di Graziamaria Baracchi
Le parole tra virgolette sono l’ esposizione di fatti tramandati dalla comunità Falasha a voce
di Shlomo giovane Ebrea Etiope
Nel villaggio ebraico Etiope alla periferia di Tel Aviv il saluto si trasmette attraverso l’espressività dei volti. Il calore dell’accoglienza si schiude in un ampio sorriso dove i denti bianchi fanno da cornice allo “Shalom”.
“Il mio nome è Shlomo, sono nata a Gerusalemme. La mia famiglia è emigrata dal villaggio di Dilish nel nord dell’Etiopia al territorio Israeliano nel 1991, attraverso un’operazione militare denominata Salomone.”
Gli Ebrei di colore sono da alcuni decenni una componente della società Israeliana. Beta Israel è l’appellativo con cui vogliono essere chiamati, ma sono noti anche come Falasha, parola che in amarico significa esiliati.
“Ho guardato la strada percorsa dalla mia famiglia dai finestrini dei treni, pullman e aerei che mi hanno condotta oggi in quei luoghi. La cultura Beta Israel mi è stata trasmessa dalla comunità attraverso la musica etnica. Sono una musicista. La musica è un campo di energia e mi fa sentire una tessera di
questo mondo.”
Negli anni ’90 l’emigrazione in Israele era stata ufficialmente bandita dal governo rivoluzionario Etiope che minacciava una destabilizzazione politica e il Mossad si occupò di gestire il raggiungimento dei Beta Israel prima nel Sudan ed in seguito il trasporto di coloro che erano sopravvissuti, attraverso un ponte aereo, in Israele. Questa azione logistica è passata alla storia come la più vasta emigrazione di ogni tempo.
“Attraverso quelle avanzate a piedi morirono in migliaia. Molte delle anime del popolo che avevano pregato per il ritorno a Gerusalemme sono sepolte in Etiopia.”
Nel villaggio di Dilish ora non ci sono più ebrei. Altre persone si sono stabilite nelle case che la comunità Beta Israel aveva lasciato. Alcune sono state trasformate in negozi di souvenir e la sinagoga è aperta solo ai visitatori.
“Al loro arrivo, in Israele, sono stati inseriti nei vari Kibbutzim, le tipiche comunità Agricole, per far apprendere ad ognuno un mestiere. Non avevano alcun tipo di istruzione o conoscenza professionale. Sono stati di fatto separati ma hanno ricostruito nel tempo una rete di rapporti familiari ed interfamiliari.”
Tra i locali ci furono problemi di razzismo, anche se il governo fece enormi sforzi per dare una sistemazione ai 28.000 Ebrei neri arrivati in massa. Erano Africani senza alcun tipo di preparazione vissuti in villaggi sperduti senza corrente elettrica.
“L’impatto con la società sviluppata e tecnologicamente avanzata come quella Israeliana è stata più difficile di quanto si potesse immaginare , soprattutto per gli anziani che sono stati completamente privati del rapporto con la comunità tribale e non riuscirono ad integrarsi in una società per loro estranea: si sono avuti diversi casi di suicidi.”
Alcuni centri di assorbimento che furono allestiti nelle periferie per i più anziani si trasformarono presto in baraccopoli: flagellati dalla poverta’, dalla disgregazione dei nuclei familiari e da scoppi sporadici di violenze familiari.
“Nel tempo si è raffrontata l’idea che questa apertura ai fratelli neri è stata come esportare mano d’opera a basso prezzo atta a sostituire quella dei Palestinesi.”
La comunità di origine africana dello Stato ebraico si è sempre sentita discriminata per alcuni episodi violenti e per il mancato rispetto delle promesse di Benjamin Netanyahu ed il suo ritorno al potere rischia di rinfocolare la violenza politica e sociale.
Oggi i Beta Israel sono più di 120 mila e la loro integrazione, nonostante molti progressi, resta difficile: discriminazioni avvengono sul lavoro e nell’assegnazione degli alloggi; i matrimoni con israeliani di altre provenienze restano una rarità.
“Ciclicamente siamo abituati a degli inasprimenti verso la nostra comunità. Le nostre radici si possono tacere ma non cancellare.”
Graziamaria Baracchi

by Dr. Avishai Teicher


