Giornata della povertà: l’ipocrisia di un Paese distratto

Ogni anno arriva puntuale la “Giornata della povertà”, una specie di ricorrenza civile dove l’Italia si ricorda, per ventiquattr’ore scarse, che esistono persone che non ce la fanno. E’ appena trascorsa l’ultima, ieri, e i poveri restano poveri.

È il momento in cui istituzioni, opinionisti e qualche volto noto si affacciano sui social con il loro messaggio “profondo”, rigorosamente in tonalità seppia, per dire che “nessuno deve restare indietro”. Poi passa mezzanotte e la povertà può tornare tranquillamente nel suo habitat naturale: l’invisibilità.

C’è qualcosa di stonato in questa liturgia annuale. Somiglia a quelle visite in ospedale fatte solo alla vigilia di Natale, quando si sente il bisogno di mostrarsi buoni, purché la bontà non interferisca con il resto dell’anno. La giornata della povertà, in fondo, è diventata la versione istituzionale di questo gesto: si posa un fiore sulla tomba della giustizia sociale e ci si convince di aver fatto il proprio dovere. Senza mai chiedersi chi ha scavato quella tomba.

L’ipocrisia è sempre la stessa: dedicare una giornata alla povertà mentre il Paese produce politiche che la alimentano. Parlare di “vicinanza” mentre si taglia il welfare. Dirsi “sensibili” mentre si affida alle famiglie il peso di tutto ciò che lo Stato non fa. E mentre i poveri aumentano, si moltiplicano solo i discorsi sul decoro.

La povertà non ha bisogno di una giornata. Ha bisogno che la smettiamo con le giornate. Ha bisogno di politiche, di lavoro vero, di case, di salute, di dignità. Finché la renderemo un evento, resterà un problema. Finché la ricorderemo il 17 ottobre, significherà che ce ne dimentichiamo dal 18 in poi.

Forse la verità è che la povertà non è mai stata un tema scomodo: è scomodo affrontarla davvero.

E questa Giornata, ogni anno, ce lo ricorda benissimo. Involontariamente.

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