Il lavoro va benissimo, ci dicono. Tasso di occupazione al 62,7%, “livello record dall’inizio delle serie storiche”, disoccupazione totale al 6%, quella giovanile sotto il 20%. Il messaggio è chiaro: se non lavori è quasi colpa tua. Ma basta leggere con un minimo di attenzione la stessa nota Istat per vedere che dentro questo trionfo di cifre c’è un’altra storia, quella che riguarda soprattutto i giovani e chi sta in mezzo, tra i 25 e i 49 anni.
A ottobre 2025 gli occupati crescono di 75mila unità e il tasso di occupazione sale appunto al 62,7%. I giornali aprono sul “record storico”, ed è vero: è il valore più alto dal 2004. I disoccupati diminuiscono di 59mila, il tasso scende al 6%, quello giovanile al 19,8. Tutto bene, dunque? Non proprio.
Nelle righe sotto, un po’ più in piccolo, l’Istat precisa che la crescita occupazionale “coinvolge tutte le classi d’età ad eccezione dei 25-34enni, che risultano in diminuzione” e che, nel confronto con ottobre 2024, l’aumento riguarda soltanto chi ha almeno 50 anni, mentre nelle altre fasce il numero di occupati cala. Il famoso record è trainato dagli over 50, non certo da una ripresa robusta del lavoro stabile per chi dovrebbe costruirsi una vita.
C’è un altro passaggio che merita di essere tenuto insieme a questo. Gli “inattivi” tra i 15 e i 64 anni risultano stabili complessivamente, ma la stabilità è una media: crescono tra i 15-34enni e diminuiscono tra chi ha almeno 35 anni. Tradotto: tra i più giovani aumentano quelli che non lavorano e non cercano lavoro, per scoraggiamento, studio prolungato o semplicemente esclusione dal gioco.
Chi ha più di 50 anni resta in attività più a lungo, spesso perché non può permettersi di smettere. Il mercato del lavoro che ci viene venduto come inclusivo è in realtà un sistema che spinge fuori i giovani e trattiene i meno giovani, mentre il racconto politico continua a ripetere che la “priorità sono le nuove generazioni”.
C’è poi il non detto più grande: questi 24 milioni e 208mila occupati, record dal 2004, che lavoro fanno? L’Istat, nella nota, non entra nel merito della qualità, ma gli ultimi anni hanno mostrato con chiarezza la struttura del mercato: una fetta sempre più grande di contratti a termine, part-time involontari, occupazioni intermittenti, lavoretti in appalto e subappalto.

Il dato di oggi non fa eccezione, anzi: l’aumento riguarda sia i dipendenti sia gli autonomi, ma non abbiamo visto alcuna inversione nelle tendenze strutturali di precarizzazione. Si può essere “occupati” anche con un contratto di tre mesi, una partita IVA monocliente, un part-time che non paga l’affitto. La statistica segna uno in più, ma la vita resta in sospeso.
Il quadro generazionale è rovesciato rispetto alla retorica. Mentre il commento ufficiale celebra numeri da “piena occupazione”, i 25-34enni – quelli che dovrebbero fare figli, mutui, progetti – sono l’unica fascia in calo. Nel confronto annuo, gli occupati aumentano solo sopra i 50 anni, cioè tra chi ha già alle spalle una vita di lavoro o è costretto a restare al lavoro oltre quanto previsto.
È la fotografia di un Paese in cui la promessa implicita del patto sociale “studia, lavora, ti sistemerai” è stata rovesciata: chi è entrato prima nel mercato, con tutele più forti, resta agganciato; chi arriva dopo trova il tappeto già strappato.
Il dettaglio più onesto, paradossalmente, sta fuori dal testo: mentre scorrono i dati sul record di occupazione, la pagina ospita la pubblicità del “maxi prestito per i nati tra il 1944 e il 1960, mini rate e zero stress”. La manovra economica di oggi chiede ai giovani di non lamentarsi perché “il lavoro c’è” e agli anziani di indebitarsi ancora un po’ per tirare avanti. In mezzo, c’è un mercato del lavoro che continua a produrre statistiche rassicuranti e vite precarie.
Se questi numeri si leggono alla Diogene, la conclusione è semplice: non siamo davanti a un miracolo occupazionale, ma a un gigantesco spostamento del rischio dalle imprese alle persone, dalle tutele collettive alle biografie individuali. Il record non è il 62,7%, è la distanza tra le cifre celebrate nei comunicati e la realtà di chi quel lavoro lo vive giorno per giorno.


