Rifiuti hi-tech: ricchezza per pochi, tossicità per molti

L’economia digitale ama raccontarsi come immateriale. Cloud, dati, intelligenza artificiale, piattaforme: tutto sembra leggero, rapido, quasi senza corpo. Poi però basta guardare il retrobottega. Da marzo Korea Zinc è in trattativa con grandi aziende tech statunitensi per riciclare rifiuti da data center ed estrarne terre rare.

Non vecchi telefoni o stampanti dimenticate in un cassetto, ma il rottame pesante dell’economia dell’IA. È un segnale importante: i rifiuti hi-tech non sono più soltanto uno scarto ingombrante. Sono già diventati una risorsa strategica.

Qui sta la prima verità da mettere a fuoco. I rifiuti elettronici non sono semplicemente “spazzatura tecnologica”. Sono miniere urbane. Dentro ci sono oro, rame, cobalto, terre rare, materiali preziosi e critici per l’industria digitale, energetica e militare.

Il Global E-waste Monitor 2024 stima che nel 2022 il mondo abbia prodotto 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, e che la traiettoria porti a 82 milioni di tonnellate entro il 2030. Ma soprattutto segnala che la quota formalmente raccolta e riciclata era appena del 22,3% nel 2022, e che miliardi di dollari di risorse recuperabili continuano a essere dispersi.

Questo significa che il digitale produce scarti in due modi. Prima li produce come consumo di massa: telefoni, computer, televisori, elettrodomestici, apparecchi sempre meno riparabili e sempre più rapidamente obsoleti.

Adesso li produce anche come infrastruttura: server, schede, apparati di rete, sistemi di archiviazione, componenti ad alta intensità materiale. La corsa all’intelligenza artificiale accelera proprio questa seconda filiera.

Uno studio pubblicato nel 2026 su Resources, Conservation and Recycling stima che entro il 2030 i soli server per l’IA potrebbero generare tra 131 e 224,8 kilotonnellate di rifiuti elettronici all’anno. Non è il grosso dell’e-waste globale, ma è abbastanza per ricordare che anche il futuro “intelligente” ha un fine vita molto concreto.

Per questo cresce anche il valore economico del settore. A marzo, Itochu ed ERI hanno annunciato una joint venture in Giappone per riciclare apparecchiature elettroniche e valorizzare le “urban mines”, le miniere urbane ricavate dai dispositivi dismessi.

Il mercato globale dell’IT asset disposal, cioè gestione, cancellazione dati, recupero e riciclo delle apparecchiature informatiche a fine vita, è destinato a crescere rapidamente nei prossimi anni. Tradotto: il rifiuto hi-tech non è solo un problema ambientale. È ormai una componente della politica industriale.

Fin qui, però, si vede solo metà della storia: il valore. L’altra metà è il lavoro. E qui il quadro cambia radicalmente. Perché i rifiuti hi-tech valgono molto, ma il lavoro che li trasforma in valore è spesso tossico, informale e invisibile.

L’ILO, in un rapporto del dicembre 2025, stima che le attività legate all’e-waste generino circa 6,32 milioni di posti di lavoro nel mondo, quasi il 90% dei quali classificati come occupazione diretta. Quasi metà di questi lavori si concentra in Asia, dove la maggiore intensità di manodopera si combina spesso con standard più deboli e maggiore informalità.

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È qui che la “miniera urbana” smette di sembrare una storia virtuosa di economia circolare e torna a mostrarsi per quello che è: una filiera in cui valore e nocività viaggiano insieme, ma si fermano in posti diversi.

L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che il riciclo informale dei rifiuti elettronici comporta esposizione a piombo, mercurio, diossine e altri contaminanti pericolosi, e che donne incinte e bambini sono particolarmente vulnerabili.

La stessa OMS segnala che milioni di donne e bambini che lavorano nel settore informale dei rifiuti possono essere esposti ai rischi dell’e-waste, mentre oltre 18 milioni di minori e adolescenti nel mondo sono impiegati in industrie di cui il trattamento dei rifiuti è una sottocategoria rilevante.

Questa è la vera contraddizione del settore. I materiali sono troppo preziosi per essere buttati, ma il lavoro necessario a recuperarli continua a essere troppo spesso trattato come se fosse sacrificabile. Nei paesi ricchi, l’e-waste è sempre più visto come riserva strategica di metalli e componenti.

Nei segmenti informali e nelle aree più deboli della filiera, resta invece una miscela pericolosa da smontare, bruciare, separare e trattare in condizioni precarie. Il profitto sta nella purezza del materiale recuperato; il rischio sta nei corpi che lo recuperano.

L’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore elemento di opacità. Sul piano pubblico si discute soprattutto di energia, acqua e potenza di calcolo. Meno spesso si parla del fatto che ogni salto infrastrutturale produce anche una futura montagna di componenti obsoleti.

Il discorso sull’IA continua a essere dominato da una retorica dell’innovazione che oscura la materia di cui è fatta: metalli critici, hardware specializzato, server ad alta intensità di sostituzione, logistica globale, smaltimento. In altre parole, l’IA non elimina la materia: la moltiplica, la accelera e poi la scarta.

Per questo i rifiuti hi-tech andrebbero guardati meno come una seccatura ambientale e più come una lente sulla gerarchia materiale del capitalismo digitale. Da una parte, il dispositivo o il server dismesso vengono rivalutati come “miniera”. Dall’altra, il lavoro necessario a estrarne valore resta nascosto nelle statistiche, nei capannoni del riciclo, nelle economie informali, nei territori dove arrivano gli scarti.

La digitalizzazione promette efficienza; il suo retrobottega continua a funzionare con corpi esposti, filiere opache e responsabilità disperse.

Il punto, allora, non è solo che il mondo produce troppi rifiuti elettronici. Il punto è che ha già imparato a considerarli preziosi senza aver ancora deciso di trattare come prezioso anche il lavoro che li gestisce. Finché questa sproporzione reggerà, ogni discorso sull’economia circolare rischierà di essere incompleto.

Perché dentro i rifiuti hi-tech non ci sono soltanto metalli da recuperare. Ci sono anche i rapporti sociali che decidono chi vede la miniera e chi resta nel lavoro sporco.

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