Frontex, l’Europa allarga il sistema delle espulsioni

Trentamila agenti, quasi 12 miliardi di euro e nuovi poteri per organizzare rimpatri anche fuori dall’Unione. La Commissione europea vuole trasformare Frontex nel centro operativo della politica migratoria. Mentre diminuiscono gli attraversamenti irregolari, Bruxelles investe in una macchina delle espulsioni sempre più estesa. E le garanzie sui diritti fondamentali rischiano di diventare ancora più difficili da verificare.

Le frontiere europee non bastano più. Per controllare i migranti, l’Unione vuole spingersi oltre i propri confini, organizzare espulsioni tra Paesi terzi, sorvegliare le comunicazioni online e intervenire rapidamente dove si manifestano nuove pressioni migratorie. Tutto attraverso Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, destinata a diventare il principale strumento operativo della politica dei rimpatri.

La Commissione europea ha presentato il 27 ottobre una proposta di riforma che prevede di portare progressivamente a 30mila gli agenti disponibili, triplicando il precedente obiettivo di 10mila unità. Non si tratta soltanto di aumentare il personale. Cambiano le competenze, gli strumenti e soprattutto il raggio d’azione dell’agenzia.

L’Europa che fatica a trovare risorse per garantire condizioni dignitose di accoglienza si prepara a investire quasi 12 miliardi di euro in sette anni per rafforzare il controllo delle frontiere e le espulsioni. Una scelta che racconta quali aspetti della politica migratoria abbiano conquistato la precedenza nell’agenda delle istituzioni europee.

Una macchina delle espulsioni da 30mila agenti

Il progetto prevede che Frontex possa contare, entro il 2041, su 6mila dipendenti direttamente assunti, 7mila agenti distaccati dagli Stati membri e una nuova riserva di 17mila operatori nazionali mobilitabili secondo necessità.

Il totale raggiungerebbe così 30mila unità. Una struttura che potrebbe disporre di mezzi propri, acquistare attrezzature, coordinare investimenti tecnologici e utilizzare strumenti digitali basati anche sull’intelligenza artificiale.

Per finanziare questo rafforzamento, la Commissione ha proposto di assegnare all’agenzia 11,8 miliardi di euro nel bilancio europeo 2028-2034, quasi il doppio delle risorse previste nell’attuale programmazione.

La cifra è significativa non soltanto per le sue dimensioni, ma per ciò che rappresenta: il controllo delle migrazioni diventa un settore nel quale l’Unione intende consolidare capacità operative permanenti.

La Commissione giustifica la proposta con l’esigenza di proteggere le frontiere esterne, contrastare le reti criminali e rendere più efficiente l’esecuzione dei provvedimenti di rimpatrio.

Ma la questione politica è un’altra: perché la risposta principale alla complessità delle migrazioni continua a essere il rafforzamento degli strumenti di controllo e allontanamento?

Espulsioni fuori dall’Europa, il confine si sposta

La novità più importante riguarda la possibilità per Frontex di partecipare all’organizzazione di rimpatri da un Paese esterno all’Unione verso un altro Paese altrettanto esterno.

Oggi l’agenzia sostiene soprattutto gli Stati europei nelle operazioni di rimpatrio. Con la riforma potrebbe intervenire anche in trasferimenti che non partono dal territorio dell’Ue, sulla base di specifici accordi con i Paesi interessati.

È un cambiamento sostanziale.

La politica europea dei rimpatri non si fermerebbe più alla gestione delle persone presenti nell’Unione, ma potrebbe estendersi alle operazioni condotte tra Stati terzi.

La Commissione assicura che queste attività dovranno rispettare il diritto internazionale e i diritti fondamentali. Una precisazione necessaria, che però non risolve il problema principale: chi controllerà concretamente ciò che accade a una persona trasferita tra due Paesi esterni all’Unione, con il sostegno logistico e operativo di un’agenzia europea?

Chi verificherà le condizioni della detenzione, l’accesso all’assistenza legale, la possibilità di chiedere protezione internazionale e il rischio di essere successivamente trasferiti verso un Paese dove si potrebbero subire persecuzioni o trattamenti inumani?

Il rispetto del principio di non respingimento, che vieta di trasferire una persona verso luoghi dove rischia gravi violazioni dei diritti, non può essere affidato soltanto alle dichiarazioni contenute negli accordi diplomatici.

Più le operazioni si allontanano dal territorio europeo, più diventa difficile garantire controlli indipendenti e individuare le responsabilità delle eventuali violazioni.

Più poteri, meno controlli?

Il rafforzamento di Frontex arriva dopo anni di contestazioni sul comportamento dell’agenzia alle frontiere europee. Organizzazioni per i diritti umani e inchieste giornalistiche hanno denunciato episodi di respingimenti illegali e possibili coinvolgimenti dell’agenzia in operazioni nelle quali persone migranti sarebbero state allontanate senza un esame individuale della loro situazione.

Si tratta di accuse che hanno già sollevato interrogativi sulla trasparenza e sull’efficacia dei controlli interni. La nuova proposta rende quindi particolarmente delicata la questione della vigilanza. Secondo quanto riferito da Reuters, il progetto interviene anche sulle competenze del meccanismo interno di tutela dei diritti fondamentali, attribuendo maggiori responsabilità alle autorità nazionali nella gestione delle segnalazioni.

È un passaggio che richiede un esame attento. Non significa che ogni controllo venga cancellato, ma pone il problema dell’indipendenza e dell’efficacia delle verifiche.

Un’agenzia che acquisisce poteri più estesi dovrebbe essere sottoposta a controlli altrettanto forti, soprattutto quando opera insieme ad autorità di Paesi nei quali le garanzie giuridiche possono essere più deboli di quelle europee.

Il rischio è costruire un sistema nel quale aumentano le capacità di intervenire sulle persone, mentre diventa più complicato ricostruire chi abbia deciso, eseguito e controllato ogni operazione.

Le frontiere entrano anche nei social network

Il progetto prevede inoltre la creazione di un centro per il monitoraggio delle attività online. Frontex potrebbe analizzare contenuti pubblicamente accessibili sui social network per individuare informazioni relative agli attraversamenti irregolari, alle reti di trafficanti e a possibili minacce alla sicurezza delle frontiere.

L’agenzia potrebbe inoltre contribuire alle iniziative contro i contenuti illegali collegati a questi rischi, coinvolgendo le autorità competenti.

Contrastare le organizzazioni criminali che sfruttano i migranti è un obiettivo legittimo. Ma l’estensione della sorveglianza digitale solleva questioni sulla protezione dei dati, sulla proporzionalità dei controlli e sulla distinzione tra attività criminali e comunicazioni relative agli spostamenti delle persone.

Informare su una rotta migratoria, documentare una situazione di emergenza o denunciare una violazione dei diritti non equivale a favorire il traffico di esseri umani.

Sarà quindi fondamentale stabilire criteri verificabili per distinguere i comportamenti illeciti dalle attività di informazione, assistenza e testimonianza.

Le emergenze diventano uno strumento permanente

Un altro elemento della riforma è la costituzione di una forza di reazione rapida, destinata a intervenire nelle crisi alle frontiere esterne.

La Commissione richiama anche le situazioni nelle quali i movimenti migratori vengono utilizzati come strumenti di pressione politica da parte di governi stranieri.

Sono circostanze che possono richiedere risposte immediate. Ma occorre evitare che il ricorso continuo al linguaggio dell’emergenza trasformi ogni arrivo in una questione prevalentemente militare o di sicurezza.

Le persone che attraversano una frontiera possono trovarsi in condizioni giuridiche profondamente diverse. Tra loro possono esserci richiedenti asilo, vittime di persecuzioni, persone in fuga da guerre e migranti senza un titolo di soggiorno.

Ridurre queste situazioni alla sola categoria della minaccia significa perdere di vista le responsabilità che il diritto europeo e internazionale attribuisce agli Stati.

La rapidità operativa non può diventare un motivo per comprimere l’esame individuale delle domande di protezione o indebolire le possibilità di ricorso.

Meno ingressi irregolari, più strumenti di controllo

C’è una contraddizione che attraversa l’intero progetto. La stessa Commissione europea riconosce che gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione si sono più che dimezzati negli ultimi due anni. Eppure, proprio mentre gli arrivi diminuiscono, Bruxelles propone un’espansione senza precedenti delle capacità operative di Frontex.

Il calo degli ingressi non elimina i problemi legati alla gestione delle frontiere, ma rende inevitabile una domanda: quali risultati si vogliono ottenere attraverso questo ulteriore rafforzamento?

L’efficacia delle politiche migratorie viene misurata prevalentemente attraverso il numero degli attraversamenti impediti e dei rimpatri eseguiti.

Resta molto meno visibile il costo umano delle strategie di contenimento: le persone che perdono la vita lungo le rotte migratorie, quelle bloccate nei Paesi di transito e quelle che incontrano ostacoli nell’accesso alla protezione internazionale.

Una politica può ridurre gli arrivi registrati alle frontiere europee senza per questo diminuire i rischi affrontati da chi cerca di raggiungerle. È una distinzione essenziale, troppo spesso assente dal dibattito pubblico.

La sicurezza europea e i diritti degli altri

La riforma non è ancora approvata. Parlamento europeo e Consiglio dovranno esaminare la proposta e concordarne il testo definitivo. Il confronto istituzionale sarà decisivo per definire i poteri effettivi dell’agenzia e le garanzie previste per le persone coinvolte.

Ma l’indirizzo politico è già evidente. L’Unione europea si prepara a destinare risorse considerevoli a un sistema di controllo delle migrazioni sempre più esteso, tecnologico e capace di operare oltre i propri confini.

Non è illegittimo che gli Stati controllino le frontiere o eseguano provvedimenti di rimpatrio adottati nel rispetto della legge. Il problema nasce quando l’efficienza delle espulsioni diventa il criterio dominante con cui valutare la politica migratoria.

La sicurezza non si misura soltanto dalla capacità di impedire un ingresso o organizzare un trasferimento. Si misura anche dalla capacità delle istituzioni di rispettare le regole che dichiarano di difendere.

Trentamila agenti possono rendere Frontex più potente. Non garantiscono, da soli, che l’Europa diventi più giusta, più sicura o più rispettosa dei diritti.

E un continente che sposta progressivamente il controllo delle migrazioni al di fuori del proprio territorio non può pensare di trasferire altrove anche le proprie responsabilità.