Eurostat ha fatto la cosa meno poetica possibile: ha contato. E contando ha confermato che il deficit italiano nel 2025 è al 3,1% del Pil, in calo dal 3,4% del 2024 ma ancora sopra la soglia del 3% che avrebbe consentito al governo di sognare un’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Quindi: non siamo usciti dalla gabbia, abbiamo solo spostato di qualche centimetro le sbarre.
Nel frattempo il Consiglio dei ministri vara il Documento di finanza pubblica 2026, e Giancarlo Giorgetti lo riassume con una parola sola: “realisti”. È un modo elegante per dire che la fantasia ha avuto un problema di cassa.
Per mesi la maggioranza ha coltivato la piccola mitologia del rientro sotto il 3%, il numero magico che avrebbe permesso di vendere al Paese la favola della disciplina premiata e magari, più avanti, di immaginare qualche margine in più in vista del 2027. Invece no: 3,1. Non una tragedia greca, ma abbastanza per ricordare che i decimali, in politica economica, sono sadici.
La parte comica è che in Italia basta uno zero virgola per riattivare l’intera industria nazionale dell’alibi. Se siamo al 3,1%, la colpa è di Bruxelles, di Eurostat, dell’aritmetica ostile, forse perfino del fatto che il Pil si ostina a non crescere per generosità patriottica.
Se fossimo stati al 2,99%, invece, avremmo avuto titoloni sulla serietà italiana, sul risanamento responsabile, sulla credibilità ritrovata. Cambia un decimale, cambia la liturgia.
Il problema è che sotto la scenografia resta lo stesso Paese: crescita debole, debito altissimo, margini di bilancio microscopici e una politica che continua a parlare come se avesse in tasca la carta nera di uno Stato nordico.
Perché il punto, spiace dirlo, non è solo il 3,1. Il punto è che il governo si presenta ogni volta come se stesse combattendo una guerra di liberazione contro una soglia contabile, quando invece sta facendo i conti con un problema molto più volgare: l’Italia cresce poco e deve troppo.
L’esecutivo si prepara a tagliare la stima di crescita 2026 attorno allo 0,5%-0,6%, e ricorda che il debito nel 2025 è arrivato al 137,1% del Pil. Non è un dettaglio di contorno. È la trama.

Poi c’è il lato quasi tenero della vicenda: l’idea che, usciti dalla procedura, si sarebbero improvvisamente spalancati orizzonti di spesa, investimenti, slancio, forse perfino qualche carezza pre-elettorale ben confezionata. In realtà anche senza procedura l’Italia non avrebbe scoperto il petrolio sotto via XX Settembre.
Sarebbe rimasta dentro i vincoli del nuovo Patto europeo e dentro la sua vecchia realtà: un debito che pesa, una crescita che arranca, e bonus passati che continuano a presentarsi alla cassa come parenti imbarazzanti dopo il funerale.
Le fonti concordano sul fatto che il Dfp indicherà per il 2026 un deficit in calo, attorno al 2,8%, ma anche un quadro ancora stretto, con il debito che resta su livelli da vertigine.
E allora il “realismo” di Giorgetti andrebbe tradotto meglio. Non è realismo contabile. È realismo narrativo. Significa che il governo ha capito di non poter vendere come successo ciò che è solo una mancata bocciatura piena.
Il deficit scende, sì. Ma non abbastanza da uscire prima dalla procedura. La crescita c’è, sì. Ma ha il passo di uno che sale le scale con le buste della spesa e il fiato corto. Il debito resta lì, come un parente che non se ne va e anzi si sistema meglio sul divano.
La verità meno glamour è che il Documento di finanza pubblica di oggi non inaugura niente. Registra. Certifica. Raffredda. Dice che l’Italia continua a vivere in quella sua specialità nazionale che potremmo chiamare declino amministrato: non crolla, non corre, non guarisce, galleggia.
Ogni anno racconta la stessa storia con aggettivi diversi. Stavolta l’aggettivo è “realisti”. La sostanza resta che per uscire dalla procedura europea bisognerà aspettare almeno il 2027, sempre che nel frattempo la realtà non trovi un modo nuovo per umiliare i comunicatori.



