826 milioni vivono con meno di tre dollari al giorno

Per oltre trent’anni la lotta alla povertà estrema è stata una delle poche grandi storie di successo dell’economia mondiale. Nel 1990 viveva sotto la soglia internazionale di povertà il 43% della popolazione del pianeta. Oggi la quota è scesa al 10%.

Ma dietro una percentuale che racconta un progresso enorme rimane un numero difficilmente conciliabile con l’idea di un problema ormai residuale: 826 milioni di persone vivono ancora in condizioni di povertà estrema. E soprattutto il miglioramento, negli ultimi anni, ha rallentato drasticamente.

La soglia utilizzata dalla Banca mondiale è fissata a tre dollari al giorno per persona, calcolati ai prezzi del 2021 e a parità di potere d’acquisto. Non significa quindi avere materialmente tre dollari americani da spendere ogni giorno: è una misura costruita per confrontare il potere d’acquisto in Paesi nei quali prezzi e costo della vita sono molto diversi.

Tradotta in valori del 2026, per una famiglia di sei persone, la dimensione media dei nuclei che vivono in povertà estrema, equivale a circa 675 dollari mensili di consumi. È una soglia minima, riferita alla possibilità di soddisfare bisogni essenziali come alimentazione e abitazione.

Proprio perché così bassa, negli ultimi anni diversi economisti hanno messo in discussione l’utilità di continuare a utilizzarla come principale riferimento internazionale. La Banca mondiale sostiene invece che rimanga indispensabile: non perché tre dollari rappresentino una definizione completa della povertà, ma perché consentono di mantenere l’attenzione sulle persone che dispongono delle risorse più scarse in assoluto. Uscire dalla povertà estrema, infatti, non significa affatto essere usciti dalla povertà.

I progressi compiuti restano impressionanti. Cina, India, Indonesia e Brasile, che in passato registravano percentuali a due cifre, sono oggi al 4% o meno; in oltre cento economie la quota di popolazione in povertà estrema è inferiore all’1%. Ma ciò che resta da fare appare molto più difficile di quanto fatto finora.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2026 una persona su dieci vive ancora sotto la soglia dei tre dollari e, mantenendo l’attuale traiettoria, nel 2030 sarà ancora in questa condizione circa il 9% della popolazione mondiale. L’obiettivo dell’Agenda 2030 di eliminare la povertà estrema è ormai fuori portata.

Il problema è anche geografico. Il 71% delle persone in povertà estrema vive oggi nell’Africa subsahariana. In alcuni Paesi la quota supera ancora il 40% della popolazione. La pandemia ha colpito proprio le regioni più fragili: nell’Africa subsahariana la povertà estrema è aumentata di due punti percentuali durante il Covid e solo nel 2025 è tornata ai livelli precedenti alla crisi.

Le Nazioni Unite stimano che nel 2030 quattro poveri estremi su cinque vivranno nell’Africa subsahariana oppure in Paesi fragili e colpiti da conflitti.

Anche avere un lavoro non garantisce necessariamente di uscire dalla povertà. Nel 2025 erano 284 milioni i lavoratori che vivevano comunque con meno dell’equivalente di tre dollari al giorno, il 7,9% degli occupati del mondo. Nell’Africa subsahariana e nei Paesi meno sviluppati la percentuale arriva a circa il 40%. Tra i giovani africani occupati, quasi uno su due rimane in condizioni di povertà estrema.

A rendere ancora più difficile l’ultimo tratto della corsa c’è il fatto che i più poveri stanno beneficiando della crescita mondiale molto meno degli altri. Nell’ultimo decennio il reddito del 10% più povero della popolazione globale è aumentato in media appena dello 0,1% l’anno, contro circa il 2% registrato nella parte centrale della distribuzione dei redditi. La distanza, dunque, continua ad allargarsi proprio per chi si trova già sul gradino più basso.

E mentre la riduzione della povertà rallenta, diminuiscono anche le risorse destinate allo sviluppo. Nel 2025 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi membri e associati al Comitato Ocse per l’assistenza allo sviluppo è precipitato a 174,3 miliardi di dollari, il 23,1% in meno rispetto all’anno precedente: la più forte contrazione annuale mai registrata.

Gli aiuti bilaterali ai Paesi meno sviluppati sono diminuiti del 25,8%, quelli all’Africa subsahariana del 26,3%. Gli Stati Uniti, da soli, hanno determinato circa tre quarti della riduzione complessiva, tagliando il proprio aiuto allo sviluppo del 56,9%.

Non è quindi la storia di un fallimento. Il passaggio dal 43 al 10% della popolazione mondiale in povertà estrema rappresenta un cambiamento storico. È piuttosto la storia di un successo che rischia di fermarsi prima di raggiungere chi ne avrebbe più bisogno.

La parte relativamente più semplice della riduzione della povertà è stata compiuta soprattutto attraverso la crescita di grandi economie asiatiche e latinoamericane. Quella che resta riguarda sempre più Paesi poverissimi, fragili, coinvolti in guerre, esposti agli effetti della crisi climatica e con sistemi di protezione sociale molto deboli.

La soglia dei tre dollari non dice quindi fino a dove dovrebbe arrivare l’ambizione di combattere la povertà. Dice qualcosa di molto più elementare: nel 2026, mentre una parte del mondo discute di intelligenza artificiale, viaggi spaziali e nuove rivoluzioni industriali, 826 milioni di esseri umani non dispongono ancora delle risorse necessarie per superare quello che la comunità internazionale considera il livello più estremo della privazione economica.

Foto Ndatipo1998 CC BY-SA 4.0