A Roma si può avere un lavoro e non riuscire a pagare l’affitto, avere una casa e rinunciare alle cure, crescere dei figli e dipendere dagli aiuti alimentari. È la povertà descritta da «Una carità che interroga e rigenera», il rapporto della Caritas diocesana di Roma sulle attività svolte nel 2025. Non un censimento della povertà, ma una fotografia di chi chiede sostegno.
Il dato più significativo non è soltanto il numero delle richieste: è il loro intreccio. Una perdita di reddito mette a rischio l’abitazione; l’instabilità abitativa rende più difficile mantenere un impiego e curarsi; l’isolamento aggrava ogni difficoltà. La Caritas parla di povertà «multidimensionale», nella quale problemi economici, sanitari, lavorativi e familiari si alimentano a vicenda.
Nel 2025, secondo il rapporto, i tre Centri di ascolto diocesani hanno incontrato 4.423 persone, 1.892 delle quali per la prima volta. Nei Centri parrocchiali gli ascolti hanno riguardato altre 8.196 persone. La somma, 12.619, non equivale necessariamente a individui distinti: qualcuno può rivolgersi a più servizi. Il 43% di nuovi accessi nei Centri diocesani segnala comunque che la domanda di aiuto non riguarda soltanto utenti già conosciuti.
La rete parrocchiale intercetta soprattutto bisogni nei territori esterni al centro. Il settore Est registra 3.136 persone accompagnate, il Nord 2.207, il Sud 1.945, mentre il Centro ne conta 275. Non è una classifica della povertà: i dati dipendono anche dalla diffusione dei servizi. Raccontano però quanto il lavoro sociale si svolga lontano dalla Roma delle cartoline.
Il bisogno più immediato resta il cibo. Le tre mense sociali hanno accolto 12.297 persone e distribuito 310.565 pasti nel corso dell’anno. Tra gli utenti, 3.535 si sono presentati per la prima volta e il 76% è di origine straniera. Le mense non offrono soltanto un piatto caldo: spesso costituiscono la porta d’ingresso verso assistenza sanitaria, orientamento ai servizi e percorsi di sostegno più continuativi.
A esse si affiancano gli Empori della solidarietà, nei quali le famiglie possono fare la spesa gratuitamente attraverso una tessera. Cinque empori hanno sostenuto 1.362 nuclei familiari, pari a 4.200 persone; un sesto ha aperto a fine anno nel quartiere Tuscolano. I buoni spesa hanno raggiunto altre 1.039 famiglie, per 3.210 persone. Dietro l’aiuto alimentare non c’è necessariamente l’assenza totale di reddito: spesso c’è un bilancio domestico assorbito da affitto, bollette e altre spese inevitabili.
Proprio la casa occupa un posto centrale nel documento. Il disagio abitativo non coincide soltanto con la vita in strada: comprende affitti insostenibili, sovraffollamento, contratti precari, condizioni abitative degradate e rischio di sfratto. La Caritas riconduce queste difficoltà ai prezzi degli immobili, ai canoni di locazione, alla perdita di potere d’acquisto e alla precarietà lavorativa. Nel 2025 ha istituito un’area specifica dedicata all’abitare e alla domiciliarità.

Gli interventi mostrano quanto sia complicato trasformare un’accoglienza temporanea in autonomia. Il progetto di ospitalità diffusa presso parrocchie, istituti religiosi e famiglie ha accolto 45 persone appartenenti a dieci nuclei. Il programma di housing sociale intitolato a don Roberto Sardelli ne ha accompagnate 56, tra cui dieci minori. Interventi preziosi, ma limitati rispetto alla crisi abitativa. Trovare lavoro, del resto, non significa trovare automaticamente una casa che ci si possa permettere.
Anche l’accesso alle cure racconta le disuguaglianze. Il Poliambulatorio della Caritas, vicino alla stazione Termini, ha incontrato 3.707 persone provenienti da 117 Paesi. I pazienti presi in carico sono stati 2.486, di cui 1.318 nuovi. Sono state erogate 17.112 prestazioni e distribuite gratuitamente 21.240 confezioni di medicinali. Il Centro odontoiatrico ha effettuato altre 3.330 prestazioni per 788 pazienti. La necessità di ricorrere a questi presìdi rende evidente la distanza che può separare il diritto formale alla salute dalla possibilità concreta di esercitarlo.
Sul versante del lavoro, l’Officina delle Opportunità ha accompagnato 560 persone in percorsi di orientamento, formazione e inserimento. Ma il rapporto insiste su un nodo che supera il solo accesso all’occupazione: un impiego instabile o poco remunerato può non bastare a pagare un alloggio e mantenere una famiglia. Per questo la Caritas collega il sostegno economico all’accompagnamento abitativo, sanitario e sociale, anziché trattare ogni necessità come un caso isolato.
L’attenzione si estende ai giovani che non studiano e non lavorano, agli anziani soli e alla povertà educativa. I percorsi promossi nelle scuole hanno coinvolto oltre 3.600 studenti di 34 istituti superiori; altre iniziative cercano di ricostruire reti di prossimità e contrastare l’isolamento. In parallelo, 241 parrocchie e oltre 1.400 volontari partecipano alla rete territoriale di sostegno.
Presentando le linee guida per il 2026-2027, il direttore Giustino Trincia richiama l’eredità di don Luigi Di Liegro e chiede di riportare i poveri al centro dell’agenda della città. È qui che il rendiconto delle attività diventa anche una questione politica. La solidarietà può evitare che una difficoltà si trasformi in tragedia personale, ma non può sostituire politiche pubbliche capaci di assicurare un alloggio accessibile, redditi sufficienti e cure effettivamente disponibili.
I 310 mila pasti, le migliaia di richieste di ascolto e le prestazioni sanitarie gratuite non misurano da soli tutta la povertà romana. Misurano però la quantità di bisogni a cui una rete caritativa si trova a rispondere. Finché mangiare, abitare o curarsi resteranno, per una parte della popolazione, problemi da risolvere cercando assistenza, quella che chiamiamo «emergenza» continuerà a somigliare molto a una condizione ordinaria della Capitale.



