C’è un’Africa che combatte la malaria con l’intelligenza artificiale e i droni. Un’Africa che si organizza, smette di aspettare gli aiuti dall’estero e costruisce una propria infrastruttura finanziaria. E poi c’è un’Africa che continua a scontrarsi con decisioni politiche che rischiano di travolgere interi settori economici e di spingere nella povertà decine di migliaia di famiglie. Sono tre facce di uno stesso continente che si muove tra innovazione, resilienza e fragilità sistemiche.
Nel cuore della battaglia contro la malaria, una malattia che ogni anno uccide più di seicentomila persone, soprattutto bambini sotto i cinque anni, si sta facendo largo un approccio che unisce tecnologia, dati e scienza. Oltre a essere una tragedia sanitaria, la malaria rappresenta un peso insostenibile per l’economia africana, che secondo il World Economic Forum perde fino a sedici miliardi di dollari l’anno a causa di questa malattia.
In questo scenario interviene la startup giapponese SORA Technology, che ha sviluppato un sistema capace di mappare, attraverso l’intelligenza artificiale applicata ai droni, le aree di riproduzione delle zanzare. I droni sorvolano le zone critiche, raccolgono dati, identificano con estrema precisione i siti a rischio e intervengono distribuendo larvicidi solo dove serve, evitando interventi su larga scala, costosi e spesso inefficienti.
I risultati di questo approccio sono stati sorprendenti, soprattutto in Ghana, dove il progetto è già operativo. Si è registrata una drastica riduzione nell’uso di insetticidi, un taglio netto dei costi operativi e un abbattimento significativo della spesa legata alla manodopera. Ma il vero punto di forza di questa tecnologia sta nella capacità di prevenire lo sviluppo della resistenza agli insetticidi, una delle più gravi minacce ai sistemi di controllo tradizionali.
Yosuke Kaneko, fondatore di SORA, sottolinea che la salute pubblica non può più essere considerata una semplice spesa: in Africa, più che altrove, la salute è un investimento strategico. E non è un caso che proprio nel maggio 2025 la startup abbia raccolto 4,8 milioni di dollari, principalmente da investitori giapponesi, per espandere l’attività in altri sei paesi africani. La sfida ora è trasformare questa tecnologia in una componente strutturale delle politiche sanitarie locali, rendendo i Ministeri della Salute partner operativi nella gestione dei dati e degli interventi.

A migliaia di chilometri di distanza dal ronzio dei droni, ad Abuja, in Nigeria, si è riunito il 4° Forum degli Investitori Sovrani Africani. Non si tratta di un evento rituale, ma del tentativo concreto di costruire un nuovo modello finanziario continentale, basato su una cooperazione Sud-Sud che rompa la storica dipendenza dagli aiuti esteri. È un cambio di paradigma culturale e politico.
La Nigeria, attraverso il proprio fondo sovrano NSIA, si è posta alla guida di questo processo, spingendo per un utilizzo più aggressivo e strategico del capitale africano per finanziare le grandi opere infrastrutturali di cui il continente ha un disperato bisogno. Energia, agroindustria, trasporti: settori chiave per costruire sviluppo reale e duraturo. Non più capitale straniero vincolato a condizioni capestro, ma investimenti africani per l’Africa. Lo ha detto chiaramente Ada Osakwe, presidente del comitato investimenti della NSIA, affermando che è il momento di smettere di guardare fuori e iniziare a credere nella forza del capitale interno, investito in progetti che trasformano davvero le economie locali.
Ma non ovunque le cose si muovono nella stessa direzione. In Niger, una recente decisione del governo ha innescato una crisi che sta mettendo in ginocchio decine di migliaia di pastori. Il divieto di esportazione del bestiame, imposto a maggio per tentare di calmierare i prezzi interni in vista della festività di Tabaski, ha avuto un effetto devastante sull’intero settore zootecnico del paese. L’intenzione era semplice: garantire sufficiente offerta di animali sul mercato interno per evitare speculazioni. Ma il risultato è stato un disastro.
Nei mercati di Talladjé e Niamey si sono accumulati migliaia di animali invenduti, i prezzi sono crollati e i pastori si sono ritrovati con greggi che nessuno compra. Le pecore, che nei periodi di alta domanda arrivavano a essere vendute a 600.000 franchi CFA, oggi non trovano acquirenti. Il danno economico è enorme, soprattutto perché questo settore rappresenta il 62% delle esportazioni agricole del Niger e coinvolge oltre l’80% della popolazione attiva.
Ma la crisi non si limita ai numeri. Molti pastori avevano contratto prestiti per acquistare il bestiame, contando sulla domanda internazionale, soprattutto da Costa d’Avorio, Senegal e Gabon. Quegli ordini sono stati improvvisamente cancellati. Il rischio ora è che intere comunità, specialmente nelle regioni di Diffa e Agadez, specializzate nell’allevamento destinato all’export, sprofondino in una crisi finanziaria senza via d’uscita. Le associazioni di categoria chiedono a gran voce che il governo apra una vera consultazione con le comunità pastorali prima di prendere decisioni così drastiche, che rischiano di minare la sopravvivenza di un settore vitale per l’economia nazionale.
È un’Africa che corre e inciampa, che investe sulla tecnologia ma che resta esposta alle fragilità delle sue strutture decisionali. È un’Africa che, quando scommette su sé stessa, dimostra di avere le risorse, la competenza e l’energia per costruire un futuro sostenibile e autonomo. Ma è anche un continente dove le contraddizioni restano profonde, e dove le scelte sbagliate — prese senza ascoltare chi lavora ogni giorno sul campo — possono trasformarsi in disastri economici e sociali che si ripercuotono per anni. Un continente in bilico, ancora una volta, tra potenzialità straordinarie e rischi gravissimi.



