuzione dello sfratto in alcune situazioni particolari: tra queste, la presenza nell’immobile di una persona di almeno 75 anni, di una persona con disabilità grave o di una persona malata terminale.

Si tratta di una tutela importante ma insufficiente e troppo limitata. La vulnerabilità abitativa, infatti, può riguardare anche famiglie con minori, persone che hanno perso il lavoro, nuclei monoreddito, lavoratori precari o famiglie colpite da una grave crisi economica.

Si tratta, quindi, di estendere la protezione sulla base della concreta situazione sociale e abitativa del nucleo familiare, e non soltanto sulla base di categorie tassativamente individuate.

Contestata inoltre è la previsione che consentirebbe di applicare una sanzione pari all’1% del canone mensile per ogni giorno di ritardo nel rilascio dell’immobile.

Questo meccanismo rischia di aggravare ulteriormente la situazione economica di chi non riesce a lasciare l’abitazione, non per volontà, ma perché non dispone di un’alternativa abitativa adeguata, e di ritardare il rilascio.

Il rischio è quello di un effetto cumulativo: perdita dell’abitazione, aumento del debito, ulteriore impoverimento della famiglia ed effettiva esclusione sociale.

Un elemento di preoccupazione riguarda le risorse. Il disegno di legge stabilisce che le amministrazioni provvedano agli adempimenti previsti utilizzando le risorse già disponibili e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Questa impostazione è problematica perché, da un lato, il provvedimento potrebbe aumentare la necessità di interventi sociali e abitativi e, dall’altro, non prevede risorse aggiuntive. Il rischio è che una parte significativa dei costi sociali e amministrativi delle nuove procedure venga trasferita sui Comuni e sui servizi territoriali abitativi e sociali.

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Siamo di fronte a un disegno di legge che interviene sugli effetti e non sulle cause.

Il problema abitativo non può essere affrontato esclusivamente come una questione di efficienza processuale e celerità dell’esecuzione.

Si dovrebbe intervenire sulle cause che producono gli sfratti: difficoltà economiche, precarietà del lavoro, aumento degli affitti, insufficienza dell’offerta abitativa accessibile e carenza di edilizia residenziale pubblica.

Il Governo invece propone un impianto esclusivamente repressivo, mentre al contrario sarebbe necessario il rafforzamento delle politiche contro la morosità incolpevole, il sostegno agli affitti, la mediazione tra proprietari e inquilini, maggiori risorse per i servizi abitativi e sociali, l’aumento dell’edilizia residenziale pubblica e la garanzia di soluzioni abitative alternative per le famiglie sottoposte a sfratto.

Necessarie, inoltre, garanzie procedurali effettive nei casi di occupazione senza titolo, affinché l’accelerazione dell’esecuzione non limiti il diritto di difesa e tenga conto delle condizioni oggettive e soggettive delle famiglie che hanno prodotto l’atto.

Si tratta quindi di un disegno di legge che deve essere soggetto a una revisione sostanziale e profonda o al suo ritiro. Non si tratta di mettere in discussione in astratto l’esigenza di rendere più celeri le azioni di rilascio, ma di assicurare che queste siano compatibili con la tutela dei diritti delle persone coinvolte e sostenibili per i Comuni.

La questione centrale è dunque trovare un equilibrio tra il diritto del proprietario alla disponibilità dell’immobile e il diritto all’abitazione e alla continuità abitativa.

Rendere più veloce lo sfratto non risolve la morosità.

Senza politiche di prevenzione, di sostegno alle famiglie spesso con redditi medio-bassi o lavoro precario, senza adeguate risorse per gli enti locali e soprattutto un aumento dell’offerta abitativa di edilizia residenziale pubblica, l’accelerazione delle procedure rischia di trasformarsi semplicemente in un’accelerazione e in un aumento dell’emergenza abitativa a carico dei Comuni.

Per questo viene chiesto al Parlamento di riaprire il confronto con le rappresentanze degli inquilini e di valutare l’impatto sociale complessivo della riforma prima di procedere all’approvazione definitiva. Meglio ancora sarebbe il ritiro del provvedimento e discutere seriamente come affrontare la questione abitativa.

È del tutto evidente che, se ci fosse un tetto agli affitti, contributi affitto adeguati, una disponibilità maggiore di case popolari e alloggi sociali che garantiscano il passaggio da casa a casa, la questione sfratti non esisterebbe, ma il Governo sembra non comprendere questa semplice constatazione.

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Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini