Guerra e debito: il conto lo pagano i poveri

Il nuovo rapporto sulla finanza pubblica del Fondo monetario internazionale (Fmi) parte da un dato netto: i conti pubblici globali sono diventati più fragili rispetto a un anno fa e i rischi si sono intensificati. Nel Fiscal Monitor di aprile 2026, il Fondo stima che il debito pubblico globale “a rischio” a tre anni, cioè la quota più esposta a shock negativi, sia pari al 117,2% del prodotto interno lordo (Pil).

Il quadro è reso più instabile da una forte asimmetria verso gli scenari peggiori, segno che nuovi scossoni potrebbero produrre effetti più pesanti di quanto non suggerisca lo scenario centrale.

A gravare sulle prospettive è soprattutto la guerra in Medio Oriente. Per il Fondo, un conflitto prolungato può deteriorare ulteriormente i bilanci pubblici attraverso più canali: l’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni alimentari, il restringimento delle condizioni finanziarie, il rallentamento dell’attività economica e la crescita della spesa per la difesa.

Nello scenario avverso delineato dal rapporto, il debito globale a rischio potrebbe aumentare di altri 4 punti percentuali. A questo si aggiunge un secondo elemento di vulnerabilità: una correzione degli asset legati all’intelligenza artificiale, con un calo del 20% delle azioni statunitensi, farebbe salire il debito a rischio di altri 2,4 punti percentuali.

Il dato strutturale resta la traiettoria del debito. Secondo il Fondo, il debito pubblico globale ha raggiunto quasi il 94% del Pil nel 2025 e, a politiche invariate, è destinato ad avvicinarsi al 100% entro il 2029, su livelli che non si vedevano dal secondo dopoguerra.

A preoccupare non è soltanto l’ammontare complessivo, ma il fatto che si sia quasi azzerato il margine di sicurezza fiscale: lo spazio tra il saldo primario previsto e quello necessario a stabilizzare il debito si è progressivamente assottigliato, lasciando gli Stati più esposti a nuovi shock.

Letto in questa prospettiva, l’allarme del Fmi non riguarda solo la sostenibilità dei conti. Riguarda la capacità concreta dei governi di assorbire una crisi senza scaricarne il costo sulle fasce più deboli. Quando energia e alimentari aumentano, il colpo non si distribuisce in modo uniforme.

Le famiglie a basso reddito destinano una quota maggiore della spesa ai beni essenziali; i paesi importatori di energia, soprattutto quelli con minore capacità fiscale, hanno meno strumenti per proteggere redditi e servizi.

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Nei bilanci pubblici già compressi ogni nuova spesa straordinaria riduce lo spazio per il welfare, la sanità, i sostegni al reddito e gli investimenti sociali. Lo stesso Fondo segnala che i paesi importatori di energia e quelli a basso reddito sono i più esposti agli effetti della crisi.

In questo quadro, la guerra agisce come uno shock che non resta confinato ai mercati energetici. Il rincaro delle materie prime alimenta l’inflazione, l’inflazione rende più difficile l’allentamento monetario, tassi più alti rallentano la crescita e una crescita più debole peggiora i saldi pubblici.

Il risultato è una catena che stringe insieme prezzi, debito e spesa pubblica. Più il margine fiscale si riduce, più aumenta il rischio che la risposta alla crisi prenda la forma di tagli diffusi o di misure incapaci di proteggere davvero chi è più esposto.

Per l’Italia, il Fiscal Monitor indica un aggiustamento graduale del disavanzo, ma dentro un quadro ancora fragile. Il deficit viene previsto al 2,8% del Pil nel 2026, in calo negli anni successivi, mentre il debito continua a crescere nel breve periodo: dal 137,1% del Pil nel 2025 al 138,4% nel 2026 e al 138,8% nel 2027, prima di una lieve inversione.

Il Fondo insiste sulle indicazioni già note: migliorare l’adempimento fiscale, razionalizzare le agevolazioni e collegare il consolidamento dei conti a politiche capaci di sostenere la crescita, a partire dagli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Anche sul terreno delle misure anti-crisi il messaggio è esplicito. Il Fondo monetario internazionale avverte che i sussidi energetici generalizzati e i tagli alle accise non sono lo strumento più efficace: costano molto ai bilanci pubblici, alterano i segnali di prezzo e finiscono per avere effetti regressivi.

L’indicazione è diversa: interventi temporanei e mirati, concentrati sulle persone e sui nuclei più vulnerabili, finanziati dove possibile attraverso una riallocazione della spesa. Non è soltanto una questione di prudenza contabile. È il riconoscimento che, in una crisi di questa natura, sostenere tutti allo stesso modo significa spesso proteggere meno chi ha più bisogno.

Il rapporto del Fondo monetario internazionale mostra dunque una tendenza precisa. La fragilità fiscale globale non è solo un problema di equilibrio macroeconomico. È la condizione che rende più probabile una redistribuzione verso il basso del costo della crisi.

Se guerre, rincari energetici, volatilità finanziaria e spese militari restringono lo spazio d’intervento pubblico, il rischio non è soltanto che il debito salga. Il rischio, la certezza in realtà, è che, ancora una volta, a pagare il prezzo più alto siano i redditi bassi, i servizi pubblici e le aree sociali già più esposte all’impoverimento.

“International Monetary Fund [oct 25]” by JavierPsilocybin is licensed under CC BY 2.0.