Meta fa addestrare ai dipendenti l’IA che li sostituirà

Prima ti pagavano per lavorare. Ora ti osservano mentre lavori, trasformano clic, movimenti del mouse, scorciatoie e passaggi tra app in dati, e li consegnano alla macchina che domani potrebbe fare lo stesso lavoro senza stipendio, ferie, malattia o sindacato.

Benvenuti nell’ufficio del futuro: il posto dove il lavoratore non viene solo sfruttato. Viene copiato. La notizia arriva da Meta, la casa madre di Facebook, Instagram e WhatsApp. Secondo Reuters, l’azienda sta installando sui computer dei dipendenti statunitensi un software capace di raccogliere movimenti del mouse, clic e sequenze di tasti, con l’obiettivo di addestrare modelli di intelligenza artificiale in grado di svolgere attività lavorative in autonomia.

Il programma si chiama Model Capability Initiative e rientra nella corsa di Meta alla costruzione di agenti AI capaci di usare il computer come farebbe una persona. Non è una scena di fantascienza. È una circolare aziendale. Il sistema, secondo le ricostruzioni disponibili, dovrebbe funzionare su una lista di applicazioni e siti legati al lavoro.

Registra movimenti del mouse, clic, battute sulla tastiera e, occasionalmente, screenshot, per insegnare agli agenti AI a navigare ambienti digitali, usare menù, scorciatoie, passare da una finestra all’altra, completare compiti ordinari d’ufficio. Meta sostiene che i dati non saranno usati per valutare le performance dei dipendenti e che esistono salvaguardie per proteggere informazioni sensibili.

Naturalmente. Ogni volta che un’azienda mette un occhio nuovo sulla scrivania del lavoratore, giura che non è sorveglianza. È sicurezza. È efficienza. È miglioramento del prodotto. È innovazione. È sempre qualcos’altro, mai controllo.

Ma qui il salto è più profondo. Il problema non è soltanto la privacy, anche se già basterebbe. Il problema è la proprietà del sapere operativo. Il lavoratore non produce più soltanto contenuti, codice, decisioni, documenti, assistenza, procedure. Produce anche il dataset della propria sostituzione.

Il vecchio capitalismo comprava la forza-lavoro. Quello nuovo la registra, la scompone in gesti digitali, la archivia, la addestra e poi prova a farne a meno. La sequenza è istruttiva. Ad aprile Meta comunica ai dipendenti statunitensi che inizierà a raccogliere movimenti del mouse, clic e tasti premuti per addestrare modelli AI capaci di svolgere compiti d’ufficio in autonomia.

Pochi giorni dopo, l’azienda alza le previsioni di spesa in conto capitale per il 2026 a 125-145 miliardi di dollari, dieci miliardi in più rispetto alla stima precedente. Nel frattempo si prepara una nuova riduzione della forza lavoro, con una prima ondata di tagli attesa a maggio.

Non siamo davanti a un esperimento isolato. È una catena industriale. Il processo è chiaro: l’azienda investe miliardi nelle macchine, taglia esseri umani per far quadrare i costi, poi usa gli esseri umani rimasti per insegnare alle macchine come sostituirli.

C’è un’ironia feroce in tutto questo. Per anni ci hanno spiegato che l’intelligenza artificiale avrebbe eliminato i lavori ripetitivi, lasciando agli esseri umani creatività, supervisione, strategia. Ora scopriamo che per arrivarci l’AI ha bisogno di guardare gli esseri umani mentre fanno proprio quei lavori. Deve imparare come cliccano, come esitano, come cercano un comando, come aprono una scheda, come correggono un errore, come aggirano un software fatto male. Anche la fatica diventa materia prima.

La macchina non nasce intelligente. Viene educata dal lavoro umano. Solo che l’insegnante, alla fine della lezione, potrebbe essere licenziato. Il contesto conta, perché i numeri dicono più delle dichiarazioni aziendali. Nel 2025 Meta ha già speso 72,22 miliardi di dollari in capital expenditures, cioè investimenti materiali e infrastrutturali: data center, server, capacità di calcolo, macchine per far funzionare l’AI. Per il 2026 la forchetta sale fino a 145 miliardi.

È il passaggio da azienda di piattaforme ad azienda-infrastruttura: meno leggerezza digitale, più cemento, energia, chip, debito e capacità computazionale. E quando cresce la voce “macchine”, la voce “persone” diventa trattabile. Mark Zuckerberg, secondo Reuters, ha spiegato ai dipendenti che Meta ha due grandi centri di costo: infrastruttura di calcolo e cose legate alle persone. Traduzione brutale: quando il calcolo costa troppo, qualcuno deve diventare risparmio. I tagli previsti riguardano circa il 10% della forza lavoro, con una prima ondata attesa dal 20 maggio.

Questa è la fotografia: investimenti giganteschi nell’AI, lavoratori osservati per addestrarla, licenziamenti sullo sfondo. Poi ci si stupisce se qualcuno trova la scena leggermente distopica. La versione aziendale è sempre più rassicurante della realtà materiale. Meta dice che non vuole valutare i dipendenti. Vuole solo insegnare all’AI come si lavora.

Ma se un software registra il modo in cui lavori, e quel modo viene usato per costruire un agente capace di lavorare al posto tuo, la distinzione diventa molto elegante e molto inutile. Non ti stanno dando un voto. Stanno copiando il compito.

Sede Meta di Seattle da https://www.meta.com/nl-nl/media-gallery/offices-around-the-world/meta-seattle/

Il lavoratore diventa una procedura vivente. Un manuale d’istruzioni con il badge. È qui che la favola dell’AI efficiente diventa materiale: non una nuvola intelligente sopra le nostre teste, ma un sistema che consuma miliardi, energia, server e lavoro umano. Prima compra il calcolo. Poi taglia persone. Poi registra le persone rimaste per insegnare al calcolo come fare meglio il loro lavoro.

E non riguarda soltanto Meta. Meta è solo un laboratorio grande, ricco e abbastanza arrogante da mostrare prima degli altri la direzione. Il tema vero è cosa succede quando l’esperienza accumulata da milioni di lavoratori viene catturata dai sistemi aziendali, trasformata in dati proprietari e riutilizzata contro il lavoro stesso.

Chi possiede quel sapere? L’azienda, perché il computer è suo? Il lavoratore, perché quel sapere nasce dal suo corpo, dalla sua attenzione, dalla sua esperienza, dai suoi errori, dai suoi anni? O il modello di intelligenza artificiale, che inghiotte tutto e restituisce una versione automatizzata, pulita, obbediente, senza rivendicazioni?

La vicenda Meta non è nemmeno un’anomalia. Secondo Reuters Breakingviews, la spesa combinata di Big Tech in infrastrutture AI potrebbe superare i 700 miliardi di dollari nel 2026. La corsa non riguarda un’azienda sola: è l’intero capitalismo digitale che sta trasformando uffici, data center e lavoratori in materiale per addestrare automazione.

È qui che la retorica dell’innovazione mostra i denti. Finché si tratta di chiedere adattamento ai lavoratori, l’AI è una rivoluzione inevitabile. Quando si tratta di discutere proprietà dei dati, diritti, compensi, limiti e controllo democratico, diventa improvvisamente un fatto tecnico. Una questione di efficienza. Una scelta interna di prodotto.

Il problema è che “interno” non significa innocuo. Anche la fabbrica era uno spazio interno. Anche il cronometro di Taylor era uno strumento interno. Anche la catena di montaggio era organizzazione del lavoro. Ogni volta che il capitale ha trovato un modo per misurare meglio il lavoro, lo ha fatto per comandarlo meglio.

Solo che oggi il cronometro non misura più soltanto il tempo. Misura il gesto, il clic, la pausa, l’incertezza, l’abitudine. E poi prova a trasformarli in software. La promessa dell’intelligenza artificiale era liberare l’uomo dal lavoro ripetitivo. Per ora sembra più interessata a liberare le aziende dall’uomo. O almeno a ridurlo a fase transitoria del processo: utile finché insegna alla macchina, superfluo quando la macchina ha imparato abbastanza.

Naturalmente ci diranno che nasceranno nuovi lavori. Succede sempre. Nuovi ruoli, nuove competenze, nuove opportunità. Parole giuste, quando non vengono usate come anestesia. Perché intanto i lavoratori reali esistono adesso, pagano affitti adesso, hanno mutui adesso, figli adesso, malattie adesso. Non possono vivere dentro il futuro radioso di una presentazione PowerPoint.

E poi c’è una domanda semplice: se il lavoro umano serve ad addestrare l’AI, perché il valore prodotto da quell’addestramento appartiene solo all’azienda? Se un dipendente insegna implicitamente a una macchina come svolgere una mansione, non sta creando soltanto valore nel presente. Sta contribuendo a costruire capitale futuro. Ma quel capitale non sarà suo. Non avrà quote, non avrà royalties, non avrà potere di veto, non avrà voce sulla sostituzione. Avrà, forse, un corso di aggiornamento. O un pacchetto di uscita.

È la vecchia storia dello sfruttamento, aggiornata con una bella interfaccia. Prima il padrone comprava il tempo. Poi ha comprato l’attenzione. Ora vuole anche l’impronta digitale del mestiere: come lavori, come pensi davanti a uno schermo, come risolvi piccoli problemi invisibili che nessun mansionario descrive. Quel sapere tacito, quotidiano, accumulato, diventa il nuovo petrolio aziendale. Solo che il pozzo ha un contratto a tempo indeterminato, almeno finché serve.

Il caso Meta dovrebbe aprire una discussione molto più seria di quella sulla “comodità” degli agenti AI. Dovrebbe riguardare il diritto del lavoro, la contrattazione collettiva, la privacy, la proprietà dei dati generati dall’attività lavorativa, la trasparenza degli algoritmi, il diritto a non addestrare strumenti destinati a ridurre il proprio potere contrattuale.

Perché se il lavoratore diventa dataset, allora il sindacato deve entrare nel dataset. Se l’azienda registra il gesto, quel gesto deve avere un valore riconosciuto. Se l’AI viene addestrata sul lavoro umano, quel lavoro non può scomparire dalla contabilità morale ed economica del prodotto finale.

Altrimenti siamo davanti a un nuovo furto perfettamente legale: si prende l’esperienza dei lavoratori, la si trasforma in infrastruttura aziendale e poi si chiama tutto progresso. Meta non ha inventato il problema. Lo ha solo reso visibile. Ha mostrato con brutalità ciò che molte aziende stanno già immaginando: un ufficio in cui ogni azione umana è anche materiale di addestramento, ogni attività è anche sorveglianza, ogni lavoratore è anche prototipo del proprio sostituto.

Conferenza “Future of labour in a digital Europe”, 20 febbraio 2025 Foto Polish presidency of the Council of the EU 2025 / PAP / Public Domain Mark