sabato, Gennaio 24, 2026

Nika … e le altre

Alfredo Facchini

Lei si chiamava, Nika Shakarami, aveva 17 anni e protestava, come mille altre come lei, per i suoi diritti in Iran.

È sparita e il suo corpo è stato ritrovato sfigurato, dopo 8 giorni.

Gira in Rete un video, di qualche settimana fa, dove Nika intona una canzone al microfono. Una ragazzina meravigliosa. Pantaloni e maglietta, capelli arruffati, senza velo ed un sorriso grande così.

Lo stesso sorriso delle combattenti curde, con il mitra in mano, prima della battaglia.

Non so, se il coraggio delle donne iraniane riuscirà a far barcollare il regime barbuto degli ayatollah. Forse non è sufficiente gettare via il “hijab” o tagliarsi ciocche dei capelli.

La protesta innescata dalla morte di Mahsa Amini, curdo-iraniana, uccisa dalla polizia morale, perché “mal velata”, lo scorso 16 settembre, è, comunque, senza freni.

Migliaia gli arresti ed oltre 130 sarebbero le vittime. Le informazioni provenienti dal paese sono estremamente difficili da verificare a causa del blocco di internet disposto dalle autorità.

Si teme il peggio. Il presidente, Ebrahim Raisi, ha avvertito che il governo «non consentirà, in nessun caso, ai manifestanti di mettere a rischio la sicurezza del paese». L’ayatyollah, Alì Khamenei, ha rincarato la dose:«Queste rivolte sono state pianificate dall’America, dal regime sionista e dai loro seguaci».

La reazione delle cancellerie occidentali si è limitata alla minaccia di nuove sanzioni contro Teheran, mentre i negoziati per un accordo sul nucleare procedono come previsto.

Alle proteste partecipano gli abitanti delle grandi città, come quelli dei centri di provincia. È un’onda. Lo slogan più urlato è “Zhen, Zhian, Azadi”, (Donne, vita, libertà).

Durante le proteste del 2019 non c’era unità tra arabi iraniani, turchi, curdi e altre etnie: in queste ore la gente canta slogan da Tabriz a Sanandaj, da Teheran a Mashhad.

Le donne si oppongono non tanto alla religione islamica, in quanto fede o identità culturale, ma alla strumentalizzazione che di essa viene fatta per legittimare un sessismo medievale inaccettabile.

Tutto è iniziato il 12 luglio in occasione della giornata nazionale dell’”hijab”, in cui molte donne si sono rifiutate di onorare il velo tradizionale. Il governo ha risposto il 15 agosto, con un ulteriore giro di vite, approvando una legge che ne regola l’obbligatorietà.

L’articolo 638 del codice penale stabilisce che qualsiasi donna che si presenti in pubblico senza “hijab” religioso sarà condannata al carcere da 10 giorni a due mesi o a una multa.

Dal 7 marzo 1979 in poi, l’”hijab” islamico è diventato legge per ordine di Khomeini, successivamente del governo, infine del parlamento.

La polizia morale “Gashte Ershad”, è uno degli strumenti più utilizzati dal governo per controllare le donne nella vita di tutti i giorni. È utilizzata nelle strade e nei luoghi pubblici per mantenere la società “senza peccato” e per guidare le donne ad un “abbigliamento più appropriato“.

Un mondo distopico.

Il cambiamento dell’Iran, ora, è nelle mani delle donne. Anche perché non hanno più niente da perdere. Niente.

Alfredo Facchini

Leggi anche

Ultime notizie