Una commissione d’inchiesta istituita da Danimarca e Groenlandia ha confermato l’esistenza di una pratica sistematica di controllo delle nascite, imposta a migliaia di ragazze e donne inuit soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta. Dispositivi intrauterini inseriti anche a dodici anni, iniezioni ormonali a lunga durata, assenza di consenso e dolori ignorati: il quadro emerso da centinaia di testimonianze e documenti clinici ha riaperto la ferita coloniale che segna ancora oggi i rapporti tra Copenaghen e Nuuk.
L’indagine e le testimonianze
Il rapporto, avviato nel 2023 dopo nuove denunce e inchieste giornalistiche, documenta centinaia di casi e stima che migliaia di donne siano state coinvolte nelle campagne di contraccezione coatta. Molte di loro hanno raccontato di aver subito l’impianto di spirali o iniezioni senza essere informate, con conseguenze durature come emorragie, infezioni, infertilità e traumi psicologici. Alcune, ancora adolescenti, si sono viste rifiutare dai medici la rimozione dei dispositivi, costringendosi a farlo da sole.
Le scuse ufficiali
Nell’agosto 2025 la prima ministra danese e il primo ministro groenlandese hanno presentato scuse formali, riconoscendo i danni fisici e psicologici e ammettendo che si è trattato di discriminazione sistemica. Le scuse, tuttavia, sono state percepite da molte vittime come un punto di partenza e non come la conclusione di una vicenda che chiede ancora giustizia.

Le azioni legali
Parallelamente, circa 150 donne hanno intentato causa allo Stato danese, chiedendo risarcimenti per la violazione dei loro diritti. Le loro iniziative hanno contribuito a spingere verso la commissione d’inchiesta e a porre al centro del dibattito pubblico la necessità di un meccanismo di compensazione e di sostegno concreto.
Un trauma coloniale
Il cosiddetto “caso Spiral” è ormai un simbolo di come, anche dopo la fine formale del colonialismo, pratiche di controllo e discriminazione abbiano continuato a colpire la popolazione inuit. Per molte sopravvissute, è la prova di un rapporto di potere che ha negato autodeterminazione e dignità, lasciando cicatrici profonde sul corpo e nella memoria.
Le sfide aperte
Il rapporto non si limita a fare luce sul passato: chiede azioni concrete per affrontarne le conseguenze. Si parla di riparazioni economiche, accesso completo agli archivi clinici e storici, percorsi sanitari dedicati per affrontare le complicazioni fisiche e psicologiche. Resta la sfida di garantire che la memoria di questi abusi non venga rimossa e che diventi parte di una storia condivisa tra Groenlandia e Danimarca.
Un’eredità che pesa
Il caso Spiral si inserisce in una serie di episodi che hanno segnato il rapporto tra lo Stato danese e la popolazione groenlandese, come i programmi di assimilazione culturale dei decenni precedenti. La sua risonanza odierna mostra che la violenza istituzionale può lasciare segni indelebili, anche a distanza di generazioni, e che la riconciliazione non può che passare dal riconoscimento pieno delle responsabilità e dal sostegno alle vittime.



