Il 14 giugno 2023, al largo di Pylos, nella Grecia occidentale, si consumava una delle più gravi tragedie del Mediterraneo. Un peschereccio sovraccarico, con circa 750 migranti a bordo, partito cinque giorni prima dalla Libia con destinazione Italia, affondava nelle acque più profonde del bacino mediterraneo. Solo 104 persone sopravvissero, mentre si stima che fino a 650 siano morte. Nonostante l’entità catastrofica dell’incidente, la storia di questo naufragio, le sue cause e i suoi retroscena restano ancora in gran parte sconosciuti al pubblico italiano.
L’inchiesta, pubblicata dal quotidiano tedesco Tageszeitung (Taz), condotta dal media investigativo greco Solomon e dalla rete Arab Reporters for Investigative Journalism in collaborazione con El País e la Taz, ha rivelato non solo il dramma umano dei sopravvissuti, ma anche gravi responsabilità delle autorità greche e la complessità delle reti criminali che sfruttano la disperazione dei migranti.
Il naufragio e i suoi retroscena
La tragedia si è verificata in circostanze che restano avvolte dal mistero. Secondo quanto ricostruito, l’imbarcazione aveva lanciato ripetuti segnali di soccorso, ma le autorità greche, pur avvisate con largo anticipo, avrebbero tardato ad intervenire. Testimonianze di alcuni sopravvissuti e rapporti di organizzazioni internazionali indicano che un tentativo della guardia costiera greca di trainare il peschereccio potrebbe aver contribuito al suo capovolgimento. La Grecia, tuttavia, nega ogni responsabilità, affermando di aver agito nel rispetto delle procedure.
Il naufragio ha messo in evidenza il cinismo delle reti di trafficanti che organizzano viaggi pericolosi su barche non idonee alla navigazione. Nel caso del peschereccio di Pylos, le indagini hanno rivelato l’esistenza di un’organizzazione transnazionale guidata dal noto trafficante Abu Sultan. Questa rete operava tra Egitto e Libia, vendendo posti a prezzi variabili, con tariffe che potevano raggiungere i 2.700 euro per persona. I migranti venivano trattenuti in magazzini libici in attesa della partenza, in condizioni spesso disumane.
I “Pylos 9”: sopravvissuti trasformati in colpevoli
Tra i sopravvissuti, nove uomini egiziani furono arrestati dalle autorità greche e accusati di far parte della rete di trafficanti che aveva organizzato il viaggio. Soprannominati i “Pylos 9”, furono trattenuti in carcere per quasi un anno, rischiando l’ergastolo. Tuttavia, un’inchiesta giornalistica internazionale, condotta dalla Taz, dal media greco Solomon e da El País, ha svelato che questi uomini erano vittime, non carnefici. Erano stati ingannati dai trafficanti con false promesse di lavoro in Europa e costretti a pagare somme elevate per un posto sulla nave.
Le autorità egiziane, che avevano avviato un’indagine parallela, avevano già trasmesso alla Grecia prove della loro innocenza nel luglio 2023. I documenti includevano testimonianze e rapporti che identificavano i veri membri della rete criminale e dimostravano che i “Pylos 9” erano stati semplicemente sfruttati. Nonostante ciò, le autorità greche li hanno trattenuti fino al maggio 2024, quando il tribunale di Kalamata ha finalmente dichiarato la propria incompetenza a processare il caso, poiché il naufragio era avvenuto in acque internazionali.

La rete di Abu Sultan: il business della disperazione
L’indagine egiziana ha portato all’arresto di 23 membri della rete di Abu Sultan, mentre altri 13 sono riusciti a fuggire in Libia. La rete operava utilizzando società di copertura, come agenzie di reclutamento e uffici di cambio, per nascondere i profitti generati dai viaggi dei migranti. Durante un raid in una villa di lusso ad Alessandria, le autorità egiziane hanno sequestrato contratti immobiliari e registri che documentavano i pagamenti effettuati dai migranti. Questi pagamenti, effettuati spesso tramite app digitali come Vodafone Cash, servivano a finanziare l’acquisto di pescherecci non sicuri utilizzati per i viaggi.
Le testimonianze raccolte dagli investigatori dipingono un quadro drammatico: i migranti erano costretti a condizioni di viaggio disumane, con molti stipati nei livelli inferiori delle barche, vicino ai motori. La rete sfruttava la disperazione delle persone, promettendo un futuro migliore in Europa, ma portandole spesso alla morte.
Le responsabilità della Grecia e le critiche internazionali
La gestione del disastro da parte delle autorità greche è stata duramente criticata da organizzazioni come l’UNHCR e l’IOM. A più di un anno dal naufragio, le indagini sulle responsabilità della guardia costiera greca non hanno prodotto risultati concreti. Inoltre, il rifiuto della Grecia di collaborare pienamente con le autorità egiziane ha alimentato accuse di insabbiamento.
Secondo l’inchiesta della Taz e di altri media, la Grecia ha sistematicamente criminalizzato i rifugiati per deviare l’attenzione dalle proprie responsabilità. L’accusa di contrabbando contro i “Pylos 9” rientra in un modello più ampio di criminalizzazione delle persone in fuga, trasformandole in capri espiatori per coprire i fallimenti delle autorità nel prevenire tragedie come quella di Pylos.
Una tragedia che non si deve ripetere
Il naufragio di Pylos non è solo un simbolo della crisi migratoria nel Mediterraneo, ma anche un monito sull’incapacità dell’Europa di affrontare il fenomeno in modo umano ed efficace. Le vite perse quel giorno e la criminalizzazione delle vittime sopravvissute rappresentano un fallimento collettivo, che richiede risposte urgenti.
Per i sopravvissuti e le famiglie delle vittime, il cammino verso la giustizia è ancora lungo. Ma la vera giustizia non può limitarsi ai tribunali: deve includere politiche che garantiscano vie sicure per chi fugge dalla disperazione, mettendo fine allo sfruttamento e alla complicità implicita che alimentano tragedie come quella di Pylos.



