Ocse: il lavoro in Italia resta schiacciato dal fisco

L’ultimo rapporto Taxing Wages 2026 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) dedicato all’Italia consegna un dato che merita di essere letto con attenzione: nel 2025 il cuneo fiscale sul lavoratore single con salario medio scende dal 47% al 45,8%, ma il nostro Paese resta comunque tra quelli in cui il lavoro dipendente è più gravato da imposte e contributi. Nella classifica dei 38 Paesi Ocse, l’Italia è al quinto posto, molto al di sopra della media, che si ferma al 35,1%.

Per capire il significato di questo numero bisogna chiarire di che cosa si parla. Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo complessivo sostenuto dal datore di lavoro e quello che il lavoratore porta effettivamente a casa in busta paga, tenendo conto di imposte, contributi sociali e, dove previsti, benefici familiari. Quando il cuneo è alto, significa che una quota molto consistente del costo del lavoro non si trasforma in reddito disponibile per chi lavora.

Il rapporto segnala un miglioramento rispetto all’anno precedente, ma mostra anche che l’alleggerimento non modifica l’impianto di fondo. Il dato più significativo riguarda proprio la composizione del prelievo: in Italia imposta sul reddito e contributi sociali a carico del datore di lavoro rappresentano l’84% del cuneo totale, contro una media Ocse del 77%.

Questo significa che il peso del sistema continua a concentrarsi soprattutto sul lavoro regolare e dipendente, cioè sulla parte più visibile e tracciabile del reddito.

Il quadro cambia parzialmente quando si guarda alle famiglie con figli. Per una coppia monoreddito con due figli, il cuneo fiscale italiano nel 2025 è pari al 34,3%, comunque più alto della media Ocse, che è del 26,2%.

In questo caso però i benefici e le agevolazioni legate ai figli riducono il peso fiscale di 11,5 punti percentuali, più della media Ocse, che si ferma a 8,9 punti. La conseguenza è chiara: il sistema offre una protezione relativamente maggiore ai nuclei familiari con figli, mentre lascia più esposto il lavoratore single.

È proprio qui che il rapporto aiuta a leggere una frattura sociale spesso trascurata. Il lavoratore solo, senza figli e senza trasferimenti che compensino il carico fiscale, resta la figura più penalizzata. Nel 2025, secondo l’Ocse, un lavoratore single medio in Italia affronta una aliquota fiscale netta media del 28,6%, contro il 25,1% della media Ocse.

In termini concreti, questo significa che il suo reddito netto, dopo imposte e benefici, corrisponde al 71,4% del salario lordo, mentre nella media dei Paesi Ocse arriva al 74,9%. Non è uno scarto marginale: è la misura di una riduzione del reddito disponibile che incide sulla vita quotidiana, dall’affitto alle bollette, dai trasporti alla spesa.

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Per la coppia monoreddito con due figli la situazione è diversa. L’aliquota fiscale netta media scende al 13,5%, leggermente al di sotto della media Ocse del 14,7%, e il reddito netto disponibile arriva all’86,5% del lordo. È un dato che conferma l’effetto protettivo delle misure familiari, ma anche il fatto che la riduzione del carico non riguarda allo stesso modo tutte le condizioni sociali.

Il rapporto suggerisce anche un’altra considerazione importante: il problema non nasce oggi e non si esaurisce in un solo anno. Tra il 2000 e il 2025 il cuneo fiscale del lavoratore single medio in Italia è passato dal 47,1% al 45,8%, con una diminuzione di appena 1,3 punti percentuali in venticinque anni.

Nello stesso periodo, la media Ocse è scesa dal 36,1% al 35,1%. Anche guardando all’ultimo decennio, il cambiamento resta limitato: tra il 2015 e il 2025 il calo in Italia è stato di 2,1 punti. Il dato conferma quindi che non si tratta di un’anomalia temporanea, ma di una struttura fiscale che continua a gravare stabilmente sul lavoro.

I punti principali del documento possono essere riassunti così. Primo: il cuneo fiscale italiano diminuisce, ma resta tra i più alti dell’area Ocse. Secondo: il prelievo si concentra soprattutto su imposta sul reddito e contributi sociali legati al lavoro. Terzo: la pressione è più dura per il lavoratore single che per le famiglie con figli. Quarto: sul lungo periodo non emerge una vera svolta, ma soltanto correzioni contenute dentro un impianto sostanzialmente invariato.

Da qui discende una lettura politica e sociale precisa. Quando il lavoro dipendente continua a essere uno dei principali punti di prelievo del sistema fiscale, il rischio non è solo quello di frenare le assunzioni o comprimere i salari netti. Il rischio è anche quello di rendere più fragile l’esistenza materiale di chi vive esclusivamente del proprio stipendio.

Il rapporto non usa l’espressione “povertà lavorativa”, ma i numeri descrivono un contesto in cui una parte rilevante del reddito prodotto dal lavoro viene assorbita prima ancora di diventare disponibilità reale per chi quel lavoro lo svolge. Questa è la ragione per cui il lieve calo del cuneo non basta a raccontare una buona notizia: la distanza tra costo del lavoro e reddito effettivo resta troppo ampia.

Il dato più politico del rapporto, allora, non è soltanto che il cuneo scende. È che in Italia il lavoro continua a sostenere una parte eccessiva del peso fiscale e contributivo, mentre i benefici della riduzione restano limitati e disuguali. Il documento Ocse fotografa un sistema che alleggerisce qualcosa, ma non cambia direzione: chi lavora continua a versare molto, e chi vive di solo salario continua a restare più esposto degli altri.

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