Minetti, la grazia e il cadavere del berlusconismo sul tavolo

Forza Italia stava quasi riuscendo nell’impresa più difficile della politica italiana: far dimenticare di essere Forza Italia. Non del tutto, certo. I miracoli esistono, ma anche la memoria nazionale, ogni tanto, ha un sussulto. Però il lavoro procedeva. Antonio Tajani in versione statista europeo, Marina Berlusconi in quella di azionista silenziosa della rispettabilità, i vecchi arredi di Arcore coperti con teli bianchi come nei saloni chiusi per l’inverno. Tutto abbastanza ordinato, tutto abbastanza presentabile, tutto abbastanza lontano da quelle fotografie mentali che il Paese aveva avuto la cortesia di infilare in fondo al cassetto.

Bastava non nominare Ruby, non nominare le “cene eleganti”, non ricordare la Questura di Milano trasformata in portineria privata, non ripensare a quel Parlamento della Repubblica chiamato a prendere sul serio la favola della nipote di Mubarak. Bastava poco: un’amnesia nazionale ben organizzata.

Poi è tornata Nicole Minetti. O meglio: è tornato il suo nome, che in politica vale ormai più della sua persona. Minetti non è soltanto Minetti. È una password. La digiti e si apre l’archivio completo del berlusconismo terminale: Arcore, le ragazze, le telefonate, le cene, i sorrisi, le assoluzioni morali preventive, le istituzioni usate come servizio in camera.

La grazia concessa a Minetti, e poi finita sotto nuova verifica dopo le notizie sui presupposti della richiesta, è diventata subito un caso politico. Il Quirinale ha chiesto accertamenti al ministero della Giustizia, la Procura generale di Milano ha avviato verifiche urgenti anche con il supporto di Interpol sull’eventuale falsità di elementi inseriti nella domanda di clemenza, Minetti ha respinto le ricostruzioni giornalistiche. Fin qui, la cronaca. Poi comincia la parte più interessante, cioè quella che nessuno confessa.

Perché il caso Minetti non riapre soltanto una pratica di grazia. Riapre l’album di famiglia. E non quello con i congressi del PPE, le strette di mano, le fotografie sobrie con fondale blu e Tajani che sembra un politico in un corridoio di Bruxelles. Riapre l’altro album: quello del bordello istituzionale degli ultimi anni del berlusconismo di governo, quando il confine tra Stato, salotto privato, televisione, affari, ragazze, faccendieri e potere era diventato una porta girevole.

Il problema, per Forza Italia, è che tutto questo torna nel momento peggiore. Il governo Meloni non è caduto, ma scricchiola. La sconfitta al referendum sulla giustizia ha tolto alla premier quell’aria da destino inevitabile. Il costo della vita morde, il carburante ricorda agli italiani che la sovranità energetica al distributore si paga con carta o contanti, gli alleati cominciano a guardarsi intorno con quella lealtà tipica dei matrimoni già finiti ma non ancora comunicati ai figli.

In questo quadro Forza Italia diventa il pezzo più interessante della maggioranza non perché sia forte, ma perché è mobile. Può votare con Meloni oggi e scoprire domani, con la commozione dei convertiti, l’importanza del dialogo istituzionale. Può dirsi leale e intanto controllare dove sono le uscite. Può essere stampella, ago della bilancia, assicurazione sulla vita o detonatore. Dipende dal momento. E soprattutto dipende da chi controlla davvero il marchio.

Perché Forza Italia non è un partito normale. Non lo è mai stata. È nata come partito-azienda e oggi sopravvive come partito-eredità, appesa alla fotografia del padre e al portafoglio dei figli. Un ramo laterale dell’impero Berlusconi, meno redditizio forse di altri, ma ancora utilissimo per trattare, pesare, condizionare. La grande ironia della Seconda Repubblica che non finisce mai è tutta qui: il partito che per trent’anni ha predicato libertà, mercato e modernità è rimasto una questione di famiglia.

Ed è proprio qui che nascono gli attriti con Meloni. Forza Italia non è Fratelli d’Italia con la cravatta. Ha un altro pubblico, altri interessi, altri padroni di casa. È più europeista, più legata al PPE, più sensibile agli umori delle imprese, meno disponibile alla liturgia sovranista permanente. Sulla politica estera, sui rapporti con Bruxelles, sulla giustizia, sulla Rai, sulle nomine, sulla legge elettorale, sul rapporto con la Lega, Forza Italia spesso obbedisce, ma raramente si confonde. Frena, manda segnali, alza un sopracciglio, poi rientra nei ranghi con l’aria di chi ha solo chiesto un caffè. Meloni lo sa. E sa anche che, se il governo entrasse davvero in apnea, il primo pezzo della maggioranza capace di rivendersi come “responsabile”, “moderato”, “europeo” e “istituzionale” non sarebbe la Lega. Sarebbe Forza Italia.

Per fare questo, però, il partito di Tajani avrebbe bisogno di una seconda verginità. Non una resurrezione, troppo impegnativa. Una cosa più pratica, più italiana, più da outlet della rispettabilità: una verginità ricondizionata, con garanzia europea e confezione moderata. Il PPE farebbe da lavanderia nobile, Tajani da garante, Marina da azionista silenziosa, la parola “centro” da deodorante politico. Il progetto è semplice: sembrare un tranquillo partito europeo, non il monumento ambulante a una stagione in cui l’Italia veniva trattata come dependance privata.

Ed ecco che Nicole Minetti diventa un problema di marketing. Non serve immaginare stanze buie, telefoni criptati e dossier passati sotto il tavolo. La politica italiana, molto spesso, è più semplice e più ridicola. Basta capire a chi torna utile una certa memoria nel momento esatto in cui viene riattivata. E però far finta che il tema dei dossier non esista sarebbe un esercizio di candore eccessivo persino per un Paese che ha creduto alla nipote di Mubarak.

Quando in una vicenda così delicata cominciano a circolare carte, verifiche internazionali, documenti sull’adozione, passaggi tra ministero, procure, Quirinale, Uruguay, Spagna e Interpol, la domanda non è più solo giudiziaria. È politica. Le carte, in Italia, raramente vanno in giro da sole. Qualcuno le cerca, qualcuno le conserva, qualcuno le legge prima degli altri, qualcuno decide quando restano in un cassetto e quando finiscono sul tavolo.

Di GennaroCri – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23770906

Non stiamo dicendo che “i servizi” abbiano costruito il caso Minetti. Sarebbe troppo comodo, e anche troppo romanzesco. Ma una domanda va fatta: quando materiale sensibile diventa ordigno mediatico, chi possiede le chiavi dei circuiti in cui quel materiale passa? Chi può sapere prima? Chi può rallentare, accelerare, lasciare uscire, o semplicemente non impedire che qualcosa esca? In Italia il sistema di informazione per la sicurezza non vive su Marte. Fa capo politicamente alla Presidenza del Consiglio. E oggi a Palazzo Chigi c’è Giorgia Meloni.

Dunque la domanda non è da romanzo di spionaggio. È da grammatica elementare del potere: se uno scandalo fondato su carte e informazioni riservate produce un vantaggio politico per chi governa Palazzo Chigi, è legittimo chiedersi chi controlli i rubinetti della riservatezza. Non per assolvere Forza Italia, che con il proprio passato deve vedersela da sola. Non per inventare complotti in assenza di prove. Ma per evitare la favola più ingenua: quella secondo cui i dossier, in Italia, cadono dal cielo come la pioggia d’aprile.

Il ritorno di Minetti, infatti, non colpisce solo lei. Non colpisce solo il Quirinale, trasformato nel bersaglio comodo degli sciacalli istituzionali. Colpisce soprattutto Forza Italia nel punto esatto in cui stava tentando l’operazione più delicata: separare il proprio futuro dal proprio passato. Se Forza Italia resta inchiodata ad Arcore, resta inchiodata anche alla maggioranza. Se invece riesce a diventare “centro”, “moderazione”, “responsabilità europea”, può diventare il primo pezzo mobile del dopo-Meloni. A chi conviene impedirlo?

Questa è la funzione politica del caso Minetti. Non necessariamente la sua origine. La funzione. La grazia può essere stata concessa per ragioni umanitarie, può essere stata istruita male, può essere stata costruita su elementi che ora vanno verificati. Tutto va accertato, senza isterie e senza processi sommari. Ma intanto l’effetto politico si è già prodotto: Forza Italia è stata rispedita davanti allo specchio. E nello specchio non c’è Tajani con il completo blu da Bruxelles. C’è Arcore.

C’è l’Italia in cui il potere maschile rideva di se stesso e pretendeva pure l’applauso. C’è l’Italia in cui il Parlamento, Giorgia Meloni compresa, veniva chiamato a nobilitare la farsa. C’è l’Italia in cui l’indecenza non era nascosta: veniva ribattezzata. “Cene eleganti”, appunto. Come se bastasse cambiare tovaglia per cambiare la natura del banchetto.

Minetti è quel cassetto riaperto. E allora la domanda non è soltanto chi abbia sbagliato sulla grazia. Se qualcuno ha prodotto carte false, va perseguito; se qualcuno non ha controllato, va chiamato a rispondere; se il ministero della Giustizia ha istruito male, Nordio non può limitarsi al ruolo di passante informato; il Quirinale non può diventare il parafulmine comodo di una filiera opaca.

Ma accanto alla domanda istituzionale ce n’è un’altra, più politica e più sporca: chi trae vantaggio dal ritorno del cadavere? Perché il cadavere del berlusconismo non è mai stato seppellito. È rimasto lì, in salotto, coperto con un lenzuolo elegante. Ogni tanto qualcuno ci appoggia sopra una bandiera europea, un comunicato sulla responsabilità, una dichiarazione sul garantismo. Ma il corpo è ancora lì. E quando serve, basta togliere il lenzuolo.

Oggi quel corpo viene messo sul tavolo mentre il governo Meloni mostra le prime crepe. Gli alleati si guardano, la Lega fa i suoi conti, Forza Italia fa i suoi, gli eredi Berlusconi osservano il futuro con l’istinto di chi sa che il marchio di famiglia non può essere trascinato fino all’ultimo giorno dentro un sovranismo perdente. Lo “scavallamento” non deve per forza prendere la forma del ribaltone teatrale. Può essere qualcosa di più graduale: un voto diverso qui, un distinguo là, una responsabilità nazionale evocata al momento giusto, un governo formalmente in piedi mentre un pezzo della maggioranza comincia a immaginarsi altrove.

Per farlo, però, Forza Italia deve presentarsi pulita. O almeno pulibile. E Minetti ricorda che non lo è. Nel momento in cui Forza Italia provava a rifarsi una faccia, qualcuno — o qualcosa, magari anche solo un rubinetto lasciato aperto al momento giusto — le ha rimesso davanti la vecchia. E la vecchia faccia non era quella del liberalismo europeo. Era quella del bunga bunga con timbro istituzionale.

In politica non sempre serve inventare un complotto. A volte basta riaprire il cassetto giusto al momento giusto. E dentro quel cassetto, questa volta, non c’erano solo le carte della grazia a Nicole Minetti. C’era il promemoria che Forza Italia cercava di cancellare: puoi cambiare postura, alleanze, slogan e cravatta. Puoi parlare di centro, Europa, responsabilità e moderazione. Puoi perfino sperare che i tuoi vecchi nemici abbiano bisogno di te abbastanza da non farti troppe domande.

Ma prima o poi qualcuno spegne la musica. E nel silenzio non resta il centro moderato: resta il rumore di Arcore che gratta sotto il parquet. Forza Italia voleva sembrare una forza responsabile. La vicenda Minetti ha ricordato a tutti che certi partiti non hanno un passato: hanno una scena del crimine.

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