La produzione di profitti finanziari a mezzo di bugie

Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti stavano avendo con l’Iran colloqui “molto buoni”, con addirittura “major points of agreement” già sul tavolo. Non ha mostrato nulla che rendesse verificabile quella svolta. Non ha identificato pubblicamente l’interlocutore iraniano. Non ha prodotto alcun fatto diplomatico concreto che consentisse ai mercati o all’opinione pubblica di distinguere una vera trattativa da una semplice dichiarazione politica.

Subito dopo, però, il mercato ha creduto a lui. E ha fatto esattamente quello che ci si aspetta quando il presidente degli Stati Uniti annuncia una de-escalation con l’Iran: petrolio giù, borse su, premio di guerra in ritirata.

Poi è arrivata Teheran. E ha negato tutto. Non con ambiguità, non con la solita formula evasiva della diplomazia, ma in modo diretto: nessun negoziato con Washington. Anzi: secondo la versione iraniana, quelle parole servivano a manipolare i mercati petroliferi e finanziari.

È un’accusa interessata, certo. Ma il punto non è se l’accusa venga da una fonte ostile. Il punto è che la smentita è arrivata quasi in tempo reale, mentre gli effetti finanziari dell’annuncio erano già in corso.

Qui sta la gravità della vicenda. Perché la discussione non riguarda solo la verità o falsità diplomatica di ciò che Trump ha detto. Riguarda il fatto che una dichiarazione presidenziale opaca, non verificabile e subito contestata dalla controparte ha mosso in modo violento prezzi globali altamente sensibili.

Reuters ricostruisce una sequenza molto netta: lunedì Trump rinvia di cinque giorni gli attacchi ai siti energetici iraniani, parla di contatti produttivi e di punti d’intesa; il Brent crolla di oltre il 10%; il giorno dopo, quando l’Iran smentisce, il petrolio rimbalza. È la definizione stessa di un annuncio market-moving.

Associated Press è ancora più chiara nel fissare il doppio livello dello scandalo: “market cheers and plenty of skepticism”. Cioè: i mercati esultano, ma le basi informative dell’annuncio restano fragili.

AP insiste su un dettaglio che pesa molto: Trump non solo ha prodotto l’effetto sui mercati, ma ha mostrato di esserne perfettamente consapevole, richiamando lui stesso il calo del petrolio come conseguenza dell’ipotesi di accordo. Non è un dettaglio marginale. Significa che il presidente sapeva benissimo quale leva stava toccando.

A questo punto occorre essere precisi. Non è ancora dimostrato che Trump abbia mentito deliberatamente per manipolare i mercati. Per affermarlo servirebbero prove che oggi non abbiamo: documenti, comunicazioni interne, evidenze di coordinamento, o almeno un quadro probatorio più robusto sul carattere consapevolmente falso dell’annuncio.

Ma è già dimostrato qualcosa di abbastanza grave da bastare a costruire un caso politico enorme: Trump ha mosso i mercati con una dichiarazione geopolitica non verificabile e immediatamente smentita dalla controparte.

E non si può nemmeno liquidare tutto come fisiologia delle trattative indirette. È possibile, infatti, che esistano davvero canali intermedi, mediazioni di Paesi terzi, messaggi passati attraverso emissari o governi regionali.

Alcuni media americani e britannici parlano di contatti indiretti e di possibili sedi di mediazione, ma questa non è la stessa cosa che annunciare al mondo “major points of agreement” come se una svolta fosse in atto. Anzi: è proprio qui che si allarga il sospetto. Trump ha parlato al mercato come se la sostanza diplomatica fosse molto più avanzata di quanto il quadro pubblico consentisse di sostenere.

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Il passaggio successivo rende tutto ancora più torbido. Reuters, citando Semafor e un funzionario statunitense, riferisce che la pausa annunciata da Trump non riguarderebbe l’intera offensiva, ma solo gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Resterebbero invece in piedi altri target: siti militari, asset navali, industria della difesa, missili balistici.

Tradotto: il messaggio ricevuto dai mercati era quello di una sostanziale de-escalation. Ma la realtà operativa, per quanto risulta, era molto più limitata. Anche questo non prova una manipolazione intenzionale. Però rafforza l’idea che il segnale lanciato da Trump fosse più rassicurante della situazione reale.

È qui che la formula “produzione di profitti finanziari a mezzo di bugie” smette di sembrare solo una provocazione polemica e comincia a descrivere una dinamica concreta.

Perché, se un leader politico rilascia una dichiarazione non verificabile su una delle principali crisi energetiche del pianeta, sapendo che quella dichiarazione influenzerà all’istante petrolio, borse, rendimenti e dollaro, e quella dichiarazione viene quasi subito smentita dalla controparte, il problema non è più soltanto diplomatico. Il problema diventa la trasformazione della parola politica in strumento diretto di produzione di effetti finanziari.

Il punto più inquietante, allora, non è neppure capire se Trump volesse “solo” abbassare il petrolio per guadagnare consenso interno, raffreddare la paura degli investitori o offrire ossigeno a Wall Street. Il punto è che la sua dichiarazione ha funzionato esattamente in questo modo.

Ha ridotto temporaneamente il premio di rischio geopolitico. Ha rimesso in moto un sollievo finanziario. Ha prodotto un allentamento immediato della tensione sui prezzi energetici. E tutto questo sulla base di un’informazione che, nel momento stesso in cui veniva prezzata, era già pubblicamente contestata.

Per questo i giornali americani più seri non stanno dicendo, almeno per ora, “Trump ha manipolato i mercati” come fatto accertato. Stanno però raccontando qualcosa che, politicamente, non è meno devastante: Trump ha usato una dichiarazione presidenziale opaca come market-moving statement globale.

AP la tratta come un caso di entusiasmo dei mercati fondato su basi controverse. Reuters la documenta come una sequenza di annuncio, crollo del Brent, smentita iraniana e rimbalzo successivo. È già abbastanza per dire che siamo davanti a un uso estremamente pericoloso della parola pubblica.

La difesa più comoda, per Trump, sarà ovvia: dire che i colloqui erano indiretti, preliminari, non ancora ufficializzati; sostenere che gli iraniani hanno negato per convenienza interna; rivendicare che un presidente deve usare anche l’ambiguità come strumento negoziale. Tutto possibile. Ma questa linea difensiva non cancella il nocciolo del problema.

Se usi l’ambiguità su una crisi che tocca lo Stretto di Hormuz e il cuore del mercato petrolifero mondiale, non stai solo facendo diplomazia: stai intervenendo direttamente sulla formazione dei prezzi globali. E se lo fai senza offrire un minimo di verificabilità, stai chiedendo ai mercati di credere alla tua parola prima ancora dei fatti.

La formula più onesta, oggi, è dunque questa: non sappiamo ancora se Trump abbia mentito deliberatamente per manipolare i mercati; sappiamo già che ha ottenuto un effetto di mercato enorme attraverso una dichiarazione non verificabile e smentita quasi subito dall’Iran. È abbastanza per parlare di scandalo politico.

Ed è più che abbastanza per porre una domanda che a Washington, a Wall Street e nelle autorità di vigilanza dovrebbe pesare come un macigno: quante volte ancora basterà una frase della Casa Bianca, non corroborata dai fatti, per spostare miliardi?

Perché se non è ancora la prova definitiva della manipolazione, le assomiglia già in modo impressionante. E quando una menzogna possibile produce immediatamente valore finanziario, la distanza tra propaganda e mercato diventa pericolosamente sottile.

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