Nella discussione sul taglio dell’Irpef, la definizione di “ricco” è tornata al centro del dibattito politico. Secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, non può considerarsi tale chi guadagna 45mila euro lordi l’anno.
Ma i numeri diffusi da Bankitalia, Istat e Ufficio parlamentare di bilancio raccontano un’altra storia: l’85% dei benefici della riforma fiscale andrà alle famiglie con redditi medio-alti.
Per effetto del sistema a scaglioni, la riduzione della seconda aliquota produce vantaggi crescenti man mano che cresce il reddito. Così i dirigenti arriveranno a risparmiare in media 408 euro, mentre gli operai riceveranno appena 23 euro all’anno.
Nella parte più alta della piramide, anche chi percepisce 200mila euro potrà contare su un vantaggio concreto: la cosiddetta “tagliola” sulle detrazioni scatterà solo oltre quella soglia e colpirà una minoranza di contribuenti.
Il risultato è una misura presentata come aiuto al ceto medio ma che rafforza le disuguaglianze. A 45mila euro lordi – poco più di 2mila euro netti al mese – non si è ricchi, ma neppure protetti. Si vive tra affitti che corrono, spese sanitarie in aumento e salari che non seguono l’inflazione.
In questo scenario, parlare di “massacro” per chi governa appare fuori luogo. A essere massacrati, semmai, sono ancora una volta i redditi bassi, che vedono scivolare verso l’alto anche l’ultimo beneficio fiscale rimasto.



