Meloni promette più salario, ma interviene sulle tasse

C’è un nuovo miracolo economico in preparazione. Il governo Meloni vuole alzare gli stipendi degli italiani! Lo sappiamo perché lo leggiamo sui giornali. “Alzare gli stipendi degli italiani: il piano Meloni” titolano alcune testate nazionali più sensibili alla lettura dei comunicati stampa del governo che alla lettura dei documenti prodotti.

Altrove diventano “più soldi in busta paga”, mentre la sintesi televisiva è ancora più efficace: “Obiettivo salari”. Dopo anni nei quali le retribuzioni italiane hanno perso potere d’acquisto, finalmente ci siamo, verrebbe da pensare.

Solo che gli stipendi, almeno nelle misure annunciate finora, non li sta aumentando il governo. Quello che il governo sta pensando di fare con la Manovra 2027 è detassare gli aumenti ottenuti attraverso i rinnovi contrattuali, i premi di produttività e alcune maggiorazioni per il lavoro notturno, festivo e su turni.

Misure che possono essere utili, perfino molto utili per chi ne beneficia. Ma un aumento salariale e una riduzione delle tasse sul salario sono due cose diverse. Nel primo caso l’impresa riconosce al lavoratore una quota maggiore del valore prodotto. Nel secondo quella retribuzione esiste già e lo Stato decide di trattenerne una parte minore.

Può sembrare una distinzione da ragionieri. È invece una questione eminentemente politica. Se un’impresa porta uno stipendio lordo da 1.500 a 1.600 euro, cento euro in più vengono dal datore di lavoro. Se lo stipendio rimane 1.500 euro e il lavoratore si ritrova trenta euro in più perché paga meno imposte, quei trenta euro derivano da una minore entrata dello Stato.

Il lavoratore, giustamente, guarda il conto corrente e può essere contento in entrambi i casi. Ma per capire che cosa sta accadendo nella distribuzione della ricchezza bisogna guardare anche da dove arrivano i soldi. Ed è precisamente questa domanda che scompare nella formula “il governo alza gli stipendi”.

Non è soltanto un vezzo giornalistico. È la narrazione sulla quale l’esecutivo ha costruito una parte importante della propria politica economica. Giorgia Meloni mette nello stesso contenitore la riduzione dell’Irpef, il taglio del cuneo e la detassazione degli aumenti contrattuali e li presenta come strumenti per «rafforzare i salari».

Marina Calderone parla di «salari più alti» mentre indica come strada la tassazione agevolata. Il passaggio linguistico è piccolo ma politicamente formidabile: diminuire le imposte sul lavoro diventa aumentare il salario. Poi arrivano i giornali e spesso completano il lavoro.

Non occorre immaginare direttori convocati a Palazzo Chigi o telefonate ministeriali alle redazioni. La propaganda contemporanea funziona assai meglio quando non ha bisogno di ordini. Basta fornire parole abbastanza semplici e convenienti da trasformarsi automaticamente in titoli.

“Detassazione selettiva di alcune componenti della retribuzione” è corretto ma poco attraente. “Meloni alza gli stipendi” funziona magnificamente. Il governo offre la cornice, l’informazione la rende digeribile e alla fine al lettore arriva una notizia diversa da quella contenuta nel provvedimento.

Il problema diventa ancora più evidente guardando i salari italiani. Alla fine del 2025, nonostante il recupero degli ultimi due anni, secondo l’Istat il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali era ancora dell’8,6% inferiore al 2019. Nei servizi privati la perdita arrivava al 10,3%, nella pubblica amministrazione al 10,4%.

Nei primi sei mesi del 2026 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 2,6% rispetto all’anno precedente, ma 3,9 milioni di lavoratori avevano ancora un contratto in attesa di rinnovo. Il problema salariale italiano, insomma, non è una fantasia dell’opposizione: è una perdita accumulata che il recupero recente non ha ancora cancellato.

Ed è precisamente davanti a questo problema che il governo sceglie ancora una volta di intervenire soprattutto attraverso il fisco. Non c’è nulla di scandaloso nel detassare un aumento contrattuale. Anzi, lasciare nelle tasche di un lavoratore una quota maggiore dell’incremento ottenuto può rendere più efficace un rinnovo e contribuire al recupero del potere d’acquisto.

Il punto non è contestare il beneficio. Sarebbe ridicolo rimproverare a un lavoratore cinquanta euro in più in busta paga perché non sono abbastanza rivoluzionari. Il punto è stabilire chi sta pagando quei cinquanta euro.

Da anni il dibattito sui bassi salari italiani viene progressivamente trasformato in un dibattito sulle tasse che gravano sui bassi salari. I due problemi esistono entrambi, ma non sono lo stesso problema. Se un cameriere, un addetto alla logistica o una commessa guadagnano poco, si può certamente fare in modo che paghino meno imposte. Ma dopo aver ridotto quelle imposte rimane una domanda piuttosto semplice: perché guadagnano così poco in partenza?

La politica fiscale diventa anche un modo molto elegante per evitare il conflitto distributivo. Aumentare davvero i salari significa inevitabilmente discutere di quanto del valore prodotto va al lavoro e quanto va al capitale, della forza della contrattazione, dei contratti scaduti, del lavoro povero, della produttività e della distribuzione dei suoi benefici. Significa scontentare qualcuno.

La detassazione, invece, consente una rappresentazione molto più pacifica: il lavoratore prende qualcosa in più, l’impresa non è necessariamente chiamata a sostenere tutto l’aumento e il governo può intestarsi il risultato. È difficile immaginare una soluzione politicamente più comoda.

C’è poi un secondo problema. Gli sgravi annunciati non arrivano automaticamente a tutti. La detassazione dei premi presuppone che esistano premi di produttività; quella delle maggiorazioni interessa chi lavora di notte, durante i festivi o su turni; quella degli aumenti contrattuali produce benefici quando un contratto viene effettivamente rinnovato.

Il rischio è che la politica presentata come risposta generale alla questione salariale finisca per favorire soprattutto chi si trova nei segmenti più organizzati del mercato del lavoro, mentre proprio i lavoratori più deboli, frammentati e con minore capacità contrattuale possono beneficiarne meno.

Anche qui il titolo “stipendi più alt”» cancella parecchie righe di realtà. E c’è qualcosa di quasi grottesco nella detassazione del lavoro notturno e festivo presentata come politica salariale. Chi lavora mentre gli altri dormono, trascorre la domenica in fabbrica o passa Natale dietro una cassa merita certamente di guadagnare di più.

Ma sarebbe interessante domandarsi perché quel maggiore valore debba essere riconosciuto soprattutto dallo Stato rinunciando a una parte delle imposte, anziché attraverso una retribuzione sufficientemente alta pagata da chi utilizza quel lavoro.

La domanda, alla fine, è elementare: se per aumentare lo stipendio di un lavoratore deve mettere i soldi lo Stato, chi è che quello stipendio non lo sta pagando abbastanza?

È la domanda che scompare dietro la propaganda del «più soldi in busta paga». Ed è qui che una parte dell’informazione diventa, magari involontariamente, oggi ci sentiamo buonisti, un ingranaggio della comunicazione governativa: non perché riporti una notizia falsa, ma perché adotta le parole che impediscono di formulare la domanda.

La Manovra 2027 non esiste ancora nella sua forma definitiva e sarà quindi necessario giudicarla quando conosceremo cifre, platee e coperture. Se porterà più denaro nelle tasche dei lavoratori, sarà un beneficio reale e andrà riconosciuto come tale. Ma una cosa possiamo dirla già adesso.

Meno tasse sul salario significa più reddito netto. Non significa necessariamente salari più alti. La differenza sembra piccola soltanto finché non si domanda chi dovrebbe pagare l’aumento. Ed è precisamente per evitare quella domanda che conviene chiamare entrambe le cose con lo stesso nome.

Foto governo.it CC BY 3.0