Un’inchiesta transfrontaliera durata un anno, condotta dal Forever Lobbying Project, ha coinvolto 46 giornalisti e 18 esperti provenienti da 16 paesi per analizzare l’impatto delle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS), meglio note come “sostanze chimiche eterne”, sulla salute pubblica e sull’ambiente. La ricerca ha svelato i costi ambientali e sanitari associati a queste sostanze, presenti in una vasta gamma di prodotti di consumo e processi industriali, e ha evidenziato le difficoltà di bonifica e regolamentazione in Europa e in Italia.
Un problema globale con costi enormi
I PFAS sono noti per la loro persistenza nell’ambiente e la loro capacità di accumularsi negli organismi viventi. Le stime suggeriscono che bonificare l’inquinamento chimico da PFAS potrebbe costare oltre 1,85 trilioni di euro in Europa nei prossimi 20 anni, con una spesa annuale di 97 miliardi di euro. Se le emissioni non verranno controllate, i costi di bonifica potrebbero salire fino a 11,5 miliardi di euro all’anno, un fardello insostenibile per le economie locali.
A livello europeo, sono stati identificati migliaia di siti contaminati, tra cui discariche, aeroporti, siti militari e industriali, con una concentrazione preoccupante di PFAS nelle acque superficiali e potabili. Alcuni studi hanno evidenziato che in alcune regioni il 50% dell’acqua non trattata supera i livelli massimi consentiti, richiedendo misure immediate per contenere i danni. La bonifica di questi siti rappresenta una sfida enorme, poiché i metodi attuali, come l’incenerimento ad alta temperatura, risultano spesso inefficaci e costosi.
Gli ultimi dati raccolti indicano che circa 278 campioni di acqua potabile in Europa superano i limiti massimi raccomandati, mentre centinaia di migliaia di campioni mostrano livelli preoccupanti che richiedono interventi urgenti. La situazione è ulteriormente aggravata dalla continua produzione e utilizzo di PFAS in settori come l’industria chimica, alimentare e tessile, nonostante le evidenze dei gravi danni ambientali e sanitari che comportano.
In Italia, aree critiche includono discariche, aeroporti, siti industriali e scarichi fognari. Alcuni rapporti indicano che le regioni del Nord, come Lombardia e Veneto, sono particolarmente esposte alla contaminazione, con elevate concentrazioni di PFAS rilevate nei fiumi e nell’acqua potabile. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, la contaminazione delle falde acquifere in queste aree rappresenta un rischio significativo per la salute pubblica e richiede interventi immediati.
I rischi per la salute
Le proprietà che rendono i PFAS estremamente utili (resistenza al calore, impermeabilità, antiaderenza) li rendono anche pericolosi. Studi scientifici hanno collegato l’esposizione a PFAS a una serie di gravi patologie, tra cui infertilità, tumori, disturbi immunitari e squilibri ormonali. In Veneto, ad esempio, alcuni studi locali hanno rilevato un aumento di patologie tiroidee e cardiovascolari nelle zone più esposte.

Nonostante i divieti su alcuni composti specifici come PFOS e PFOA, altre varianti continuano a essere prodotte e utilizzate, rendendo difficile tenere il passo con i rischi emergenti. La difficoltà di smaltimento è un problema chiave: le attuali tecnologie di incenerimento ad alta temperatura non sempre distruggono completamente queste sostanze, lasciando residui pericolosi.
Regolamentazione e lobbying
L’indagine ha messo in luce un intenso sforzo di lobbying da parte delle industrie chimiche per contrastare le normative più severe proposte in Europa. Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia e Paesi Bassi hanno avanzato una proposta all’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) per regolamentare i PFAS come un’unica classe, data la loro persistenza. Tuttavia, questa iniziativa ha incontrato una resistenza significativa, con campagne che sottolineavano presunti costi economici elevati e la mancanza di alternative adeguate.
Alcune di queste argomentazioni sono state smentite dagli esperti: mentre i lobbisti sostengono che non esistono alternative sicure, ricerche indipendenti mostrano che molte applicazioni possono già essere sostituite con materiali meno pericolosi. L’industria è stata anche accusata di utilizzare studi fuorvianti e di creare una “camera di risonanza” per influenzare il dibattito politico.
Un futuro senza PFAS
La chiave per affrontare il problema risiede nella prevenzione: limitare l’uso di PFAS attraverso restrizioni e incentivi per sviluppare alternative sicure. Questo approccio è sostenuto da organizzazioni ambientaliste e da gran parte dell’opinione pubblica, come dimostrato da un sondaggio che ha rilevato che oltre il 75% dei cittadini europei è favorevole a regolamentazioni più severe.
In Italia, alcune iniziative locali stanno cercando di affrontare il problema attraverso progetti di ricerca e bonifica mirata. Tuttavia, i costi della bonifica e delle conseguenze sanitarie continuano a crescere. Per evitare che questa “eredità tossica” gravi ulteriormente sulle future generazioni, è necessario un impegno coordinato tra governi, industria e società civile, con l’Europa che si pone come modello di riferimento per una transizione verso un’economia priva di PFAS.



