Nigeria, l’ONU denuncia gli sfratti forzati a Makoko

Le Nazioni Unite tornano a mettere la Nigeria, e in particolare lo Stato di Lagos, davanti a una richiesta netta: fermare “immediatamente” demolizioni e sfratti violenti nelle comunità costiere. Gli esperti ONU parlano di un modello che si ripete: interi insediamenti informali vengono spazzati via in nome dello “sviluppo” e della “sicurezza”, mentre chi ci vive perde in un colpo solo casa, lavoro informale, reti sociali e accesso ai servizi essenziali.

Il caso più emblematico è Makoko, la grande comunità lagunare di Lagos. Secondo la ricostruzione ONU, l’ultima campagna di demolizioni è iniziata il 23 dicembre 2025: il governo dello Stato ha motivato l’intervento con la necessità di rimuovere strutture entro 30 metri da una linea elettrica ad alta tensione, ma l’operazione si sarebbe estesa ben oltre quel perimetro, colpendo case, negozi, scuole, chiese e strutture sanitarie.

Il punto politico è la sproporzione tra la giustificazione formale e l’effetto reale: sfollamento di massa e devastazione di un ecosistema urbano già fragile. Nei flussi di aggiornamento umanitari (sistema ONU/partner) si parla di “massive displacement” legato alle demolizioni ed eviction dalla fine di dicembre. E anche analisi di policy e sicurezza avvertono che gli sfratti forzati, in una metropoli attraversata da tensioni sociali e criminalità, non sono solo un problema di diritti: rischiano di diventare un moltiplicatore di instabilità.

L’ultima novità: stop annunciato, ma il terreno resta instabile

L’aggiornamento più rilevante è che, in un contesto di proteste e crescente pressione internazionale, il 3 febbraio le autorità locali hanno ordinato una sospensione delle demolizioni e hanno dichiarato l’intenzione di lavorare con le agenzie ONU su assistenza immediata e “soluzioni durature”. La Lagos State House of Assembly ha formalizzato la linea dello stop, chiedendo la sospensione immediata dell’operazione.

Ma “sospensione” non significa “chiusura del dossier”. L’ONU insiste sul punto: anche quando lo sgombero fosse l’extrema ratio, dovrebbe avvenire solo dopo consultazione effettiva, preavviso adeguato, garanzie, alternative abitative e compensazioni proporzionate per case e fonti di reddito perse. E intanto, sul terreno, l’effetto immediato resta quello descritto nei comunicati e nei reportage: persone senza casa, ripari di fortuna, comunità che temono una ripresa delle demolizioni appena cala l’attenzione.

Un conflitto urbano: la laguna come “zona di valore”, la povertà come ostacolo

Dietro la retorica della “riqualificazione” c’è una geografia economica: le aree costiere e lagunari di Lagos sono viste come frontiere appetibili per interventi immobiliari e progetti di alto profilo. È qui che la denuncia ONU diventa sistemica: quando lo Stato lascia degradare per anni servizi e infrastrutture, può poi usare quel degrado come argomento per demolire, anziché investire in miglioramenti in loco.

Makoko non è nuova a queste dinamiche: la comunità aveva già attraversato ondate di demolizioni in passato e continua a vivere in un limbo giuridico e politico che la espone ciclicamente alla stessa minaccia.

“Young women and girls carry water” by World Bank Photo Collection is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

La sicurezza e la presenza Usa

Se Lagos mostra il volto urbano della crisi — sviluppo contro diritti, governance contro marginalità — nel Nord e nel Nord-Est la Nigeria affronta il fronte più esplosivo: insurrezioni jihadiste, bande armate, rapimenti, controllo di territori. Ed è qui che rientra la partita Usa, tornata apertamente in campo nelle ultime settimane.

Secondo fonti ufficiali nigeriane e ricostruzioni di agenzia, circa 100 militari statunitensi sono arrivati nel Paese con una missione di addestramento e consulenza (non di combattimento), con ulteriori arrivi attesi. La narrativa è quella della “cooperazione”: training, supporto tecnico e condivisione d’intelligence, formalmente sotto comando e decisioni nigeriane.

Ma il contesto politico non è neutro. Le stesse notizie collegano l’iniziativa a tensioni e accuse che, in particolare, Donald Trump ha rilanciato: l’idea che Abuja non proteggerebbe i cristiani dalla violenza nel Nord-Ovest. Il governo nigeriano respinge questa lettura come semplificazione “confessionale” di un conflitto che colpisce comunità diverse e che ha motivazioni anche criminali ed economiche.

In altre parole: mentre l’ONU richiama Lagos sul rispetto dei diritti e contro gli sgomberi violenti, Washington entra (o rientra) nel teatro nigeriano dalla porta della sicurezza. Due agende diverse, che però si toccano in un punto: la capacità dello Stato.

Perché uno Stato che gestisce male l’emergenza abitativa e produce sfollamenti interni nelle sue città-chiave, è anche uno Stato più vulnerabile sul piano della stabilità complessiva. E un Paese-chiave come la Nigeria — demografia, petrolio, ruolo regionale — è un magnete naturale per interessi esterni, dagli investimenti alle missioni militari “di supporto”.

Il nodo che resta: chi paga il costo umano e chi ci guadagna

Makoko oggi è il banco di prova più duro di una domanda che vale per molte metropoli africane: sviluppo per chi? Se la sospensione del 3 febbraio resterà in vigore e si tradurrà in assistenza reale, compensazioni, soluzioni abitative e un tavolo con le comunità, sarà un cambio di paradigma. Se invece sarà solo un rallentamento tattico, il rischio è che l’operazione riparta con un altro nome — e con lo stesso esito: espulsione dei poveri dalle aree “di valore”.

E sullo sfondo, l’altra Nigeria — quella del Nord armato — continua a spingere gli Stati Uniti dentro la partita, con Trump che alimenta una cornice politica utile in patria, ma tossica sul terreno: perché trasforma una crisi complessa in uno scontro identitario, mentre la realtà nigeriana chiede risposte di governance, diritti, sicurezza e redistribuzione.

“Makoko an Land” by boellstiftung is licensed under CC BY-SA 2.0.