La povertà non si risolve inseguendo la ricchezza

Difficile non confidare in un colpo di fortuna. E’ forse nella natura dell’essere umano che nella speranza ha sempre identificato l’ “ultima dea”.

Si vive in attesa di una sorta di “big bang” che possa segnare la svolta epocale della propria esistenza. Spesso ad incentivare un simile atteggiamento sono amici e parenti che il loro racconto fabulistico di esperienze personali o indirette cercano di convincere che la buona sorte possa e debba essere stimolata.

Con sempre maggiore frequenza e con mutevole modalità è lo Stato a indurre lo sventurato di turno a sfidare il fato ed immaginare vincite risolutorie a questo o quel concorso a premi o tramite apparecchi automatici di cui si prefigura la capacità di regalar monete ai giocatori.

Un assetto del genere porta ad immaginare la ricchezza solo nelle più venali sembianze di consistenti disponibilità economiche, dimenticando che “benestante” è etimologicamente chi sta bene in ogni accezione del termine e quindi includendo salute, serenità e amore il cui valore lo si apprezza solo quando vengono a mancare.

In un Paese finito e sfinito sono le stesse Istituzioni a far balenare che una scommessa meriti di essere intrapresa, anche a costo di un piccolo sacrificio o di una rinuncia a qualcosa di più essenziale.

La promozione di lotterie, di “grattini” che possono tramutarsi in denaro istantaneo, di slot machine e attrezzi simili è la malvagia induzione alla rovina dei propri cittadini. Non esiste il reato di illusione, ma considerata la disperazione come fattore invalidante si sarebbe portati a sperare nell’applicazione della fattispecie della circonvenzione di incapaci.

Lo Stato confida nel “gettito erariale”, ovvero nelle briciole che cadono dal tavolo di chi gestisce il gioco d’azzardo in ogni sua forma. Si narra degli introiti derivanti dalla tassazione degli infiniti proventi delle società concessionarie, dimenticando i costi sociali che un business di quel tipo riverbera sulla collettività.

“Giant slot machine” by runneralan2004 is licensed under CC BY 2.0.

La spesa che dissangua le famiglie meno abbienti (ma più fiduciose nel destino) è la sommità di un iceberg che sotto la linea di galleggiamento nasconde fenomeni usurari e meccanismi di impoverimento morale che non sono degni di un contesto civile.

Sarebbe venuto il momento di cambiare rotta. E a farlo dovrebbe essere chi è al timone di un’Italia alla deriva. Basterebbe mettere sulla bilancia quel che i Monopoli incassano e confrontarli con costi di assistenza a chi sprofonda nei gorghi dell’insostenibilità e con il peso del degrado.

A voler mutuare Brenno, la spada da poggiare sul piatto sono i suicidi di chi non ce l’ha fatta e lo sconforto di chi non è riuscito a fermare gesti estremi.

Qualcuno spieghi che la povertà non si risolve inseguendo la ricchezza. Non è più tempo di fantasticherie.

Le lancette dell’orologio della nostra coscienza stanno raggiungendo la posizione in cui scatta una sveglia che non ci permetterà di voltarci dall’altra parte e di continuare a dormire. I sogni sono già incubi.

Umberto Rapetto Generale GdF – Fondatore e per dodici anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico