A Barcellona li hanno spruzzati con pistole ad acqua fuori dai negozi di lusso; a Genova li hanno accolti con il fracasso dei trolley trascinati sulle pietre antiche del centro; a Lisbona, hanno sfilato con l’effigie del Santo Patrono per fermare la costruzione dell’ennesimo hotel a cinque stelle. Non sono turisti molesti, ma cittadini esasperati.
E in queste settimane di giugno, da sud a nord, in mezza Europa si è sollevata una protesta civile, creativa ma sempre più tesa, contro gli effetti dirompenti del turismo di massa sulle città, la casa e la vita quotidiana. A radunare il movimento lo scorso aprile a Barcellona è stata la Southern Europe Network Against Touristification
Il grido è comune: “La città è nostra, non delle multinazionali degli affitti brevi”. Ma le modalità con cui viene espresso variano, così come i simboli: a Barcellona è tornata l’ormai iconica pistola ad acqua, già usata in precedenti manifestazioni, stavolta puntata contro l’ingresso di un negozio Louis Vuitton sulla Golden Mile.
Le scritte sui cartelli erano esplicite: “Tourist go home” e “Ci state rubando il futuro”. La manifestazione è stata organizzata dalla rete Southern Europe Against Touristification, attiva anche in Portogallo e Italia, e si è fermata solo davanti alla Sagrada Família, dove la polizia ha bloccato il corteo.
Non si è trattato di un episodio isolato. A Palma di Maiorca, sabato scorso, i manifestanti hanno bloccato un autobus turistico a due piani, acceso fumogeni e issato uno striscione: “Questo non è progresso, è speculazione”. Anche qui, le tensioni sono scoppiate attorno al tema dell’accesso all’abitazione: sull’isola, una delle più visitate del Mediterraneo, il personale sanitario, i poliziotti e persino gli insegnanti faticano a trovare casa a prezzi accessibili.
“La crisi immobiliare – spiegano dal gruppo Menys Turisme, Més Vida – è direttamente alimentata dalla turistificazione. I nostri stipendi non reggono il confronto con gli affitti brevi per visitatori”.

A San Sebastián, sulla costa settentrionale spagnola, la protesta ha assunto toni più simbolici: slogan come “Il turismo sostenibile è un animale mitologico” e striscioni contro la conversione dello storico Palacio Bellas Artes in un hotel Hilton. In città, secondo i dati diffusi dagli attivisti, il costo medio di un affitto è cresciuto del 30% in tre anni.
In Italia, la protesta ha assunto una forma rumorosa e avvertibile: a Genova, centinaia di manifestanti hanno inscenato una “passeggiata sonora”, facendo risuonare per le vie del centro lo sferragliare dei trolley, simbolo dei city break low cost. Genova ha visto crescere gli arrivi turistici ma senza i correttivi che città come Venezia hanno, in parte, provato ad attuare. “Agiamo ora – dicono gli attivisti – prima di diventare la prossima capitale svenduta al turismo”.
E Venezia, che lotta da anni contro l’overtourism, non è rimasta a guardare: negli stessi giorni, un gruppo ha issato su una barca uno striscione di sei metri con scritto “STOP HOTEL = + CITTÀ”, denunciando la trasformazione di un edificio popolare in residence turistico. Da quest’anno è stata introdotta una tassa d’ingresso per i visitatori giornalieri (5-10 euro), ma i residenti denunciano l’inefficacia delle misure una tantum: “Servono limiti, non balzelli”, scrivono nei comunicati.
Lisbona, dal canto suo, ha visto sfilare i manifestanti in un corteo provocatorio guidato da una statua del santo Antonio, trasportata non verso la chiesa, ma verso il cantiere di un hotel di lusso. Un atto di “blasfemia civile”, secondo alcuni osservatori, ma che ha scatenato un’ondata di solidarietà online.
Le associazioni locali denunciano che il centro storico è ormai preda delle piattaforme di affitti brevi e delle agenzie immobiliari che puntano tutto sui turisti, ignorando la popolazione residente.
Il turismo internazionale in Europa è aumentato del 5% rispetto al 2024, e la pressione sulle città è destinata a crescere con l’arrivo dell’alta stagione. Alcuni governi locali iniziano a rispondere: Santorini e Bruges hanno introdotto tetti al numero di visitatori giornalieri; Ibiza limita l’arrivo di navi da crociera; Barcellona promette lo stop agli affitti brevi entro il 2028. Ma la sensazione è che si tratti di interventi troppo lenti, frammentari e arrivati in ritardo.
Quel che è certo è che questa nuova ondata di protesta, che ha unito cittadini comuni, studenti, giovani lavoratori e famiglie, non si fermerà. Perché se è vero che il turismo è una risorsa economica essenziale, è anche vero che, lasciato senza controllo, può trasformare una città viva in un parco giochi senz’anima. E la rivolta di questi giorni lo sta gridando forte: l’Europa vuole ancora i turisti, ma non a scapito dei suoi abitanti.



