di Emiliano Gentili e Federico Giusti
La gestione del lavoro dipendente appare sempre più orientata a stimolare e incrementare la produttività individuale e per questo diventa via via meno attenta ai bisogni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici. In quest’ottica lo Stato concede agli imprenditori ingenti sgravi fiscali affinché i miglioramenti produttivi risultino meno costosi: secondo l’ultimo Rendiconto del Consiglio di amministrazione dell’Inps1 sarebbero stati ben 43 i miliardi di € concessi alle imprese nel 2023 per sgravi fiscali e decontribuzioni, in aumento del 26,2% rispetto all’anno precedente. A queste cifre andrebbero aggiunti circa 9 miliardi di versamenti Inps al Fondo svalutazione crediti (utilizzato per coprire i mancati versamenti contributivi dei datori di lavoro). Tanto per dare un’idea, nel 2023 il Reddito di Cittadinanza era costato soltanto 8,5 miliardi per poi venire abrogato con la motivazione dei “costi eccessivi”.
Il Governo attuale vorrebbe presentarsi come vicino agli interessi della maggior parte della popolazione, utilizzando la retorica patriottarda del “prima l’Italia!” per nascondere il significato delle proprie scelte politiche dietro un sentimento di unità nazionale che accomunerebbe tutti, dal magazziniere o lo stagista fino al più ricco uomo d’affari. Eppure a leggere le leggi che Meloni promulga non si riesce a scorgere traccia di questa comunanza di destini, di una traiettoria di sviluppo nazionale in grado di portare tutti avanti, verso un miglior benessere e una maggiore serenità.
- Come nasce la politica della detassazione
In questo studio, per l’appunto, approfondiamo il tema della detassazione dei premi per la produttività.Detassare i premi significa rendere più convenienti per le imprese gli investimenti sui processi di lavoro, sulle tecnologie di nuova generazione e sul prodotto finale necessari al fine di incrementare i ricavi (aumentando con ciò i ritmi di lavoro e il controllo sull’operato).2 Imprese efficienti possono più facilmente orientare il proprio business verso settori maggiormente moderni e remunerativi, scalando le filiere produttive per arrivare alle posizioni in cui gli investimenti rendono meglio. Certo, si tratta di una lotta contro i capitalisti concorrenti: è la loro lotta; la loro scommessa per il futuro. Ed è del tutto priva di senso umano, dal momento che per ogni vincitore c’è uno sconfitto che, assieme alla popolazione del proprio Paese, affonda.
- La detassazione dei premi: il primo Decreto
Purtroppo questa scommessa è stata rilanciata negli anni, governo dopo governo, dimostrando che anche quando regna il centro-sinistra vige la logica dei cosiddetti “interessi nazionali”. Nel 1997 il Governo Prodi emanò un Decreto Legge che escludeva dall’imponibile (sia a fini Irpef che previdenziali) quei premi erogati al lavoratore per «incrementi di produttività, qualità ed altri elementi di competitività assunti come indicatori dell’andamento economico dell’impresa e dei suoi risultati».3 Tale disposizione era stata resa possibile dal passaggio al sistema previdenziale contributivo, che sostituisce i contributi alla retribuzione quale base di calcolo dell’importo pensionistico del lavoratore. In questa maniera sia il dipendente che l’imprenditore risparmiavano in tasse; tuttavia, pur se il lavoratore riceveva un importo premiale più alto, allo stesso tempo si ritrovava a perdere parte del gettito contributivo e pertanto della propria, futura pensione. Con il sistema retributivo, che calcolava la pensione sugli ultimi anni di stipendio percepito, sarebbe invece aumentata anche la rendita previdenziale. Perciò è importante comprendere che la detassazione dei premi per la produttività è storicamente legata all’introduzione del sistema di calcolo contributivo.
- Da Prodi a Berlusconi e Renzi
Il citato Decreto Legge di Prodi prevedeva un limite massimo dell’importo assoggettabile alla decontribuzione – segnatamente il 3% della retribuzione del lavoratore. L’imprenditore, dal canto proprio, avrebbe versato un’aliquota sostitutiva del 10% (in luogo del classico 23,81%) – che il Legislatore aveva avuto l’ardire di definire «contributo di solidarietà» –, che diventava lo 0% nel caso in cui il dipendente fosse stato iscritto a forme pensionistiche complementari.4 Ciò indicava la volontà politica di rafforzare la previdenza privata come forma di riduzione degli oneri per la finanza pubblica e di compressione degli importi pensionistici, e difatti tale norma è ricorrente in tutte le disposizioni successive, fino alla normativa attuale. La previsione di spesa si aggirava attorno ai 700 miliardi di Lire all’anno (approssimativamente, 350 milioni di €)5 e sarebbe stata in parte finanziata con le maggiori entrate che il nuovo sistema di decontribuzione avrebbe dovuto procurare. “Avrebbe dovuto”, diciamo, perché solo in caso di un aumento medio sostanziale della produttività del lavoro – e quindi degli emolumenti erogati in favore dei dipendenti tramite premi – lo Stato avrebbe potuto beneficiare di entrate aggiuntive.

Nel 2007 fu sempre Prodi a revisionare la detassazione della premialità sul lavoro. La previsione di spesa ammontava, ora, a 650 milioni di €, mentre l’importo massimo soggetto a decontribuzione era stato innalzato al 5% della retribuzione. Per i lavoratori la decontribuzione prevista era integrale, mentre decadeva l’aliquota sostitutiva del 10% per i datori in favore di una decontribuzione fissata al 25% di quanto dovuto secondo la legislazione ordinaria,6 il che nei fatti ha significato un’aliquota attorno al 6%. Le misure dei Governi Prodi vennero rinnovate anno dopo anno, incrementando progressivamente – complice anche l’inflazione – le previsioni di spesa. Nel 2012 il Governo Monti previde una soglia limite di ben 950 milioni di €.7
Nel 2008 il Governo Berlusconi, appena insediatosi, eliminò l’esenzione Irpef sui premi per la produttività per introdurre un’aliquota sostitutiva del 10% e cancellò la decontribuzione.8 Il limite di spesa inoltre diveniva più generale, comprendendo anche altre misure contenute nel testo di legge. Il Governo Renzi confermò tale impostazione con la Legge 208 del 2015,9 allineandosi alla politica del centro-destra. Con questa disposizione venivano ampliati gli emolumenti salariali accessori oggetto di detassazione, definiti come «incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione», e per la prima volta si eliminava totalmente il limite di spesa. In questo caso il problema economico per il lavoratore nasce con la possibilità di convertire i premi in welfare aziendale: il datore risparmia sulle tasse, sui contributi – che si annullano, riducendo il montante contributivo – e sul costo dei servizi di welfare offerti, presumibilmente inferiore al valore degli stessi comunicato al lavoratore. Questa nuova impostazione politica rifletteva probabilmente la necessità di sostenere l’entità delle rendite dei nuovi pensionati, marcatamente inferiori a quelle degli anni precedenti anche per effetto della Riforma Fornero del 2011. Lo sconto sull’Irpef, infatti, riguarda i soli lavoratori e l’annullamento della decontribuzione consente di mantenere intatto il montante contributivo su cui poi sarebbe calcolato l’importo della prima pensione percepita. Il disegno politico che sottostava alle leggi emanate dai governi Berlusconi e Renzi rimaneva lo stesso del passato: indebolire la contrattazione di primo livello per rafforzare quella decentrata, con l’obiettivo di aumentare la produttività del lavoro e abbassare i salari.
- La detassazione dei premi oggi
Fino al Governo Draghi – compreso – non vi sono state variazioni di rilievo. Dal canto proprio il Governo Meloni ha proseguito sulla strada tracciata da Berlusconi e Renzi, portando l’aliquota sostitutiva dell’Irpef prima al 5%10 e poi all’1% (la misura è temporanea e va rinnovata periodicamente).11 Contemporaneamente è stata prevista un’aliquota del 15% su lavoro notturno, festivo e straordinario.12 In tutto ciò, però, la produttività è aumentata mediamente soltanto dello 0,5% fra il 2014 e il 2023, anno nel quale si è segnato un – 2,5% dovuto a «un aumento delle ore lavorate maggiore del valore aggiunto».13 Sostanzialmente, quindi, i capitalisti nostrani non stanno vincendo la scommessa di cui parlavamo sopra e lo Stato sta pagando le integrazioni salariali dovute alla contrattazione di secondo livello per conto delle imprese, che possono permettersi aumenti e rinnovi contrattuali di molto inferiori all’andamento dell’inflazione proprio grazie alla riduzione dell’Irpef e introducono innovazioni e tecnologie nei processi di lavoro approfittando della scarsa dinamica salariale. A tal proposito giova ricordare che la conversione dei premi di risultato in welfare aziendale risulta appetibile per i lavoratori in quanto il premio convertito non è soggetto a Irpef e, quindi, il dipendente incassa la somma netta. Con l’aliquota all’1% però il risparmio risulta irrisorio, pertanto siamo convinti che il Governo abbia introdotto una misura sperimentale (che, come dicevamo, dovrà essere periodicamente rinnovata) i cui effetti andranno via via monitorati.
Il sostegno alla contrattazione di secondo livello – che comporta la riduzione dei salari – rimane intatto; il sostegno alla conversione dei premi in denaro in welfare, invece, potrebbe risultare insufficiente. Vedremo con la Finanziaria per il 2027 quali saranno le prossime mosse, ma è possibile che gli scarsi risultati dell’economia italiana in termini di produttività abbiano imposto ai nostri governi un cambio di rotta, orientato maggiormente alla riduzione del costo del lavoro. Come gli economisti sanno bene, spesso tale riduzione allontana gli imprenditori dal praticare investimenti e innovazioni, facendo loro preferire la più comoda strada della vasta deregolamentazione normativa del lavoro presente in Italia – per sfruttare, genericamente parlando, la precarietà lavorativa.
1 Cfr. CdA Inps, Rendiconto generale – Anno 2024. Relazione sulla gestione, Tab. 41, p. 74.
2 Mentre tutto ciò avviene sotto i nostri occhi, i datori ottengono un doppio vantaggio: da una parte pagano meno tasse, dall’altra stipulano accordi in deroga al contratto nazionale incrementando lo sfruttamento dei salariati.
3 D. L. 97/1997, art. 2, c. 1.
4 D. L. 97/1997, art. 2, cc. 2 e 3.
5 D. L. 97/1997, art. 2, c. 8.
6 L. 247/2007, art. 1, c. 67.
7 L. 228/2012, art. 1, c. 481.
8 D. L. 93/2008, art. 2, cc. 1 e 2.
9 L. 208/2015, art. 1, c. 182.
10 L. 213/2023, art. 1, c. 18.
11 L. 199/2025, art. 1, c. 9.
12 L. 199/2025, art. 1, c. 10.
13 Istat: Misure di produttività | Anni 1995-2023. Nel 2023 rallenta la crescita economica e diminuisce la produttività, 9 Gennaio 2025.
di Emiliano Gentili e Federico Giusti



