di Alberto Benzoni
“La protesta è stata fomentata dagli Stati Uniti e da Israele”. E’ la tipica reazione dei regimi autoritari, di fronte a manifestazioni di contestazione. Ed è una reazione che, nel nostro caso, non corrisponde alla realtà dei fatti. E che, proprio per questo, non riuscirà né a isolare i contestatori né a soffocare la protesta.
E questo perché il movimento è cresciuto, assumendo connotati nuovi , coinvolgenti e a basso livello di rischio. Perché la protesta ha trovato ampi echi in sede parlamentare. E perché il potere sembra muoversi in due direzioni diverse, anzi contrastanti: da una parte, accentuando la repressione; dall’altra ritirando dalle strade i “vigilantes del buon costume” e non chiudendosi preventivamente a riccio rispetto alle richieste di rivedere la legge sull’obbligatorietà dell’uso del “chador” ( leggi della copertura dei propri capelli ; niente a che fare con il “velo”, come lo intendiamo noi).
Queste contraddizioni non sono casuali. Perché riflettono, insieme, la natura del paese e quella del suo ordinamento politico e istituzionale.
Siamo in un paese, dove i dettami della fede islamica non sono rigidi e ancorati al passato ma oggetto di una costante aggiornamento, affidato alle diverse interpretazioni da parte di diverse scuole.
Siamo, ancora, in un paese, di antica cultura. Che non ha mai subito i traumi della perdita della propria indipendenza. E che è segnato dalla laicizzazione della sua società; dal protagonismo delle sue donne (in maggioranza tra gli iscritti all’Università); e dalle dimensioni di una classe media, a vocazione occidentalizzante e laica.
Il tutto, attenzione, nel quadro di una “democrazia ibrida” ( così la definiscono gli studiosi) dove esiste una competizione reale tra posizioni diverse e dove i cittadini hanno quasi sempre eletto presidenti liberali. Ma sotto la stretta sorveglianza di un sistema teocratico che non ha al suo centro uno zar ma un sistema di pesi e contrappesi, a garantirne la perennità e, insieme, l’immobilismo.
Un regime conservatore. Ma con il peso di un’eredità rivoluzionaria e di una vocazione imperiale con i suoi agenti esterni (Hezbollah, Hamas, gli Houthi, le milizie irachene), oggi difesi come suo scudo ma percepiti dal mondo esterno ( Stati Uniti, Israele, paesi del Golfo) ma anche dalle popolazioni coinvolte (iracheni, yemeniti, palestinesi, libanesi) o come una minaccia incombente (anche se enfatizzata per ragioni strumentali) o come un peso sempre più insopportabile.
Tutto ciò ci riporta all’attualità. A quel negoziato sul nucleare, partito un anno e mezzo fa ma ancora a metà del guado. E, ancora, in una situazione in cui a spingere per un accordo siamo noi; mentre a prendere tempo sono gli iraniani. Perché usciti, a differenza dal loro popolo, indenni dal sanzionismo di Trump (per inciso, una buona lezione per i patiti di quest’arma); perché consapevoli che gli americani non sono assolutamente in grado di garantire il rispetto dell’accordo in futuro; e soprattutto perché si sono fatti persuasi che, quanto più saranno vicini all’opzione nucleare, tanto più diventeranno inattaccabili (così e andata nel caso del dittatore nordcoreano; mentre il povero Gheddafi firmò, rinunciandovi, la sua condanna a morte). E, quindi in grado di garantire la sopravvivenza del loro sistema di potere; l’unica cosa che a loro interessa.
E, dunque, un negoziato a rischio. E, comunque, un negoziato che, limitato alla sola questione nucleare, rischia di non portare da nessuna parte.
E’ bene ricordare però, a questo punto, che ai tempi di Obama, l’allora presidente Rouhani, propose di negoziare su tutte le questioni pendenti. Era, in sintesi, la rinuncia al ruolo di “eversore regionale” in cambio della riammissione, a pieno titolo, nell’ordine mondiale. Ma l’offerta fu accantonata da un leader tanto bravo a insegnare agli altri come dovessero comportarsi, quanto incapace di affrontare di petto qualsiasi ostacolo gli si ponesse avanti.
Oggi, questa richiesta verrebbe appoggiata da tutti, a partire da Israele. Al punto che la stessa dirigenza conservatrice, oggi al potere a Teheran, non potrebbe rifiutarla.
Il fatto, purtroppo, è che l’attenzione di Washington è oggi concentrata sulla guerra in atto e, nelle intenzioni, infinita; fino a non tenere in alcun conto i suoi effetti collaterali. Oggi, il suo disimpegno dall’area mediorientale è quasi totale; e il suo unico obbiettivo è quello di evitare grane. Ma senza affrontare di petto le cause che le determinano.
Forse il quadro è destinato a cambiare in un futuro prossimo; e a vantaggio di tutti i popoli del Medio Oriente e, in primo luogo, di quello iraniano. Nell’attesa, non resta che incrociare le dita.
Alberto Benzoni


