Il progetto REGROW, lanciato nel 2017 dalla Banca Mondiale per rafforzare la gestione del Parco Nazionale di Ruaha in Tanzania e trasformarlo in una destinazione turistica strategica, si è rivelato una delle iniziative più controverse dell’istituto. Con un finanziamento iniziale di 150 milioni di dollari, l’obiettivo era quello di valorizzare le risorse naturali e promuovere uno sviluppo sostenibile. Ma per le comunità locali l’impatto è stato ben diverso.
Negli anni successivi all’avvio del progetto, sono emerse accuse gravi nei confronti dei ranger dell’Autorità dei Parchi Nazionali della Tanzania (TANAPA), l’ente responsabile della gestione del parco. Le denunce hanno riguardato episodi di violenza, tra cui sequestri di bestiame, sparizioni di persone, uccisioni extragiudiziali e repressione sistematica nei confronti dei pastori e degli agricoltori che vivono all’interno o ai margini dell’area protetta. Le restrizioni imposte all’accesso alla terra e alle risorse hanno colpito direttamente i mezzi di sussistenza di decine di migliaia di persone.
L’Oakland Institute, think tank statunitense impegnato nella tutela dei diritti delle comunità rurali, ha segnalato che durante il periodo di attuazione del progetto la superficie del parco sarebbe raddoppiata, passando da 1 a oltre 2 milioni di ettari, con conseguenze dirette su almeno 28 villaggi e circa 84.000 persone. La Banca Mondiale ha contestato questa ricostruzione, sostenendo che l’espansione fosse avvenuta in precedenza, ma le accuse di violazioni dei diritti umani sono comunque state oggetto di un’indagine formale da parte del Comitato di Ispezione della stessa banca.
Il rapporto finale, pubblicato nell’aprile 2025, ha riconosciuto gravi errori di pianificazione e di supervisione. L’assenza di un’adeguata valutazione dei rischi sociali, unita alla mancata attivazione di meccanismi di segnalazione e compensazione per le vittime, ha contribuito a creare un contesto opaco e pericoloso. Di fronte a tali conclusioni, la Banca ha sospeso i finanziamenti nel 2024, quando erano già stati erogati 125 milioni di dollari, e ha successivamente cancellato il progetto a novembre dello stesso anno.

Come risposta alla crisi, la Banca Mondiale ha stanziato due nuovi programmi di supporto: uno da 2,8 milioni di dollari per il sostegno diretto alle comunità colpite e per la consulenza legale alle vittime, e un altro, più ampio, da 110 milioni destinato alla promozione di mezzi di sostentamento alternativi in tutta la Tanzania. Si tratta del più grande intervento riparativo mai messo in campo dalla banca per rispondere a violazioni delle proprie policy.
Tuttavia, le critiche non si sono placate. Le comunità continuano a denunciare sfratti, minacce e la sospensione dei servizi essenziali. Molti villaggi chiedono la restituzione delle terre, risarcimenti concreti per le perdite subite e giustizia per i familiari delle vittime. Contestano l’idea che iniziative come la “cucina pulita” o la microfinanza possano compensare la distruzione dei loro mezzi di sussistenza tradizionali.
Il caso di Ruaha ha sollevato questioni cruciali sul bilanciamento tra conservazione ambientale e diritti umani. L’esperienza dimostra quanto sia rischioso affidare la protezione delle aree naturali a enti armati e privi di reali controlli, e quanto fragile possa essere il confine tra tutela della biodiversità e violazione dei diritti delle comunità locali. Le lezioni apprese, ha fatto sapere il Comitato di Ispezione della Banca, dovranno ora guidare la progettazione di ogni futura iniziativa di conservazione che preveda limitazioni all’accesso alle risorse o spostamenti forzati della popolazione.
Nel frattempo, in Tanzania, i pastori e gli agricoltori colpiti dalla politica di espansione del parco continuano a vivere sotto pressione. Per molti, la perdita di un familiare o di un intero villaggio non è una questione da archiviare in un report. È una ferita ancora aperta, che né gli elefanti né i safari potranno mai coprire.



